Tenacia di un prigioniero, su «Il custode» di Carmelo Samonà

Federico Musardo

«D’altronde, la coscienza di esser caduto in errore, non è la prova migliore che posso ancora salvarmi?» 

«In un luogo di cui non so nulla, a una distanza che mi sembra incolmabile da tutto ciò che un tempo mi fu familiare – o appartenne, anche se remotamente, al mio mondo – una stanza anonima, immersa quasi sempre in una leggera penombra, ospita il mio corpo contro la mia volontà.»

Il protagonista di questa storia non si ricorda più che cosa si prova attraverso i sensi perché sono fortemente depotenziati dalla prigionia in un luogo sulla cui ubicazione il detenuto si interroga inutilmente. Insieme al lettore, neanche chi racconta la storia conosce le ragioni della detenzione.

I pochi oggetti della stanza in cui si trova non sono connotati e non conoscono il tempo. Senza gli oggetti, manca anche la memoria. Una sedia scarna, elementare, sembra funzionare di per sé, come fosse un significante autonomo ed emancipato dalla significazione. Nonostante questa febbrile ignoranza, il recluso riesce comunque a costruirsi un mondo tutto filtrato dalla sua interiorità. «Ho vinto la mia battaglia. Sono padrone di un territorio simile a una gabbia, ma obbediente alla mia volontà come un regno.» Si tratta tuttavia di un universo solamente ipotizzato, speculativo:

«Non nego che a volte, quando ho guardato e ascoltato per un’intera giornata e mi pare che tutte le ipotesi si equivalgano, ho la sensazione dell’inutilità dei miei sforzi, come se stessi frugando in un sacco vuoto».

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L’autore sa giocare sapientemente con la spazialità. Il protagonista, di cui non sappiamo il nome, continua a restare stipato in una cella angusta anche se attraverso la propria mente crea l’idea del movimento, dislocando altrove l’immobilità a cui soggiace. Non smette di pensare, non si rassegna, è straziato dalla brama di conoscere la verità delle cose. Durante le notti insonni si astrae dal suo corpo, fa sogni quasi allucinatori e va con il pensiero in un paesaggio alternativamente verde, boschivo o brullo, desolato.

Cerca di decriptare e tradurre alcuni frammenti dei suoni disarticolati che provengono dall’esterno, tenta di determinare invano l’identità dei suoi carcerieri, vorrebbe comunicare con loro per capire cosa c’è al di là del suo loculo spoglio; per sopravvivere, trascorre paziente le giornate a barcamenarsi evocando l’immaginario rappresentato dagli oggetti della sua memoria.

Un bracciale piuttosto neutro di un uomo che gli porta il cibo, intravisto un giorno dall’intercapedine che separa il protagonista dal mondo, fa sì che uno dei carcerieri incominci a esistere e rappresenti una soggettività radicalmente estranea. «In realtà (e sarebbe assurdo il contrario) non conosco niente di quello spazio, non so perché mi muovo, e per molto tempo non avvisto nessuna meta davanti a me.»

Ogni giorno che passa, il recluso fantastica sulla natura dell’uomo che gli porta da mangiare. Un sospiro sovrappensiero di questo carceriere si ingigantisce e dà adito a infinite ipotesi sulla sua esistenza, apre un orizzonte di postulati francamente impossibili – come dedurre l’affanno del cuore di uno sconosciuto, i suoi dolori privati, da un piccolo sospiro? – ma perfettamente coerenti con la ferrea logica di un uomo che impiega il tempo a cercare di scoprire l’umanità dei suoi carcerieri.

In questi algoritmi imperfetti, però, il protagonista arriva molte volte a dubitare di se stesso, per esempio quando si trova sul tavolo della sua cella lo stesso bracciale che giorni prima aveva intravisto sul braccio del custode. Che cosa significava? Le sue certezze vengono scalfite e cade in un baratro incerto di dubbi. Il bracciale era sempre stato lì? Sarebbe certamente impazzito se la mattina seguente il bracciale non fosse scomparso.

Il protagonista immagina una complicità con i custodi, un’alleanza allusa e taciuta. Tenterà di instaurare con loro un rapporto anche se le parole colmano un vuoto senza risposta. «Non ho risposte verbali dall’uomo, ma credo che qualcosa di simile a un dialogo mi venga offerta o suggerita ugualmente con altri mezzi» o ancora «era chiaro che il miraggio di una risposta verbale si allontanava, e che tutto convergeva di nuovo, in ogni senso a un’intesa fra i nostri corpi.»

Verso la fine del libro, si capisce che questa strana comunicazione, dal punto di vista dell’io solipsistico che la imbastisce, ha una natura prettamente gestuale. «Ho la certezza che qualcosa di importante è accaduto fra i nostri corpi: ho avvertito un rispecchiamento delle mie parole nel tessuto dei gesti, un’eco, un rimbalzo della mia voce in un’altra lingua non meno corposa e scattante.»

«La verità è che qualcosa mi attrae nello stesso silenzio contro il quale combatto», afferma risolutamente il protagonista.

Il finale, potentemente visionario ed epifanico, ci fa capire che Carmelo Samonà è stato un grande scrittore, perché ha saputo dare vita a un romanzo meraviglioso, pieno di immagini e luoghi, senza uscire dalla cella piccola e spoglia in cui vive e pensa il protagonista.