Anche questa nostra epoca finirà. Su «Cometa» di Gregorio Magini

David Valentini

Cosa resta delle grandi aspettative adolescenziali e della prima età adulta quando si cresce e ci si rende conto che tutti i sogni e le speranze sono naufragate nella banalità di una vita quotidiana ripetitiva e noiosa?

Ecco la domanda fondamentale che mi sono posto quando ho chiuso l’ultima pagina di Cometa, l’ultimo romanzo targato Neo e firmato Gregorio Magini.

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Un libro difficile da identificare, un romanzo di formazione a un primo sguardo, coi due protagonisti seguiti sin dalla primissima infanzia (di una straordinaria potenza i due incipit – pulp e violento il primo: «I miei genitori scopavano sempre e mi piaceva guardarli. Il mio primo ricordo è mamma in ginocchio che sussulta sotto i colpi del bacino di papà»; più classico e premonitore il secondo: «Paffuto, seduto sopra una coperta sul pavimento del salotto con indosso solo il pannolino, mostrava il broncio, irritato dalla polvere e soprattutto dal ticchettio degli orologi»), ma che evolve quando Raffaele e Fabio si incontrano fra i banchi dell’università, dando avvio a un’amicizia tanto feroce quanto rarefatta, fondata alla fine su qualcosa di leggero ed evanescente. Potrei allora azzardare una categorizzazione dicendo che Cometa è un doppio romanzo di formazione con tinte surreali e post moderne.

Di certo non è un azzardo affermare che Cometa è anche un romanzo generazionale e fortemente nichilista: il nichilismo, quello spettro europeo di cui tanto si parlava alla fine dell’Ottocento, quel leone rabbioso sempre pronto ad azzannare i valori della modernità occidentale faticosamente costruiti, torna di prepotenza ad affacciarsi nella nostra contemporaneità attraverso le vite dei due protagonisti, ma anche delle comparse che vagano per le lande dell’Italiana maginiana. Del boom economico e del sistema di valori della prima repubblica Magini fa un ritratto misero e spietato: cosa resta di tutto questo? Contro chi abbiamo urlato la nostra disperazione? C’è veramente un nemico da affrontare con rabbia, o è vero che abbiamo urlato al vuoto?

Niente, effettivamente, conta: non il successo, non i soldi, non l’amore, non l’arte. Ce lo dicono le giornate, le stagioni e gli anni trascorsi in maniera frenetica e al contempo apatica di Raffaele, che in fin dei conti prova di tutto solo per poter provare qualcosa che non sia insoddisfazione. L’arte – quel valore assoluto nella tarda modernità a cui tanti nomi si sono dedicati – è ridotta qui a un mero escamotage per dare senso alle cose. Ma le cose senso non l’hanno, è questa la verità che emerge dalla sua vita: è necessario dunque crearlo, questo senso, ma anche qui sembra che tutto sia volto al fallimento. Allora, la terza via è quella di un’esistenza che trascorre per inerzia; come una luna, vivere di luce riflessa. Gli alti e i bassi ugualmente irrilevanti nell’equazione.

E che dire dei rapporti sociali alla base di qualsiasi società civile? Raffaele e Fabio li vivono in modo sfibrato, decostruito, contorto, inutile. Ecco, inutile è forse l’aggettivo adatto: non se ne sente la necessità, non portano a qualcosa, non danno speranza. Le relazioni sentimentali dei due protagonisti sono sempre destinate al naufragio, a diventare un ricordo sbiadito che si affaccia ogni tanto. Un presente continuo, qualcosa di sempre simile a se stesso. Mi vengono in mente, con un significato più cupo e frammentato, un paio di versi da Amore che vieni, amore che vai di De André: «E tu che con gli occhi di un altro colore mi dici le stesse parole d’amore fra un mese fra un anno scordate le avrai».

Cometa dunque è un libro difficile da digerire. Sarà che forse, da circa dieci anni a questa parte, siamo ormai consapevoli di vivere nell’epoca delle grandi disillusioni, ma leggerlo in questo 2018 è stato un dolore continuo. Come i grandi testi sanno fare, questo romanzo costringe noi lettori a posizionarci davanti allo specchio, nudi, e a osservare su noi stessi quei difetti che spesso abbiamo attribuito ad altri. Riprendiamo allora la domanda posta all’inizio di questo pezzo e aggiungiamone un’altra: in che modo abbiamo impiegato gli anni più energici e colmi di speranza delle nostre esistenze?
Cosa abbiamo lasciato dietro, e cosa abbiamo davanti? Cosa è rimasto della nostra cometa, così splendente e luminosa?