Su «Storie di alberi e bonsai» di Alejandro Zambra

Francesca Ceci

Non è sufficiente tagliare le radici, indirizzare i rami, far crescere qualcuno o qualcosa secondo le regole del perfetto equilibrio. Un bonsai è un’illusione e allo stesso tempo è la presenza piccola e forte e quasi invisibile nelle vite dei personaggi di Zambra, che non hanno la stessa perfezione della pianta ma ne rappresentano i mille tentativi, la tensione verso qualcosa, le aspettative, le delusioni e le riuscite.

All’inizio di Vita privata degli alberi, il primo dei due romanzi brevi che compongono Storie di alberi e bonsai (Sellerio, 2018), i protagonisti non sembrano tali, sono solo semi di una pianta senza ancora nulla di speciale, come in attesa di qualcosa. Verónica è solo «qualcuno che non arriva», Julián è un nuovo padre che ha conquistato un posto nei disegni scolastici della nuova figlia, Daniela è una bambina che pensa sia una sera qualunque, la giornata è un giorno di routine in una casa dalle stanze colorate. Il mancato rientro a casa di Verónica e la mancanza di notizie trasformano quei semi in una pianta con vecchie radici e con nuovi rami, raccontano cosa significa essere semplici bulbi, di come si stia al sicuro nel terreno che si è imparato a conoscere, di quanti altri alberi si possono incontrare e di come le cose si complichino ma diventino più felici.

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L’attesa di Julián è piena di domande inutili, di immaginazioni senza fondamento, nessuno risponde alle ipotesi su che fine abbia fatto sua moglie. L’attesa si incrocia con la ricostruzione della sua biografia di professore e scrittore della domenica, illuso di avere delle scadenze di consegna nei periodi di alta stagione; con la storia di Verónica prima di lui e con la storia della loro storia, di cosa fossero entrambi prima di incontrarsi; con quella di un giovane che si prende cura di un bonsai, protagonista ideale del libro che scrive mentre aspetta. È un momento di sospensione dalla realtà in cui è possibile far parlare gli alberi, convincere una bambina che dentro un parco gli uomini sono più matti dei pioppi e dei baobab.

Ma nell’attesa c’è anche un tempo dilatato che permette di stilare una «lista di donne sole, di donne sole che parlano da sole», di ricordare il volto bianco di Emily Dickinson, sola in giardino, e rivedere quello olivastro di Violeta Parra che canta sola in una stanza gelida, di prenderne esempio, perché un’attesa può essere anche un’occasione, un futuro da cominciare.

Per dimenticarmi di te

coltiverò la terra

in lei spero di trovare

una cura alle mie pene.

Ciuffetto di melissa

quando crescerà il mio dolore

i fiori del mio giardino

saranno le mie infermiere.

Anche in Bonsai c’è una storia d’amore che spunta dallo stesso terreno e si dirama verso lunghe strade diverse. C’è la storia di Julio e di Emilia che diventa romanzo del protagonista, che diventa a sua volta scrittore fantasma.

«Alla fine lei muore e lui resta solo, anche se in realtà era rimasto solo diversi anni fa prima della morte di lei, di Emilia. Supponiamo che lei si chiami o si chiamasse Emilia e che lui si chiami, si chiamasse o continui a chiamarsi Julio. Alla fine Emilia muore e Julio non muore. Il resto è letteratura.»

Sembra un racconto che inizia dalla fine ma, come nel primo, il piano di lettura non è univoco né statico, l’intreccio dei ricordi prende vie differenti non sempre lineari che, in Bonsai in particolare, arrivano a sovrapporsi e a confondersi l’una con l’altra.

Julio e Emilia si innamorano con una bugia duplice e simmetrica, ognuno di loro mente all’altro di aver letto Proust e grazie alla prima falsità detta in camera da letto si sprigiona un rapporto che unisce il sesso e la letteratura: le frasi di Ruben Dario si trasformano in poesie sessuali e l’abitudine di leggere a voce alta Perec, Onetti, Carver e Bioy Casares precede e accompagna ogni loro incontro e ne interpreta i sensi, fino ad arrivare a far intendere il rischio di epiloghi imminenti.

Zambra passa dal presente al passato al futuro per accumulare rapporti attuali che richiamano quelli precedenti e libri ancora da scrivere che raccontano storie che sono già state e disgrazie che stanno per avvenire. Senza Emilia, Julio si dedica alla scrittura, a un nuovo amore, talvolta al disegno, ma in ogni sua nuova attività si limita a ricalcare quello che era precedentemente con la donna che è partita e che forse è già morta da un’altra parte. Vorrebbe iniziare un unico disegno ma ne vengono fuori due e ognuno ritrae una donna che è Emilia ma è anche Maria, la nuova compagna, e dove vuole ritrarre le gambe di una a queste seguono i piedi dell’altra; cerca di imitare la calligrafia di un grande scrittore per scrivere un romanzo che non riconosce più se è il proprio o dell’altro ma che intende finire, senza sapere che è il romanzo stesso di quella parte della sua vita che ancora non conosce. Il titolo del romanzo sarà, o avrebbe dovuto essere, come in una conclusione già anticipata, come un cerchio che si chiude, Bonsai.