«Affittasi domani» di Francesca Giannone

Francesca Giannone

Per la loro ultima serata insieme le aveva proposto di farsi un bicchierino per ogni cosa buona che riuscivano a ricordare. Lei ci pensò un momento, poi ammise che tutto sommato non era una cattiva idea. Le disse che da qualche parte doveva esserci ancora una bottiglia di whisky.

Gli rispose che sì, di sicuro c’era una bottiglia nel ripostiglio, quella del cesto natalizio che non avevano mai scartato, sullo scaffale.

«Quale scaffale?» chiese lui. Lei sospirò. «Vado io», fece alzandosi dalla sedia.

Aveva ancora un gran bel culo, constatò mentre la guardava allontanarsi. Peccato per i capelli. Come le era venuto in mente di farsi quell’orribile caschetto anni Venti?

La sentì forzare la porta a soffietto dello sgabuzzino. Era sempre stata difettosa, si incastrava a metà e per farla scorrere bisognava schiodarla con una spallata. Avrebbero dovuto sostituirla, chissà quante volte se l’erano ripromesso.

Rimase ad aspettarla seduto al tavolo della cucina, con le mani intrecciate. Accanto alla porta se ne stava appesa a una cordicina una targhetta di legno con la scritta CUISINE. Era sempre stata lì? Spostò lo sguardo sulla crepa nel muro: risaliva al loro primo giorno in quella casa, quando lei si era messa ad appendere il quadro con il fotogramma di Alberto Sordi che mangia i maccheroni. «Quel chiodo non va bene, non vedi che così cade?» «Ma no che non cade.» Il giorno dopo il quadro era venuto giù frantumandosi in una miriade di coriandoli di vetro e con lui un pezzo di intonaco, creando un cratere dalla forma strana che non era riuscito a rattoppare con lo stucco. Ogni tanto, specie quando era nervosa o stressata, lei si ricordava dell’esistenza della crepa e la faceva diventare all’istante una questione della massima importanza: quando si sarebbe deciso ad aggiustarla? Perché non ci aveva più riprovato? Non si rendeva conto che per colpa di quella falla era tutta la stanza a sembrare fatiscente?

Lei tornò in cucina reggendo la bottiglia di Glen Grant in una mano e due bicchierini del servizio buono nell’altra. Gli si sedette di fronte aspettando che fosse lui ad aprire il whisky e versarlo.

Osservandolo armeggiare si ricordò che aveva pur sempre delle belle mani con le dita lunghe e affusolate da pianista mancato. Cercò di immaginarle sul corpo di una sconosciuta, mentre la toccavano come un tempo avevano toccato lei. Si rese conto che, se per qualche motivo non fossero più appartenute a lui, di quelle mani si sarebbe potuta innamorare ancora una volta.

Fecero tintinnare i bicchieri tra loro, senza guardarsi negli occhi, e mandarono giù d’un fiato. Ci fu qualche istante di silenzio. Poi fui lui a parlare per primo.

«Quando ti sei ubriacata con il Talisker. Quanto m’hai fatto ridere quella sera…»

«Bisognava festeggiare.»

«Avevi quelle spalline orribili.»

«Si usavano», rispose lei fissando il bicchiere vuoto mentre ne percorreva lentamente il bordo con la punta dell’indice.

«E comunque non erano orribili» aggiunse aggrottando le sopracciglia.

Lui fece una smorfia come per trattenere una risatina e le diede altro whisky. Lei gli lanciò un’occhiataccia, prese il bicchiere e lo portò alle labbra. Lo vuotò trattenendo il respiro.

«Quando mi hai fatto l’improvvisata a Lisbona. Con la maglietta dei Nirvana che non toglievi mai.»

«Dovrei avercela ancora, da qualche parte.»

«Veramente l’ho usata per spolverare.»

«Come sarebbe a dire?»

Lei fece spallucce. «Tanto mica ci entri più.»

«Comunque non sembravi contenta di vedermi, quella volta.»

«Non è vero.»

«Te la facevi con quel coso, lì, come si chiamava?»

«Joaquim.»

«Ah, vedi che te lo ricordi.»

«Certo che me lo ricordo».

«E come dargli torto, a Joaquim. Non sei mai stata così bella come in quel periodo.»

Lei distolse lo sguardo. «Te lo meritavi.»

Lui si riempì il bicchiere e mandò giù. «Quei due giorni in barca, quando mi hai letto tutti i racconti di Hemingway.»

«Già» fece lei. Si abbracciò le ginocchia portandosele al petto e sdraiandoci la guancia sopra.

«Ce n’era uno che mi era piaciuto un sacco. Come si chiamava?»

«E che ne so.»

Lui tirò fuori dalla tasca della camicia lo zippo placcato d’argento e la scatola di toscani antica riserva. Ne sfilò uno, lo inumidì con la saliva infilando le estremità in bocca, prima una e poi l’altra, e lo accese.

«Stavi fumando un sigaro anche la prima volta che ti ho visto, seduto sugli scalini dell’università.» Bevve e appoggiò il bicchiere sul tavolo. Lo guardò e percepì con precisione l’intercapedine all’interno dello stomaco in cui si era insinuato il disamore e, con lui, un confuso senso di colpa. D’impulso allungò impacciata la mano sul tavolo.

Lui diede un tiro dal sigaro, un tiro lungo e misurato, senza smettere di fissarla. Gli sembrava un’impresa, ormai, intuire cosa le passasse per la testa ogni volta che gli puntava gli occhi addosso: stava ripensando alle parole che gli aveva detto quel giorno, quando lo aveva raggiunto sugli scalini ed era entrata nella sua vita?

Il suo modo di fumare si era conservato intatto negli anni. Tutte le volte che aspirava socchiudeva gli occhi e arricciava il naso, poi buttava il fumo piegando le labbra come se dovesse fischiare. Sembrava ridicolo, non lo vedeva? Stava per dirglielo, che non c’era bisogno di fare tutte quelle smorfie. Ma una sensazione fulminea di spossatezza la trattenne. In fondo non era più affar suo. Ritrasse la mano dal tavolo e la nascose dietro il collo, tra i capelli.

Lui prese la bottiglia e si riempì il bicchiere.

«Quando mi hai chiesto di scoparti nel bagno dell’Odeon», disse scrollando la cenere.

«Che film era?»

«E chi se lo ricorda.»

Lui la guardò tentando di recuperare dentro di sé quell’antico desiderio, anche solo per un secondo. Eppure era ancora molto bella, lo dicevano tutti. Era bella anche con quell’aria di insoddisfazione che, negli anni, le aveva appesantito i lineamenti. Cosa era diventata? La risposta scialba a quella domanda si era arenata sotto gli occhi, continuando a scavare sotto pelle fino a restituirle due solchi pesti e profondi. Si sforzò di ricordare a quando risaliva l’ultima volta che l’aveva vista ridere. Ridere con lui, perlomeno.

«Me ne dai ancora un po’?»

Lui prese la bottiglia e le versò da bere.

«A cosa pensi?» fece lei.

«A niente.»

«Vabbè. Hai acceso il condizionatore di là?»

«Cosa?» fece lui fermando il braccio, con la bottiglia nella mano sospesa a mezz’aria.

«Il condizionatore.»

«Ah.» Posò la bottiglia sul tavolo.

«O preferisci dormire in soggiorno, stanotte?»

«Se vuoi.»

«Forse è meglio.»

«Come vuoi.»

«Sei stanco?»

«Un po’.»

«Possiamo andare a dormire, eh.»

«No, va bene.»

«Non mi sembra.»

«Ho detto che va bene.»

Rimasero in silenzio per un po’, a testa bassa, lui con il mento poggiato su una mano e il sigaro spento nell’altra, lei spulciando le doppie punte a una ciocca di capelli.

Si sentì, al di là della finestra, il frastuono di una saracinesca che veniva tirata giù.
Lei alzò lo sguardo, poi afferrò la bottiglia e riempì i bicchieri di entrambi.

«Dai, continuiamo.»

«Toccava a te, no?»

Lei bevve in un sorso. «Pensavo a quando mi hai organizzato la festa a sorpresa per la laurea.»

«Una fatica. Tua sorella non mi sopporta più da quella volta», fece lui riaccendendo il sigaro.

«E ha ragione, poverina.»

«Però, dai, gran bella festa che è stata.»

«Sì.»

«Proprio non te l’aspettavi. Eri così contenta…»

«Sai cosa ho pensato, quella sera?»

«Che ero io quello giusto?»

«Qualcosa del genere, sì.»

«Io che eri tu lo sapevo già da prima.»

Lei sorrise.

«Bevi» gli ordinò indicando il bicchiere con un cenno del mento.

Lui increspò le labbra in un’espressione incuriosita, sollevò il bicchiere e le obbedì.

«Mi piaceva quando dicevi che dovevamo abitare in tutti i posti del mondo.»

«Dicevo tante stronzate.»

«Sì, ma mi piaceva.»

«Ero stupida.»

«No. Eri tu» disse riscaldando lo sguardo.

«Sai cosa?» continuò lui dopo una manciata di secondi.

Lei sembrava non ascoltarlo, visto che d’un tratto fu tutta presa a fissare la cenere del sigaro che si era accumulata su se stessa, curvandosi. Di colpo la cenere si staccò e cadde sulla tovaglia bianca inamidata.

«Vedi? Vedi come sei?» disse lei furiosa, alzandosi di scatto. Si affrettò a bagnare uno straccio sotto l’acqua del rubinetto e si mise a strofinarlo sulla tovaglia, accanendosi. «L’avevo messa pulita stamattina, che cazzo.»

Lui rimase immobile a seguire con lo sguardo stanco ogni suo gesto, con la testa poggiata sulla mano a pugno.