«Bianco definitivo» di Hilary Tiscione

Hilary Tiscione

Sono una ballerina di Charleston. Scendo una scala buia con i gradini irregolari, sopra le ginocchia sventola la mia gonna plissettata.

Ho i capelli raccolti, le ciglia cariche di mascara, le labbra rosso fuoco. Sono una flapper. Un ragazzo all’ingresso mi chiede la parola d’ordine. Swanson, dico.

Mi siedo a un tavolo vicino al biliardo, intorno a me giocano dei ragazzi incamiciati, uno ha il papillon. Bevono brandy, forse whisky. Non lo so.

Prendo il menù dal tavolo, leggo che Charlie Chaplin è una miscela di Bitter Campari, assenzio e maraschino; Rodolfo Valentino è spumante e scorze di agrumi.

Chiedo del gin, con acqua tonica, speravo fosse Marlene Dietrich, invece non ha nome.

Quando arriva il mio amico sono già sbronza. Lui manda giù un paio di celebrità mentre ride di non so cosa. Gli dico che ho paura di morire.

Smette di ridere. Dice che tutti abbiamo paura di morire.

Mi succede ogni volta che sono sola a casa, continuo. Poi mi metto a parlare del Kentucky Club di Broadway e di come, entrando, ho creduto di essere negli anni venti.

Mi accendo una sigaretta fingendo che sia strizzata dentro un lungo bocchino.

«Non mi fido di me» dico.

Lo guardo. Non capisce più di cosa sto parlando. «Voglio andare a casa.»

«Vengo con te» mi dice fuori dal locale.

«No. Grazie. Prometto di tenermi lontana dal terrazzo.»

«Terrazzo?» ripete.

«Quando sono a casa da sola mi attira l’idea di buttarmi giù.»

«Vengo a casa con te.»

«No.»

«Pensi a tua madre?»

«A volte la vedo ancora sdraiata sul pavimento del bagno. Con la pelle bianca, quasi trasparente intorno agli occhi. Era già morta. C’ero solo io in casa quel pomeriggio.»

«Me lo ricordo, sono corso da te.»

«Sì.»

«Hai paura di finire come lei?»

«Ho paura di perdere il controllo.»

«Questa notte dormo con te.»

«No, fammi un favore. Fidati di me, ho bisogno che qualcuno si fidi di me.»

Lui dice va bene, io dico grazie. Gli sfioro una spalla prima di andare via dagli anni ruggenti.

In ascensore manca l’aria. Temo che possa fermarsi e tenermi chiusa una notte ad asfissiare.

Lo psichiatra mi ha detto che per vincere le paure devo amplificarle finché non le sento esplodere come la camera d’aria di un pallone che, rotta, a quel punto, lo lascia molle in terra.

Entro in casa, mi lavo i denti, il viso. Rovescio lo Xanax a testa in giù sopra un bicchiere con dentro due dita d’acqua, ne conto cinque gocce, poi ne aggiungo altre tre. Lo mando giù lento, è dolce. 

Non mi cambio, resto con gli stessi vestiti, se impazzisco almeno posso correre fuori.

Manie di controllo, ha detto lo psichiatra. La paura di perdere il controllo, fa perdere il controllo.

Mi siedo sul gabinetto, metto la testa fra le mani. Mi dico di stare tranquilla, ma la sento, la ragione, andare via.

Vado in cucina, c’è una bottiglia di Barbera aperta, me ne verso un calice.

Guardo il terrazzo.

Lo psichiatra mi ha detto che se penso di buttarmi, ma soprattutto se dico di farlo, non lo faccio.

Ho le mani sudate. Il cuore scalcia in gola. Apro la finestra come fossi di legno con le viti nei gomiti. Un filo sopra la testa solleva le braccia che tardano un po’ a muoversi.

Guardo giù dal terrazzo. Bevo un sorso di vino, poi un altro più grande. Poggio il bicchiere a terra e striscio i palmi sudati sul marmo freddo del parapetto, per asciugarli.

Guardo il cortile vuoto, quindici metri sotto di me. Mi metto a cavalcioni sul parapetto. Dico scusami sotto voce, mi sento fredda come il piombo.

Mi do una spinta leggera. Vedo bianco.

Non è vero che ti passa davanti tutta la vita.

Non c’è tempo perché una vita scorra in tante immagini in bianco e nero, per rivivere alcuni attimi stinti come la copertina di un album. Non c’è tempo neppure per l’unica musica che vorresti riascoltare.

Vedo mio padre piegarsi in ginocchio di fianco al mio corpo, vedo il suo viso deforme per il dolore. Mio padre, non sembra più lui. Guardo una faccia che non ha più ossa, si incurva plastica, cede al modo in cui la verità lo maltratta. Come quei nastri dei pacchetti quando le commesse premono forte la lama delle forbici facendoli arricciare. Non ha più una forma che sia una, ne ha tante attorcigliate l’una sull’altra.

Mi avvicino, provo a toccarlo, sembra aria, ma l’aria sono io e non mi sente.

Non mi dispiace vederlo così. Capisco solo adesso che mi vuole bene. Forse più di prima. Magari neppure sapeva di volermene tanto. Gli ho insegnato che il bene non si trattiene, dopo non sai più che fartene e guarda come ti storpia tutto.

Anche io non sono stata capace di tirarlo fuori e mi è marcito dentro.

Guardo mio fratello scuotermi e gridare il mio nome con la bocca tanto aperta che sembra strapparsi. Lo guardo mettermi le mani sul viso e poi prendere il suo come un foglio di carta da stropicciare e buttare via.

Mio fratello non urla mai. Non piange mai. Sembra un agnello sgomento al mattatoio.

Adesso, mi dispiace. Piange tanto che sembra sciogliersi eppure il suo viso non perde colore, credo gli siano scoppiati tutti i capillari delle guance, il naso cola, colano gli occhi, escono fuori grandi e rossi.

Si aggrappa ai vestiti che ho addosso e si rannicchia di fianco a me, solo come l’ho lasciato.

Ancora riesco a sentire come lo amo. Da piccoli gli lasciavo scegliere cosa guardare al cinema, lo facevo dormire nel letto più grande, gli chiedevo di dirmi qualcosa che non sapevo, lo andavo a cercare nell’intervallo a scuola, solo per vederlo.   

Mia madre, mi chiamava anima bella. Non ho la pelle bianca come la sua, ancora. 

Il rudere che sono, spento lì a terra, li violenta. Mi coprono. Passo attraverso tutti loro. Posso ancora piangere.

Poi il bianco definitivo.