«Inverno ucraino» di Lucia Massacesi

Lucia Massacesi

Febbraio a Kiev, la neve ha di nuovo invaso la città e ci si fa largo su percorsi obbligati.

Osservo la gente che staziona ai semafori: schiere di anime esposte al gelo, ciascuna fedele alla propria missione, migrare nel grande silenzio da un marciapiede all’altro, e compiere movimenti minimi in infinite combinazioni e colori.

Con lenta costanza la neve va modificando anche il mio modo di attraversare il lungo inverno ucraino. Una domenica ho camminato sul Dniepr ghiacciato – laggiù però attenta a non stare troppo a ridosso della riva, sono stati avvistati dei cani randagi –, e contemplato entusiasti velisti in tenuta da sci solcare con scafi muniti di lame la superficie immobile del fiume.

Per giorni ho anche dichiarato che giovedì sarei andata a sciare nel centro di Kiev, a organizzare tutto la mia amica Alexandra.Americana dell’Alaska, l’ho ritrovata qua dopo averla conosciuta a Bucarest per un progetto collettivo. Una trentina di espatriate con la comune passione per la fotografia, dovevamo raccontare in un paio di scatti la nostra personale visione del Paese ospitante, finalità dichiarata: vendere copie dell’album fotografico per finanziare alcuni progetti di volontariato. Le fotografie di Alexandra ritraevano, una, giochi di luce sul sorriso dell’anziana custode di una chiesa ortodossa, l’altra, la tavolozza dei verdi di un sottobosco al risveglio primaverile; le mie, il total white di Domna Anca, un’eccentrica signora incontrata alla fermata degli autobus («Sono un’insegnante di piano») di un villaggio remoto, l’altra, un tramonto infuocato sul lago ghiacciato Herastrau, con due pescatori armeggianti attorno a lunghi bastoni.

In realtà, come già a Bucarest, non ci si vede molto neanche qua ma è viva l’impressione di conoscerci da tempo. Forse perché Alexandra e il suo Mavriki formano una coppia che ti colpisce, più ancora che per la radiosa bellezza, per la singolare miscela di entusiasmo giovanile e antica saggezza. Entrambi di etnia russa e cresciuti secondo i codici familiari delle origini, sono perfetti bilingui e cittadini privilegiati di mondi paralleli. Alla mia domanda di routine, Quali, se pensate ci siano, i tratti che rendono gli ucraini differenti dai russi?. Alexandra rimane silenziosa e poi con un sorriso riflessivo aggiunge: «Gli ucraini non sono mai arroganti, hanno modi delicati… sono molto ricchi umanamente!». Mavriki non parla ma concorda in pieno col suo fervore da eterno ragazzo.

Alle mie risolute dichiarazioni di programma non seguono i fatti. Quando arriva il giovedì mattina Alexandra deve andare a sciare da sola perché il mio DNA mediterraneo ha lanciato a una già malconcia cervicale il segnale perentorio che con meno dieci si sta rintanati in casa, non si sfidano gli elementi. E puntuale, ogni volta che qualcosa nel funzionamento fisico si inceppa, mi stupisco di come la conquista delle mete più modeste – senza arrivare a immaginare chissà quali livelli avanzati di felicità – dipenda soltanto da uno stato di salute appena sufficiente.

Se l’immersione nell’inverno ucraino mi è preclusa, devo affidare alla rete il compito di mettermi sulle tracce dei luoghi fisici e mentali di questo angolo dell’Est Europa, non appena posso rimettermi in posizione eretta. In un paio di click, grazie a una vecchia traduzione in inglese del poema di Lesya Ukrainka, The Forest Song, mi ritrovo nel fitto di una selva della Polissia, l’ampia regione boschiva ai confini con la Bielorussia, che, da trentadue anni, nelle sue propaggini orientali comprende le foreste contaminate attorno a Chernobyl.

Lesya Ukrainka è il nome d’arte di Larysa Kosach Kvitka e significa «foresta ucraina». Poetessa, scrittrice e traduttrice di inizi Novecento, appartiene a una famiglia di intellettuali illuminati e morirà di tubercolosi ossea ancora giovane. Apprende da autodidatta numerose lingue, tra cui l’italiano, e soggiornerà anche a Sanremo in cerca di un clima a lei più confacente. Ancora giovanissima si mette a tradurre le opere di Gogol’ che, sebbene ucraino, aveva scritto soprattutto in russo, lingua ufficiale dell’impero. Traduce anche numerosi celebri autori stranieri e, per la prima volta in ucraino, anche Il Manifesto di Karl Marx. Lesya rimane ancora oggi un’icona nazionale di grande significato affettivo: il suo sguardo dolce e severo, forte e fragile, domina anche dall’alto di un murale in una via del centro di Kiev, e continua a passare di mano in mano, stampato sulle banconote da duecento grivnie.

Nel poema mi imbatto in due differenti gruppi di personaggi: Rusalka, Mavka e una schiera di creature e spiritelli appartenenti al repertorio dell’antico folklore locale, e il gruppo degli umani – contadini e braccianti del villaggio –, a cominciare dal giovane Lukash. La radiosa e malinconica silfide Mavka – specie di Sirenetta della foresta –, assieme agli altri abitanti della foresta personifica l’infinito e pulsante ciclo delle stagioni, fin quando, innamoratasi del giovane Lukash, vedrà il suo destino alterarsi. L’esperienza dell’amore trasforma la silfide rendendola al contempo più forte e fragile: effetti del connubio tra Natura e Arte, Donna e Uomo, Corpo e Mente. L’eterno femminino di Mavka infonde vitalità, positività ma al contempo sperimenta caducità e mancanza: i principi di vita e di morte finiscono per contendersela finché non verrà trasformata in pianta di salice le cui fronde continueranno ad agitarsi per sempre al vento, producendo emozioni nel viandante. Nel cortile qui sotto casa intanto è spuntato il sole e assisto a un’epifania domestica: i raggi trafiggono i ricami della nostra tenda siriana lasciando complessi disegni geometrici sul parquet. Sì, in Mavka c’è il DNA della donna ucraina. Considero per un attimo le mie conoscenze femminili qui a Kiev e lo vedo con sempre più chiarezza: la risata squillante di Ira che mi insegna Pilates, il silenzioso astrarsi della giovane allieva Irina, la dinamica resilienza della colf Olena… Sono tutte voci della fitta foresta di emozioni che è l’Ucraina.

Fuori il sole continua a fare la sua parte: non è pioggia quella che ora picchietta allegra in cortile ma tutta la neve accumulatasi sui tetti nelle settimane passate che va sciogliendosi su qualsiasi superficie incontri e che, se il gelo non sorprenderà di nuovo trasformandola in lastra scivolosa, svanirà presto dentro pozzanghere sempre più fangose.

Il mio DNA mediterraneo mi ha imprigionato in casa ma il grande inverno ucraino è stato così cortese da venire a far visita nel mio cortile. Alexandra lo aveva detto: «Gli ucraini non sono mai arroganti, hanno modi delicati».