Su «L’amore è potere o almeno gli somiglia molto» di Igoni Barrett

Andrea Giovalè

Sin dal titolo l’autore gioca con la sicurezza e la classe posata di un esperto ma pur sempre gioca. L’amore è potere o almeno gli somiglia molto è il secondo lavoro di Igoni Barrett edito da 66thand2nd dopo il romanzo Culo nero (2017) e rappresenta il tentativo consapevole di sfiorare, attraverso il prisma sfaccettato di nove racconti, la definizione del sentimento forse più discusso della letteratura. Ma Barrett sa riconoscere un mulino a vento quando ci si trova di fronte e quindi sceglie di usare l’amore come esca luccicante, attirandoci in una costruzione variegata e definisce qualcosa che, all’amore, somiglia molto.

Lo sfondo è quello della Nigeria contemporanea sebbene la voce narrante, una terza persona severa e impassibile con tre sole eccezioni, non disdegni di concedersi visite nel passato dei diversi protagonisti. Lo spettro di tempo coperto dai racconti è ampio, eppure restituisce una netta sensazione di compattezza anche per mezzo di déjà-vu e rimandi volti a creare, attraverso nomi, luoghi e situazioni, un universo letterario. Barrett fornisce, disseminandole lungo la raccolta, le coordinate utili al lettore per capire che – di racconto in racconto –, si trova sempre nello stesso mondo narrativo. Perpetua, poco più che figura di sfondo in La cosa peggiore di tutte, diventa coprotagonista nel penultimo Godspeed e Perpetua dove peraltro ricompare il cognome Abrakasa che abbiamo imparato a conoscere attraverso Dimiè, il piccolo Odisseo di La forma di un cerchio perfetto. In questo modo si instaura una circolarità che aiuta a dare grande coesione alla raccolta.

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Nella stessa direzione va anche la coerenza granitica dell’autore, che non perde mai l’equilibrio stilistico e linguistico. Barrett scompare volutamente dietro a una doccia gelida di descrizioni abbondanti ma imparziali, tra le cui righe risaltano sia piccoli gesti d’affetto sia crudi exploit di dolore e violenza, rispettivamente eco e prefigurazione della morte. L’autore sembra non aver bisogno di eccedere o sbilanciarsi, testimoniando ogni dettaglio utile, di per sé, a smuovere l’emotività del lettore. La maggior parte dei racconti di Barrett è introdotta da una breve presentazione del protagonista. Nonostante ciò non sappiamo mai, all’inizio, quale sia davvero la sua personalità, persino quando la caratterizzazione è molto pronunciata:

«Ribelle, eclettica Leo, in pantaloni e giubbotto di jeans, Leo che cammina spavalda, dinoccolata sulle sue sudice scarpe da tennis, e si fa due tiri d’erba con quell’aria da soldato Jane che sa come si tengono a bada i teppisti del quartiere, i ragazzi. “Se sei una donna bianca in Africa, il pene non è un problema. L’invidia del culo sì.” Ecco a voi Leo».

Qui e là con puntuali eccezioni alla regola rivela la sua prospettiva personale, ben più partigiana della stretta di mano iniziale, e chiude il racconto con l’effetto sorpresa. Senza grandi colpi di scena, ma ribaltando anche il punto di vista del lettore. Il trucco è semplice, ma gli riesce di ripeterlo con grazia. Gli viene in aiuto l’unità indipendente del racconto che, pur legandosi agli altri nel tempo e nello spazio, riporta di volta in volta indietro le lancette narrative. A ogni nuovo inizio, siamo portati a chiederci da che parte stare.

Le atmosfere tratteggiate con cura ma senza virtuosismi suggeriscono il caldo polveroso di strade cittadine ora invalicabili, ora attraversate di corsa, caotiche, ostili, pericolose, pericolanti, teatro imparziale di amori e inganni, o meglio, in bilico tra le due cose. Esplora diversi gradi di parentela e di non-parentela per snidare il potere ovunque si mascheri o dove regni incontrastato.

Paradossalmente, proprio nei tre racconti in prima persona – che scorrono a un ritmo accelerato –, a Barret riesce meno di incalzarci con la consueta potenza. Pur non mancando di efficacia – l’ultimo racconto, Una storia di tira e molla a Nairobi, non a caso è tra i più intensi della raccolta –, i tre racconti tradiscono una licenza vagamente asimmetrica che non disturba ma neanche arricchisce. La narrazione in prima persona, diversificando la lettura, entra in conflitto con la succitata preziosa compattezza della raccolta. Si percepisce la mancanza di una mediazione spietata all’immedesimazione che tenga a distanza, sì, ma ravvicinata, dalle ginocchia dolenti della vecchia Ma Bille, dall’ingenuità colpevole di Dimié Abrakasa o, come suggerisce un titolo, dalla Ragazzina con i seni in boccio e la risata di gomma da masticare. Il mancato distacco alleggerisce il racconto di una quota di pathos che, invece, a Barrett calza perfettamente. Quanto più osserviamo i personaggi dall’alto, tanto più ne risalta la tenera e fragile permeabilità.

Forse è proprio la frequenza con cui l’autore insiste sui nomi dei protagonisti, quando osservati in terza persona, il motivo per cui risultano così familiari. Nel racconto più breve della raccolta, Il venditore di sogni di sole nove pagine, il nome di Samu’ila ricorre ben trentasei volte e la media è agevolmente rispettata da tutti i racconti in terza persona. Tenendo conto che a ogni ripetizione corrisponde almeno un’azione, non è difficile comprendere come i personaggi di Barrett restino impressi nella nostra mente, ben al di là delle pagine in cui sono confinati.

In psicologia, chiamare qualcuno per nome è interpretabile come un segno di autorità nei suoi confronti, un principio che potremmo applicare a L’amore è potere o almeno gli somiglia molto. In fondo l’autore non vuole definire né l’amore né il potere con la sua opera e lo dimostra: i suoi personaggi e per estensione i nove racconti costituiscono un viaggio tanto vario da suscitare inevitabilmente emozioni complesse. È questo che Barrett vuole rappresentare, un sentimento non riducibile all’uno o all’altro termine di paragone, ma vicino a entrambi.