Viaggio nei Paesi Baschi sulle pagine di «Patria» di Fernando Aramburu

Roberto Bruccoleri

Una settimana nei Paesi Baschi per cercare di capire il successo smisurato di Patria di Fernando Aramburu. Con il solito vizio-stimolo di viaggiare seguendo le orme della letteratura del luogo.

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*Fotografie di  Manuele Geromini

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Bilbao

Calle San Mames

Seduto sul divano dell’appartamento di Calle San Mames, vedo gente dalla finestra orizzontale altezza bacino. Un passeggio sano, vivo, poche macchine e tante donne che fanno riecheggiare i loro tacchi sulle vie che si incrociano. Sono nel cuore della capitale basca, i suoi palazzi multicolore e vivacissimi si espandono lontani. I rumori della sua urbe arrivano fino al secondo piano dove sono steso ad assorbirli, mentre sorseggio una estrella rigeneranteSuona il citofono, è Beniat, un amico di amici di cui ho avuto il contatto, lo stavo aspettando.

Eleganza Bilbao, ManueleGeromini©️

Eleganza Bilbao, ManueleGeromini©️

Libro (Halo – I)

Patria, successo editoriale smisurato in Spagna dal 2016. Anche nel nostro paese la casa editrice Guanda l’ha portato alla nostra conoscenza da poco tempo. Mattoncino da seicento e passa pagine, considerata un’opera completa sul fenomeno dell’Eta, ha trovato critica e lettori d’accordo all’unanimità neanche si dovesse approvare una risoluzione di Stalin. Insomma un vero e proprio stimolo per comprarlo, leggerlo e scoprire i Paesi Baschi seguendo le sue pagine, i suoi lumi ed i suoi profumi. Poche cose mi rendono debole nella vita: la spiaggia di Giallonardo in Sicilia, la pasta alla norma di mia madre, e scoprire parti del mondo sui versi di chi in quei luoghi ha scritto e vissuto. Oggi tocca a Fernando Aramburu, e il suo Patria, avere l’onore di condurmi per le sue terre. Ho auto-accettato il mio autoinvito ed eccomi qui nella ridente Bilbao, pronto a setacciare i Paesi Baschi per esaltarmi sulle sue pagine. Inizio il libro un paio di settimane prima di venir qui, non sembra male seppur un alone di banalità alla Nicola La Gioia comincia a serpeggiare fin dalle prime decine di pagine.

Agur

«Pensavo che non sarei mai tornato in questa strada», è la prima cosa che mi dice il mio nuovo amico basco aprendogli la porta. Poi ci diamo la mano e l’agur. Vedendo il mio viso alquanto stupito mi spiega subito: «Lì di fronte c’è il quartier generale di Bilbao della Guardia Civil, in quell’edificio mio padre è stato torturato per nove giorni e nove notti senza sosta nel 1979». Benvenuto Beniat.

Fin dai primi passi sceso dal treno, l’impatto con Bilbao è subito vibrante. A differenza della maggior parte di città spagnole che ho visitato in passato, non sembra esserci particolare flusso turistico per le strade, i suoi palazzi amalgamano la fantasia ed una amorevole armonia di stili. Un Nanni Moretti in Caro Diario sovente mi sovviene in mente mentre attraverso la città. Penso che anche per me la cosa che mi piace più di tutte è vedere le case e i quartieri, ma qui non c’è la Garbatella e i suoi lotti popolari ma El Casco Viejo e la sua atmosfera anarco-indipendentistanon c’è il ponte di Corso Francia da attraversare almeno due volte al giorno ma un andirivieni continuo lungo il Ría del Nervión. E, soprattutto, non ho una Vespa con cui errare ma un accompagnatore con una macchina fotografica dalla cover militare pronto a immortalare solo ciò che su google non si può trovare.

In giro per la città, ManueleGeromini©️

In giro per la città, ManueleGeromini©️

Libro (Halo – II)

Txato e Joxe Mari. Il primo un imprenditore basco deciso a non sottostare più ai ricatti dell’Eta per pagare l’imposta rivoluzionaria. Il secondo il figlio adolescente del migliore amico del primo, che gradualmente si avvicina agli ideali dell’indipendentismo basco fino a diventarne un militante a tempo pieno; accecato dalla furia del nazionalismo si lascerà andare e coinvolgere in azioni estreme, che porteranno alla morte dell’imprenditore resistente ed all’ergastolo del giovane terrorista. Siamo negli anni novanta, nel pueblo di Rentería, vicino San Sebastian. Intorno le famiglie dei due personaggi principali ruotano le storie di Aramburu. Da un lato la famiglia forte e coraggiosa di Txato: la moglie rimasta vedova ma dura e preziosa, il figlio medico professionista apprezzatissimo, la figlia ventenne un po’ ribelle ma nella norma. Dall’altro quella debole e piena di problematiche di Joxe Mari il terrorista: la madre ignorante, il padre semi-baccalà, la sorella con un ictus, il fragile fratello gay. Le schede dei personaggi del romanzo sono costruite alla perfezione per incantare la platea della mediocrità, di un’editoria sempre più assoggettata al volere del governo di Madrid. Tutto ciò che è indipendentismo è di conseguenza terrorismo, tutto ciò che è filo-spagnolo è giusto e corretto. Come mi disse un libraio di Bilbao:

   Aramburu relaziona tutta la cultura basca con la violenza.

L’incontro

Beniat è una di quelle persone che dopo cinque minuti dall’incontro è come se lo conoscessi da sempre. E’ un basco vero e puro, di quelli che sembrano duri ma che si ammorbidiscono subito quando trovano un interlocutore sincero. E’ un conversatore piacevole, preparato e colto, con la battuta ironica e arcuata sempre pronta. Siamo coetanei ed è un fiume in piena di storie, politica, sentimenti, passione. In sei ore scarse mi narra tante di quelle vicende sulla cultura basca che non so come ordinarle. Decido di cominciare dalla storia di suo padre ma non senza far prima un breve excursus storico, nel limite delle mie conoscenze, su uno dei popoli più affascinanti della Terra.

Occhio notturno, ManueleGeromini©️

Occhio notturno, ManueleGeromini©️

L’ultimo popolo indigeno d’Europa

Le origini del popolo basco sono antichissime e per molti versi incerte. Ci sono diverse teorie sui primi uomini che abitarono queste terre: c’è chi le fa discendere dall’uomo di Cro-Magnon, chi dai celti, chi addirittura da popoli caucasici. La teoria comunque più diffusa è che un’era glaciale costrinse popolazioni del centro dell’Europa ad emigrare in aree più miti, che trovarono negli attuali territori di Euskal Herria, all’incirca nel 12.000 a.c. Nulla di tutto questo può essere confermato con certezza, ad ogni modo tale mistero aumenta il fascino dei Paesi Baschi e della sua storia senza eguali al mondo.

È la lingua euskera a suscitare un fascino ancor maggiore. Idioma isolato, preindoeuropeo, senza legami con nessun altro ceppo linguistico in Europa. Lontanissimo dalle lingue latine, è ancora oggi il più importante strumento identitario dell’intero popolo basco. I territori di Euskal Herria (che significa letteralmente: il popolo che parla euskera) coincidono con le regioni storiche dove si è sempre parlato euskera. Sarebbero gli attuali Paesi Baschi e la Navarra in Spagna, e le regioni dei Pirenei Atlantici francesi (Lapurdi, Zuberoa e Baxenbarre). Ma non fatevi scappare di fronte un basco quale sia il confine tra le due nazioni, perché il loro concetto di confine è delimitato dalla lingua e non dai trattati internazionali. Un basco è principalmente una persona che parla l’idioma basco prima di essere una persona che vive nel territorio dei Paesi Baschi. Come mi dice Beniat: a los dos lados de la frontera hablamos el mismo idioma.

Mappa della regione, Fonte Google

Mappa della regione, Fonte Google

I baschi dispongono quindi di un universo culturale molto complesso ma fortemente peculiare che è sopravvissuto ed è stato tramandato nel tempo, contribuendo a rafforzare un sentimento di appartenenza collettivo e a forgiare una precisa identità di gruppo.

Fonte: http://www.rivistaetnie.com/paesi-baschi-storia-e-cultura-62973/

Meriggio

Sono le tre del pomeriggio di un rovente meriggio di luglio. Sono al bar di un parco della città mentre tracanno una caña come se fosse acqua gasata. La maglia indossata poche ore prima è già madida, riprendo energie dal lungo errare, appunto qualche sensazione sul taccuino. D’un tratto di fronte a me due ragazze bellissime cominciano a scambiarsi effusioni, avranno vent’anni o poco più. L’una coi capelli lunghi neri tirati all’indietro e gli occhiali scuri, l’altra un po’ più in carne indossa una salopette con una bretella staccata. Le loro lingue si toccano soavemente, le loro mani si intrecciano. Ammaliato da questa visione ammiro con delicatezza rifugiandomi dietro le mie lenti da sole. Bevo un’altra caña questa volta a mò di chupito. La cuenta por favor caballero. Posso continuare il mio peregrinare sul letterario basco con nuova linfa. Mai pausa birra è stata tanto rinvigorente.

Florealità in m

Florealità in movimento, ManueleGeromini©️

Libro (Halo – III)

Patria è comunque un romanzo di piacevole lettura, veloce ed intrigante. Dà notevoli nozioni storiche e s’apprende molto scorrendo le sue pagine. Il terrorismo targato Eta (Euskadi Ta Askatasuna, in italiano Paese Basco e Libertà) ha firmato una delle pagine più nere non solo della storia recente di Spagna ma dell’intera Europa. Nel corso della sua attività terroristica, durata quasi mezzo secolo, l’Eta ha causato la morte di 822 persone: 481 tra agenti di polizia o militari e 341 civili. Nel 2011 l’Eta ha deposto l’ascia di guerra sciogliendo l’organizzazione. Nata nel 1958 su principi marxisti-leninisti, si poneva lo scopo dell’indipendenza del popolo basco. Questa è storia e non c’è nulla da eccepire a riguardo. Il libro tratta una delle tante, tantissime situazioni tragiche che si sono verificate e che hanno distrutto famiglie intere e fatto vivere nel terrore migliaia di persone, per troppo tempo. L’imposta rivoluzionaria è stato uno strumento di finanziamento coatto dell’organizzazione. Quello che in Sicilia era ed è il pizzo, nei Paesi Baschi è stata l’imposta rivoluzionaria. Tutto questo è vero e le sue cicatrici sono ancora tangibili nei racconti della gente. Ma c’è anche dell’altro, molto altro. Perché si è arrivati al punto nei Paesi Bachi di costituire un’organizzazione terroristica tanto crudele e sanguinaria? Perché nel libro non c’è mai traccia della cultura ultramillenaria basca? Perché non c’è neanche un segnale della violentissima repressione franchista ai danni dei baschi per più di quarant’anni? Il dolore delle vittime innocenti del terrorismo è ineccepibile e merita rispetto profondo, ma provare a spiegare i motivi della lotta sarebbe stato un po’ più saggio da parte di Aramburu. Troppo facile indicare il gesto estremo senza approfondire le cause che lo generano. Troppo semplice dare ad un palestinese che si fa saltare in aria del terrorista, senza sapere magari che la sua famiglia è stata sterminata dalla furia israeliana. Il libro pecca in questo, espone solo una parte del dolore del popolo basco, senza approfondire, neanche lontanamente, la genesi del conflitto.

La tortura come strumento politico

È la sera del 13 giugno del 1979, Xabier Onaindía Ribera, medico pediatra e dirigente del sindacato LAB, fu arrestato all’uscita di casa sua. Fu portato al commissariato di Indautxu di Bilbao e tenuto lì per nove giorni e nove notti dove fu sottoposto ad ogni tipo di tortura:

Gli applicarono continue scariche elettriche ed il quirofano, che consiste nel mettere il detenuto sopra un tavolo, con il tronco del corpo fuori legandolo ai polsi, e lo si colpiva in diverse parti del corpo: testicoli, su tutto il corpo ed in particolare la testa.

Al decimo giorno fu rimesso in libertà senza nessuna accusa a suo carico. Onaindía presentò querela per torture criminali al tribunale di Bilbao. A suo favore si schierò il medico forense che lo esaminò dopo le torture, il quale era stato suo professore ai tempi in cui Onaindía era studente. Il referto del medico fu il seguente:

Il detenuto presentava rigidità alla colonna vertebrale, ematomi vari al cuoio capelluto, nella parte parete-occipitale destra, varie bruciature nella parte frontale sia destra che sinistra, erosioni su entrambi i polsi, ecchimosi estese sulle estremità inferiori, disturbi di tipo nervoso, nevrosi reattiva, angoscia e insonnia.

Il processo è andato avanti per anni, solo nel 1983 si arrivò al giudizio finale. Tre agenti della polizia (Amadeo Abonjo, Salvador Cano e Miguel Angel García) furono giudicati colpevoli per i reati di tortura, minacce e coercizione. Furono condannati a dieci mesi di carcere a testa, 400.000 pesetas di indennizzo e dieci anni di interdizione dai pubblici uffici. A trentacinque anni passati da questi fatti criminosi, nessuno dei tre condannati ha passato né una sola ora in carcere né pagato la pena pecuniaria né hanno avuto alcuno ostacolo per continuare a fare carriere nella polizia. Il governo di Madrid ha sempre protetto i tre condannati. Li ha tutelati in ogni forma possibile, andando anche oltre la legge. Giustizia per Xabier Onaindía Ribera non si è davvero mai avuta. Beniat è il suo primogenito.

(Fonti ufficiali relativi alle torture subite da Xabier Onaindía Ribera):

Roberto Bruccoleri a sinistra, Beniat sulla destra. ManueleGeromini©️

Roberto Bruccoleri a sinistra, Beniat sulla destra. ManueleGeromini©️

Hay mucho sufrimiento por aqui mi dice Beniat. Da entrambe le parti del conflitto mi fa intendere. Non c’è famiglia basca che non abbia avuto o un innocente che ha subito le violenze dell’Eta o persone che hanno subito torture da parte da chi rappresentava lo Stato. Passeggiando per le strade si origliano spesso voci di gente dire Libertad o Convictos o Proceso. La situazione è cambiata nel 2011 quando l’Eta ha abbandonato la lotta armata dopo che il governo aveva dichiarato illegale il partito politico di Batasuna. Secondo la testimonianza del mio interlocutore l’Eta ha abbandonato la lotta per salvare il popolo basco, per tutelarlo dagli abusi della polizia e del governo centrale. El entorno (l’ambiente) lo chiamano da queste parti, ovvero il fatto che la polizia spagnola per accusare qualcuno, per qualunque cosa avesse fatto, bastava dicesse che fosse vicino all’Eta, ed allora potevano perseguitarlo e arrestarlo. Immagino la mia perenne guida spirituale, Leonardo Sciascia, come avrebbe potuto chiamare questo fenomeno, forse: i professionisti dell’antiEta? Peccato tu non sia più tra noi ad illuminarci maestro:

Non si può amare un luogo, una gente, fino a questo punto; e un luogo, poi, in cui si è sofferto e una gente con cui non si era per nulla d’accordo. Mia madre ne aveva avuto dolore, della sua vita lì; vi si era ribellata, ne era fuggita. Ma ne aveva un amore che andava oltre la morte…

Leonardo SciasciaIl cavaliere e la morte

Libro (Halo – IV)

Oltre ad avere venduto più di 700.000 copie in Spagna, Fernando Aramburu ha ricevuto il prestigioso premio letterario “Tomasi de Lampedusa” a Santa Margherita Belice, in Sicilia, nell’agosto del 2018. Nell’intervista successiva al ritiro del premio ha affermato:

Ho preso subito le distanze dall’Eta. Ho vissuto da vicino gli attentati e la dittatura di Franco. La propaganda basca non mi ha mai catturato: vedevo morire donne e bambini […] Sono arrivato a Palermo dalla Germania senza dover usare il passaporto. Il mondo ha bisogno di aperture, non di chiusure, e soprattutto di umanità.

Dice di non credere alle piccole Patrie e desidera un mondo aperto senza confini. Traumatizzato dagli eventi di quando era piccolo ha deciso di rinnegare la sua cultura ed il suo popolo. Non è riuscito a sopportare la violenza, come se l’abbia subita solo lui. Anche il sottoscritto è cresciuto nel terrore durante gli anni della guerra di mafia tra gli anni ottanta e novanta in Sicilia. Tra il 1989 ed il 1992 si sono verificati quasi quattrocento omicidi nella provincia di Agrigento in cui sono nato e cresciuto. Ho sofferto e sono cresciuto con la paura giornaliera della violenza, una sensazione che mi sono portato dietro per tanto tempo, ma mai potrei rinnegare la mia terra e la sua cultura millenaria per questo motivo. Piuttosto ho cercato di comprendere negli anni perché si è arrivati a tutto ciò, quali sono state le cause. Ho studiato, ho approfondito, ho chiesto, ho curiosato. La mia conclusione è che non esiste terra senza problemi, e gli stessi problemi devono essere analizzati da diversi punti di luce, altrimenti si cade nella banalizzazione del fenomeno. Dal mio personale punto di vista Fernando Aramburu è un uomo non solo senza patria, come lui stesso riconosce, ma anche senza identità. Una persona che cavalca i tempi della globalizzazione e del politically correct per disprezzare ciò che l’ha fatto diventare un grande scrittore. Perché è la tua terra ed i primi dieci anni di vita che plasmano l’anima di un uomo, non i premi che si ricevono facendo genuflessioni all’editoria ed al governo spagnolo.

Nel libro il fratello di Joxe Mari è un ragazzo sensibile che viene affascinato dalla cultura basca fin dall’adolescenza. Comincia a scrivere poesie in euskara che gli vengono pubblicate, crescendo avrà una trasmissione alla radio, scriverà libri per bambini in lingua basca. Questo personaggio sarebbe stato il nodo perfetto per parlare della lingua euskara, la sua ultramillenaria origine, il significato identitario nei Paesi Baschi di oggi, il collante per eccellenza di un intero popolo, ed una delle lingue più affascinanti della terra. Ed invece nulla, non c’è traccia alcuna della storia della lingua basca. Messa in evidenza solo quando il giovane protagonista è costretto a scrivere sugli striscioni dell’Eta da esporre alle manifestazioni, come se fosse una lingua qualunque, senza nessuna enfasi né un minimo, non dico di riconoscenza, ma almeno di peculiarità. Nulla. Per Aramburu qualunque aspetto basco è terrorismo, unica equazione possibile nella sua prosa. Inoltre, opinione personale, il libro sembra scritto con un linguaggio “sempliciotto” e con molti stereotipi, adatto alla lettura di gente non abituata a leggere e che si possa infiammare con poco. Da segnalare anche alcuni passi che cadono nel più profondo fabiovolismo:

Mi piacerebbe aprirti un foro sulla fronte per affacciarmi di tanto in tanto nel tuo cervello e scoprire quello che pensi e quello che provi.

Solitud, ManueleGeromini©️

Solitud, ManueleGeromini©️

Noche y Casco Viejo

L’atmosfera si surriscalda facile nelle notti basche di inizio luglio. Fa caldo, i palazzi e l’asfalto amplificano il calore, la gente vuole bere cerveza per rinfrescarsi. È Calle Ledesma il primo refrigerio che coinvolge. Pensavo fosse una strada intitolata allo storico capitano della Lazio di inizio anni 10, ma ho capito subito di soffrire di allucinazioni calcistiche. Meglio entrare in una Taberna e non pensarci più. Ce ne sono a decine, su entrambi i lati della strada. Milioni di pinchos affollano i banconi dei locali. Hanno forme piramidali tendenti al dionisiaco. I vassoi su cui sono appoggiati vengono rifocillati continuamente. Ogni pincho ha la dimensione di una pigna, conditi con ogni genere di cibaria, sembra quasi una gara a chi li fa più belli, più grossi e più colorati. Uova, salmone, jamon, sarde, formaggio, ogni tipo di vegetale e salse varie a chiuderle con un tocco zigzagato. E l’olio trasborda come l’acqua che fuoriesce dal letto di un fiume in piena. Le macchie che genera nei pantaloni spesso risultano indelebili, ma è anche vero che se non torni a casa con un paio di aloni d’olio sui vestiti probabilmente non sei andato di pinchos.

Taberna Taurina su Calle Ledesma, ManueleGeromini©️

Taberna Taurina su Calle Ledesma, ManueleGeromini©️

I locali sono affollati, la gente è propensa al dialogo. Si può stare all’impiedi vicino alla barra e conoscere gente in mobilità, o sedersi in modalità più statica ed attaccare bottone col solo movimento del collo. Dipende dal momento, da dove sono posizionate le belle donne e dall’euforia delle differenti zone del locale. A me, personalmente, piace alternare, l’importante è avere una caña in mano ed un pincho sul piattino ad attendermi di essere azzannato. Da lì l’approccio è natura. E poi, quando ci si è saziati di cibo ed il palato richiede un aumento della graduazione alcolica, iniziano i Gin Tonic. Non quelli che siamo abituati a bere in Italia nel bicchiere di plastica con tre mini cubetti di ghiaccio, il gin di Renton di Trainspotting e l’acqua tonica aperta dal giorno prima. Ma Gin Tonic seri e valorosi, serviti nel baloon con cubetti di ghiaccio grossi quanto un pugno, gin di qualità e la bottiglietta d’acqua tonica aperta davanti con tutte le bolle vive ed efferverscenti pronte a ridare linfa alla notte; e la scorzetta di limone, massaggiata dal barman prima di essere passata sul bordo del bicchiere, viene tirata dentro a simboleggiare l’inizio delle danze. A me è piaciuta assai Calle Ledesma, ho bevuto e mangiato di gran gusto in diversi posti. Ho parlato con tanta gente e son rientrato con un piacevole retrogusto di euforia della notte. Non male davvero, ma niente a che vedere con l’atmosfera che riserverà nelle sere successive El Casco Viejo.

Plaza Miguel de Unamuno –Casco Viejo, ManueleGeromini©️

Plaza Miguel de Unamuno –Casco Viejo, ManueleGeromini©️

«This is not Spain nor France – Euskal Herriak Independentzia.» È uno striscione che campeggia perenne sulla splendida Plaza Miguel de Unamuno. Il visitatore deve subito comprendere in che zona sta entrando. Inizia un continuo intricarsi di vicoli e vicoletti, coi palazzi in puro stile basco stretti e vicini, con colori vivi e intensi e tante piante alle facciate. Le ikurriñas (le bandiere basche) svettano dalle finestre, insieme a tanti altri simboli delle varie associazioni sociali: dai diritti delle donne a quelle dell’autodeterminazione dei popoli. Ogni tanto anche una bandiera del Jolly Roger sventola felice, in questo contesto ci sta alla perfezione come il pistacchio tritato sulla pasta col pesce spada.

Un anziano con la txapela, ManueleGeromini©️

Un anziano con la txapela, ManueleGeromini©️

Non è proprio la via dello shopping che i turisti s’aspettano di incontrare quando viaggiano. Non ci sono simbologie consumistiche americanocentriche. Solo negozi e bar locali, pieni di gente che si lascia trascinare da questa atmosfera indipendentista ed autentica. E’ molto anarchica l’aria che si respira per le strade del Casco Viejo. Tanti murales sulle saracinesche inneggianti l’indipendentismo basco, le persone si siedono serenamente per terra a bere le birre. Continue vampate d’hashish arrivano all’olfatto. C’è anche del serio punk in questo colorito contesto. Ce ne se ne rende conto anche dal trasandato abbigliamento di molte donne: scarpa da trekking, pantalone largo, canotta e capello increstato. Un pò ricorda la Bologna anni ottanta di Pazienza, un po’ la Berlino del primo post-muro, ma sono solo allusioni, El Casco Viejo di Bilbao ha un’anima tutta sua, un’anima insurrezionalista.

C’è qualcosa però che contraddistingue tanti locali del Casco Viejo. Soprattutto colui che vi entra per la prima volta, sarò colpito da alcuni salvadanai vicino la cassa legati tra loro da una catena e dalle foto di alcune persone appese al muro. I primi sono le huchas per il supporto, soprattutto alle famiglie, dei detenuti baschi nelle prigioni spagnole. Spesso il governo centrale detiene i baschi nelle carceri in Andalusia o comunque in luoghi lontani da Euskal Herria. E’ una strategia di Madrid per indebolire i legami dei baschi. I familiari dei detenuti devono far fronte a notevoli spese per visitare i propri parenti in carcere (ne parla pure Aramburu nel libro). Tali offerte servono a sostenere questi viaggi. L’autofinanziamento sociale è stato da sempre una forte forma di sostentamento del popolo basco. Non solo per i prigionieri politici, ma anche per varie associazioni culturali e per feste popolari. Invece del web-glamour crowdfunding qui si usa ancora lasciare una moneta per una causa in cui crede la comunità, popolo vero!

Le foto appese al muro ritraggono invece prigionieri politici baschi. In ogni foto viene indicato il carcere dove si trova il detenuto. Ogni qual volta qualcuno viene liberato si butta giù la foto e si festeggia. Ma sono ancora centinaia e centinaia i detenuti politici baschi nelle carceri spagnole; nonostante l’Eta si sia sciolta nel 2011 ed abbia deposto le armi il governo di Madrid invece non sembra minimamente intenzionato ad allentare il braccio duro nei confronti di chi ha idee diverse rispetto a loro. Molti casi sono stati segnalati negli ultimi anni di morti sospette di detenuti baschi. Come il caso di Xabier Rey, morto lo scorso marzo in prigione, ufficialmente suicidio, dopo essere stato in isolamento per più di due anni. Si sono svolte diverse manifestazioni in molte città basche per chiedere verità su questa morte, quantomeno sospetta.

I prigionieri politici baschi continuano a morire

O come il caso degli otto ragazzi di Alsasua che sono stati condannati a pene fino a 13 anni a testa per una rissa con 2 poliziotti in borghese durante una festa. Considerato uno dei casi di ingiustizia più eclatanti degli ultimi anni, condanne decisamente eccessive per il tipo di reato commesso. Ne parla anche il gruppo in Italia Euskal Herriaren Lagunak – Amici e amiche del paese basco.

Dalla pagina Facebook «Amici e amiche del popolo basco»

Dalla pagina Facebook «Amici e amiche del popolo basco»

Piaccia o no questa è la vera atmosfera del Casco Viejo e s’ha da vivere senza pregiudizi e con la mente aperta. Il senso di comunità è ancora forte in questo quartiere, piccoli gesti fanno comprendere il legame che unisce questo popolo dalla storia millenaria. Nei bar, ad esempio, è uso comune che i clienti riportino i bicchieri vuoti al bancone una volta terminata la bevuta, così da agevolare il lavoro. E poi si respira un’aria di estrema socialità, senza pregiudizi, di genuina accoglienza. In definitiva, non è un posto per pijos (fighetti) ma un luogo di fermento politico con una forte componente umana. È il cuore pulsante di Bilbao e l’epicentro spirituale dell’indipendentismo basco. El Casco Viejo è da gemellare immediatamente con St.Pauli ad Amburgo ed Exarchia ad Atene.

Casco Viejo di notte, ManueleGeromini©️

Casco Viejo di notte, ManueleGeromini©️

Beniat

Passano le ore, non si smette di parlare. Andiamo a fare due passi per la città, beviamo qualche birra, continuiamo a parlare. Sto imparando tante cose sui Paesi Baschi in questo pomeriggio. Ogni tanto provo a intervenire dicendo qualcosa che ho appreso prima di venire qui, ma ciò non suscita mai un particolare interesse; sembra che io sappia notizie banali, quelle ufficiali, quelle che non valgono nulla. Oggi i Paesi Baschi sono governati dal PNV, il partito nazionalista di destra. La sua politica fa l’occhiolino a Madrid, si “accontenta” della libertà concessa ai baschi dalla Repubblica del 78, e tratta tutta la cultura basca con un spirito folkloristico più che identitario. E poi il socialismo in Euskal Herria è forte mi dice Beniat, ma è un fenomeno degli ultimi cento anni. I baschi hanno sempre utilizzato nelle loro terre una forma di socialismo anche più avanzato rispetto a quello che conosciamo oggi. Un socialismo campesino lo chiama Beniat, e mi spiega: non c’era feudalesimo ed ognuno era padrone della propria terra, non v’erano né marchesi né duchi né gattopardi vari a cui sottostare. Non era molto collettivista ma si era creato un equilibrio sociale che aveva portato avanti per secoli il popolo basco in unione, amore e condivisione. La società basca è sempre stata matriarcale fino a quando la Chiesa non ha deciso di cominciare ad accusare le donne di essere brujas (streghe) ed a perseguitarle. La storia cavalca i secoli, gli impostori, le politiche di annessione, ma il popolo basco è sempre lì, resiste imperterrito e lotta con ogni mezzo a disposizione per mantenere viva la propria identità. Lo strumento principale di lotta è l’utilizzo della lingua euskara; parlare in basco è un vero e proprio gesto militante, è l’ultimo nodo che tiene legato un popolo, è l’ultimo avamposto prima dell’abbandono all’omologazione dei popoli che ci vuole imporre la globalizzazione dei mercati.

Un populu
mittitilu a catina
spughiatilu
attuppatici a vucca
è ancora libiru.

Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unnu mancia
u lettu unnu dormi,
è ancora riccu.

Un populo
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbano a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d’iddi.
Mi n’addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialetto
ca perdi na corda lu jornu.

Il poeta siciliano Ignazio Buttitta, Lingua e dialettu.

(Per la poesia intera e la traduzione in italiano ecco il link)

https://digilander.libero.it/scuolaacolori/intercultura/materiali/buttitta.htm

Areeta, ManueleGeromini©️

Orson vs Gillo

Due dei più grandi registi della storia del cinema hanno girato un film sui Paesi Baschi. Il primo è The land of Basque di Orson Wells, documentario per la BBC che il grande regista americano girò nel 1955. Con una serie di interviste nei pueblos dei Paesi Baschi, Wells mette in evidenza le peculiarità di questo popolo, le differenze con il sistema educativo americano ed i racconti di emigrati che hanno deciso di tornare nella loro terra d’origine. Con uno strabiliante smoking il grande regista, autore di Quarto Potere, fa conoscere al mondo una cultura fino a quel momento pressoché sconosciuta al grande pubblico. Oltre ad una parte finale interamente dedicata alla Pelota Basca, lo sport più antico e più identitario del popolo basco (in Italia diventato famoso dopo il film con Bud Spencer Pari e dispari degli anni ottanta). Il film-documentario di Wells è disponibile interamente e liberamente sul web, qui.

Il secondo grande film sui Paesi Baschi, ed in particolare sull’Eta, è del nostro Gillo Pontecorvo. Il regista de La battaglia di Algeri, film studiato tutt’oggi nelle accademie militari di mezzo mondo, nel 1979 decide di girare Ogro e dare la parte di attore protagonista all’immenso Gian Maria Volenté, senza alcun dubbio il più grande attore di ogni tempo e luogo. Si ripercorre la storia dello spettacolare attentato compiuto dall’Eta nei confronti di Carrero Blanco, avvenuto a Madrid nel dicembre del 1973. L’ottantunenne Franco, che aveva realizzato di essere agli sgoccioli della vita, aveva nominato Carrero Blanco come Presidente del Governo, con la chiara intenzione di metterlo come suo successore alla guida del franchismo. Un attentato che ha cambiato la storia di un intero paese e messo fine all’ultima dittatura fascista in Europa. Uno dei momenti più cruciali dell’ultimo secolo di Spagna dopo la guerra civile degli anni trenta. E’ stata senza dubbio l’azione militare meglio riuscita nella storia dell’Eta; in molti hanno sospettato, e nel film se ne fa anche cenno, che i servizi segreti americani sapevano ma che anche a loro faceva comodo far terminare la dittatura di Franco. Fondamentale il dialogo finale tra due dei protagonisti dell’attentato che rappresenta, a mio parere, la vera essenza della questione basca oggi:

Il primo che persegue il mito sanguinoso di una perfetta sovranità popolare e che nella Spagna post-franchista continuerà a fare il terrorista in nome della sua fede politica. Il secondo invece che, pur avendo guidato l’operazione Ogro, crede che la violenza possa essere giustificata solo per opporsi alla violenza della dittatura, ma che diventa fanatismo quando vi siano gli strumenti politici democratici per combattere, coraggiosamente e pazientemente, per la realizzazione dei propri ideali. (dalla pagina Wikipedia sul film https://it.wikipedia.org/wiki/Ogro)

La scena dell’attentato a Carrero Blanco:

Libro (Halo – V)

Guillerme, è lui il mio personaggio preferito del libro. Non è uno dei protagonisti principali dell’opera, ma il suo carattere e la sua determinazione me l’hanno fatto amare. La sua sofferenza quando perde il lavoro, il suo stato psichico nell’affrontare quel periodo, la sua depressione e la sua perdizione. Sono tutti sentimenti che conosco bene e che leggendoli mi hanno commosso. Perché la letteratura è anche questo, aiuta a comprendere la vita vissuta dandogli una forma sostanziale:

La verità è che certe cose, quando le trovi scritte e dimostrate, anche se le conosci per esperienza, assumono un altro aspetto. Le parole stampate non sono mai come i discorsi che facciamo noi, chi le scrive ci mette sempre un pò di magia. T’insegnano a ragionare su un argomento, e quello che magari pensavi di già, ti sembra anche più vero.

Vasco Pratolini – Metello

Si sa che anche i libri che non piacciono insegnano sempre qualcosa. Perché leggere è sempre uno sforzo intellettuale. Aramburu azzecca il miglior personaggio senza rendersene conto. Guillerme è un uomo vero, semplice, profondo. Pecca in alcuni comportamenti ma è umano. E ed ognuno di noi è libero di affezionarsi a chi più gli sembra vicino, soprattutto nella letteratura.

Lo società basca è oggi profondamente divisa. Finché c’era Franco al potere il supporto all’Eta era pressoché unanime da parte della popolazione. Dopo il 1978, e la proclamazione della Repubblica, il popolo ha dovuto prendere una decisione: chi ha accettato la Repubblica ed in essa ha visto la possibilità di crescere democraticamente, e chi non. Per questi ultimi il fine ultimo dev’essere la completa indipendenza di Euskal Herria. Non accettano il fatto che lo stesso Re di Spagna che ha appoggiato la dittatura franchista, e non ha mai mosso un dito contro la repressione violentissima nei confronti dei baschi, abbia proclamato una Repubblica democratica camuffandosi da uomo di pace. Inoltre i baschi hanno sofferto la divisione amministrativa dalla Navarra che è sempre stato territorio di Euskal Herria. Secondo loro è stato un atto voluto da Madrid, al fine di togliere potere ed identità al popolo basco che ha sempre avuto in Pamplona la propria capitale storica. Quello basco non è un indipendentismo nazionalista, ma culturale ed internazionalista. Loro non si sentono “migliori” di altri per razza, cultura o genetica, come siamo abituati a concepire i nazionalismi contemporanei. Non vogliono chiudersi ermeticamente tra loro per creare un popolo “puro”. Non è assolutamente questo tipo di nazionalismo. I baschi vogliono essere indipendenti ma aperti al mondo. Chiunque può venire a vivere in Euskal Herria e non c’è alcuna voglia di isolarsi; il fatto è che i baschi si riconoscono esclusivamente nella loro cultura, nella loro storia, nella loro lingua e non hanno niente da spartire né con i spagnoli che con i francesi.

Ho chiesto in giro alla gente cosa pensasse di Patria. Le risposte sono state perfettamente suddivise tra lettori a cui è piaciuto molto ed altri che l’hanno disprezzato. Provando a creare un identikit dei due tipi di persone posso sbilanciarmi dicendo che: i primi sono tendenzialmente persone non basche al 100% (vi è stata molta immigrazione interna visto il grande polo industriale che c’è a Bilbao che ha portato migliaia di persone da tutta la Spagna a vivere qui), i secondi sono tutti baschi da generazioni. Diciamo che un merito che va ad Aramburu è che le reazioni al suo libro (seppur tutta la lobby editoriale l’ha osannato, ma quella è finanza si sa e non conta) sono lo specchio di cosa pensa dell’indipendentismo basco il popolo che vive qui. Ha alimentato un dibattito e questo è ciò che deve sempre fare la scrittura.

 
 Il ponte di Portugalete. La vecchia zona delle fabbriche dove vivevano i lavoratori immigrati, ManueleGeromini©️

 

Sono entrato in diverse librerie. Nessun altro luogo può essere più adatto per discutere di letteratura basca mentre si è in terra basca. Tutti i librai con cui ho parlato sono concordi: Patria di Aramburu è solo un fenomeno editoriale, non rappresenta la cultura basca. Lo si critica perché vive in Germania da trenta e passa anni ed ha perso completamente il contatto con la realtà basca. Inoltre non parla l’euskara e ciò si riflette, secondo il librai, nella sua opera e nella sua ideologia. Il basco è una lingua poco letteraria, solo pochissimi scrittori vengono tradotti in spagnolo e nelle altre lingue; e col passare del tempo le nuove generazioni lo parlano sempre meno. E’ vero che lo imparano a scuola, ma lo scrivono pochissimo ed in pochi lo leggono e lo parlano frequentemente. Questo è il motivo per cui parlare in basco è un gesto di militanza, per far continuare a vivere la lingua di uno dei popoli più antichi del mondo. Vogliono distruggere la lingua basca e lo vogliono fare gradualmente, coi mezzi di comunicazione di massa, col colonialismo mentale, con l’indottrinamento occidentalista alla vita. E noi dobbiamo sostenere e rispettare sempre chi lotta per mantenere viva una cultura, un’identità, una patria. Dobbiamo sempre stare dalla parte di chi resiste e non di chi s’inchina ai poteri forti, agli impostori, ai fautori dell’omologazione del mondo.

Solo chi dispone di un’identità culturale può rispettare quelle altrui e misurarsi dialogicamente con esse. La dinamica della mondializzazione capitalistica, imponendo una sola cultura, si risolve nella soppressione della cultura in quanto tale, sostituita dalla reificante reductio ad unum dell’uomo senza identità e spessore critico. Al dialogo tra popoli fraterni e solidali preferisce il monologo fintamente pluralistico della società di massa globalizzata di individualità seriali e sradicate, in cui sussiste un’unica plebe informe, desimbolizzata e deeticizzata.

Diego Fusaro – https://www.facebook.com/diegofusarofilosofo/posts/solo-chi-dispone-di-unidentit%C3%A0-culturale-pu%C3%B2-rispettare-quelle-altrui-e-misurars/844606919013885/

Oltre Aramburu

Il grande scrittore ungherese Sándor Márai in uno dei suoi libri più belli, Terra, Terra!, ad un certo punto decide di scappare, essendo da poco finita la guerra, ed andare a vivere in Svizzera. Col tempo si rende conto che libertà paventata dalla ricca nazione elvetica non è poi così appagante. Finché un giorno una consapevolezza lo assale: si rende conto che la sua lingua, l’ungherese, è parlata da poco più di dieci milioni di persone, e che se gli intellettuali come lui scappano nessuno la alimenterà più, la lingua inizierà un lento declino che la porterà all’estinzione e di conseguenza tutto il popolo ungherese non avrà più un’identità. Motivo che lo spingerà a tornare per continuare a far vivere la sua patria e la sua cultura.

Ci sono molti scrittori baschi che, a differenza di Aramburu e sulla stessa linea di pensiero di Márai, si sforzano continuamente di scrivere in euskara per mantenere viva la lingua e l’identità del popolo basco. Il più conosciuto è sicuramente Bernardo Atxaga, che scrive in basco per poi essere tradotto in diverse lingue. In Italia le sue opere sono state pubblicate da Einaudi. Ho avuto la fortuna di poter leggere tempo addietro il meraviglioso romanzo Il libro di mio fratello che narra di una storia quasi miracolistica avvenuta nelle campagne basche durante il franchismo. Un libro che spiega bene il fenomeno della repressione fascista nei confronti dei baschi, delle torture e delle umiliazioni che hanno dovuto subire nell’arco di un quarantennio. Libro che ha avuto pochissimo successo e penso che adesso sia molto difficile da trovare. Atxaga è considerato oggi il più grande scrittore basco contemporaneo. La sua prosa è emozionante, profonda e commovente. Lo consiglio col cuore in mano a chi voglia approfondire, attraverso la letteratura, alcuni aspetti culturali e politici di Paesi Baschi. E poi fa vivere i paesaggi dell’entroterra, la vita della gente del campo, le usanze millenarie della popolazione. Ho trovato un suo libro di racconti, Obabakoak (in italiano pubblicato con il il titolo Storie di Obaba) all’aeroporto mentre ero di ritorno. L’ho preso in spagnolo (l’euskara purtroppo non lo parlo) e m’è rimasta impressa una parte, che forse non sembra avere molta enfasi, ma m’ha ricordato il paesaggio che vedevo dal treno mentre attraversavo i Paesi Baschi.

Pero el paisaje que podía verse desde él me atraía mucho. Era verde, ondulado, salpicado de casas blancas; la clase de paisaje que todo adolescente intenta describir en sus primeros poemas.

Una tipologia di scrittura agli antipodi rispetto a quella di Aramburu. Una scrittura identitaria che vuol far conoscere al mondo le terre basche attraverso i suoi odori, i suoi racconti e la sua storia. Una scrittura antiglobalista, un vero scrittore patriota. Atxaga – Aramburu decisamente dieci a uno (e l’uno è per Guillerme).

In viaggio, ManueleGeromini©️

Athletic Bilbao: prima un’identità, poi una squadra di calcio

È il primo maggio del 2016, Paolo Maldini entra visibilmente commosso sul prato dello Stadio San Mamés di Bilbao, per ritirare il One Club Man Award. Premio istituito dall’Athletic Bilbao e destinato ai campioni che nella loro carriera hanno vestito una sola maglia. Quelli che non hanno mai lasciato la squadra con cui sono cresciuti, che hanno sempre detto di no alle lusinghe degli altri club, quelli che hanno messo la passione e l’identità prima del successo. È stato il secondo giocatore a ricevere questo premio dopo la bandiera dell’ex Southampton Matthew Le Tissier. Il prossimo, a quanto dicono, dovrebbe essere Francesco Totti, ma al momento sono solo voci. Un premio del genere, in un calcio mondiale e globalizzato dove oramai i giocatori locali sono in media sotto il 20% della rosa, è un ennesimo atto di lotta identitaria internazionalista, che contraddistingue i baschi, anche nel calcio, nel panorama europeo. Da vedere assolutamente l’emozionante video della premiazione allo storico capitano del Milan.

È una calda mattina di foschia a Bilbao. Lo stadio San Mamés è in pieno centro di città. Non lontano dall’alloggio, d’obbligo è la visita. Una sorta di astronave futurista si erge girando l’angolo di una strada. Lo stadio è stato eletto come unico campo spagnolo nel prossimo Europeo di calcio nel 2020, dove per la prima volta nella storia ci saranno sedi miste e non si giocherà in una singola nazione. Ad accoglierci per la visita guidata c’è il simpaticissimo Pablo, che ci onora addirittura del tour in italiano. Appassionato ed amante viscerale dell’Athletic ci coinvolge subito nella storia del club, nella sua filosofia calcistica, nel profondo significato che ha questa squadra per il popolo basco.

Particolare dell’esterno dello stadio San Mamés, ManueleGeromini©️

Una delle cinque squadre in Europa a non essere mai retrocessa in seconda divisione (insieme a Barcelona, Real Madrid, Inter e Bayern Monaco), con uno stadio strabiliante da cinquanta mila posti, senza nessun Presidente ma quarantacinque mila soci e deciderne le sorti. Da più di cento anni la filosofia è sempre la stessa: solo chi è nato e cresciuto in Euskal Herria, o è originario basco o chi si è formato nelle giovanili di un club basco, può vestire questa prestigiosa maglia. Otto campionati di Spagna vinti, ventitré Coppe nazionali (solo il Barcelona ne ha vinte di più), due Supercoppe di Spagna (l’ultima delle quali con uno straordinario 4 a 0 contro il Barcelona degli msn nel 2015 con gol da metà campo di San Josè e tripletta dell’idolo Aritz Aduiz) e due finali Coppa Uefa/Europa League perse (nel 1977 con la Juventus di Bettega e nel 2012 contro l’Atletico Madrid del Cholo Simeone), coronano il palmares di una squadra che ha fatto della propria identità sociale il suo marchio di riconoscimento, e l’ha portata ad essere considerata l’ultimo baluardo di resistenza politica nel calcio contemporaneo, ormai ridotto a feticcio assoggettato ai voleri della finanza globalista.

Lo splendido stadio San Mames di Bilbao, ManueleGeromini©️

La visita dello stadio scorre piacevole. Visitiamo il campo, il museo della squadra, la sala conferenze, gli spogliatoi, il famoso tunnel che porta in campo, l’area dedicata ai soci, l’area giornalisti. E nel mentre continuiamo ad ascoltare Pablo, i cui racconti sull’Athletic indubbiamente arricchiscono e chiariscono molte cose. E’ una squadra che preferisce investire nel vivaio che comprare grandi calciatori. Poi alcuni, se lo desiderano, li vende e fa cassa (per ultimo il difensore Laporte al Manchester City per cinquanta milioni di euro). L’aspetto che più mi ha colpito di questa squadra è che riesce a inglobare tutta la società e tutte le ideologie. Nazionalisti di destra, di sinistra, proSpagna, antiRe, proEuropa e chi più ne ha più ne metta, la domenica sono tutti insieme qui a supportare questi colori ed una sola identità. L’Athletic di Bilbao è un esempio formativo ed un riferimento costante per il popolo basco.

Un non-luogo all’interno dello stadio, ManueleGeromini©️
Il tunnel che porta in campo, ManueleGeromini©️
Il bimbo e il Pichichi, ManueleGeromini©️

Ci avviamo verso la fine del tour, il buon Pablo ci parla anche di due trasferte storiche dove la tifoseria dell’Athletic è stata presente in massa: la grande vittoria all’Old Trafford nel 2012 con il loco Bielsa in panchina e ottomila tifosi al seguito, e la finale di Coppa del Re persa al Camp Nou nel 2015 contro il Barcelona con uno dei gol più belli della carriera di Leo Messi, in quell’occasione arrivarono ben sessantamila tifosi da Euskal Herria. Che squadra memorabile l’Athletic, la apprezzavo già prima ma da questo momento in poi la osanno come emblema di lotta e resistenza. Un dubbio mi sovviene in mente prima di lasciare lo stadio: ma per chi tiferà Aramburu, forse per l’Arminia Bielefeld? Chissà se lo scopriremo, nel mentre:

 ¡Aupa Athletic! ¡Aupa Athletic! ¡Aupa Athletic! ¡Aupa Athletic! ¡Aupa Athletic!

A Fernando Aramburu

Fernando Aramburu, non ho nulla contro di te, chiariamolo. Riconosco che sei un grande scrittore ma semplicemente non sfoderi il genere di letteratura che amo. A me piacciono quegli scrittori che rompono, che creano scompiglio con le loro parole, che distruggono un mondo vecchio per crearne uno nuovo. Sono un celiniano di ferro caro Aramburu, ed anche io sono stato a lungo un globalista ed una persona dall’identità liquida. Ma le cose cambiano nella vita, la perdizione in cui mi ha gettato la globalizzazione mi ha fatto perdere l’orientamento, che ho poi ritrovato grazie all’approfondimento culturale e letterario della mia terra, la Sicilia. Li conosci Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Luigi Natoli? Loro tutti erano siciliani, e sono stati tra i più grandi scrittori ed intellettuali dell’intero novecento italiano, e non hanno mai vissuto lontano dalla Sicilia. Nelle loro opere vengono messe in evidenzia sia le nefandezze del popolo ma anche i loro aspetti magici. La luce e il lutto diBufalino è un libro che ti consiglio di leggere, esprime alla perfezione l’ambivalenza dei siciliani, come nel comportamento di un popolo vi siano entrambi gli aspetti, quelli luminosi e quelli oscuri; e abbiamo sofferto tanto in Sicilia caro Aramburu, fidati. Vedi, in Patria metti in evidenza solo gli aspetti oscuri del tuo popolo, relativi tra l’altro agli ultimi cinquant’anni (cosa sono cinquant’anni quando ne hai quindicimila dietro?). Non metto in dubbio il dolore che hai provato e quello di cui ti sei fatto portavoce relativo alle vittime del terrorismo. Rispetterò sempre chi avrà il coraggio di mettere nero su bianco le proprie sensazioni e chi racconta la verità, ma il tuo popolo è speciale e non merita di essere esposto così al mondo. Avrà tante lacune, tanti difetti e sicuramente si sono lasciati andare troppo con la lotta armata. Assassini depravati sono stati questi dell’Eta, ma non puoi identificare loro con tutta la cultura basca, non è giusto! Perché, ad esempio, parli di Mikel Laboa, il più grande cantautore basco contemporaneo, solo quando Joxe Mari è in carcere e lo canta sottovoce per darsi forza? Perché non spieghi chi fu e cosa ha rappresentato Laboa per il popolo basco? Un’icona di profondità e spiritualità per un intero popolo non può essere ridotto solo all’idolo di un terrorista. Ti dirò di più, nel 1989 David Foster Wallace scrive un saggio musicale intitolato Il rap spiegato ai bianchiErano tempi duri quelli negli Stati Uniti, il razzismo divampava e questa “nuova” musica si espandeva nei ghetti, nelle periferie; ed ad un certo punto anche i bianchi si ritrovano ad essere affascinati da questi nuovi ritmi, questa nuova espressione artistica che ti sputa in faccia il marcio della società. A questo punto intervengono i media e cominciano una campagna feroce contro il rap, identificandolo con il male assoluto. E per dimostrare ciò sai che fanno? Cominciano a diffondere la voce che nelle carceri i detenuti neri, per darsi forza a vicenda, cantavano le canzoni degli N.W.A, e quindi cominciano a diffondere nel popolo l’idea che ascoltare il rap equivalga a supportare la violenza. Tu, caro Aramburu, fai lo stesso con Mikel Laboa. Io invece decido di omaggiarlo, perché le sue canzoni parlano di terra, uccelli, amore, vento, sentimenti, popolo; e perché Txoria Txori è considerata la massima espressione cantata del desiderio di libertà del popolo basco.

(Testo originale basco e traduzione in spagnolo a fronte https://lyricstranslate.com/es/txoria-txori-el-p%C3%A1jaro-es-p%C3%A1jaro.html)

Quanto mi piacerebbe caro Aramburu far parte di un popolo che lotta all’impiedi come il tuo, ed invece appartengo ad un popolo che ha sempre vissuto in ginocchio, chiunque fosse l’invasore, e che nella sottomissione si contorce e si fa guscio e tana; e così passano gli anni, i decenni, i secoli, i millenni, e l’unica cosa che potrà cambiare è il nome del tribuno a cui sottomettersi. Ripensaci Aramburu, sei ancora in tempo, stai avendo un grande successo ma non ti savianizzare. Il mondo non è bello perché è senza frontiere, il mondo è bello perché ogni popolo è diverso ed autentico, ed ogni popolo ti arricchisce della propria cultura. Non tendiamo all’omologazione del globo, piuttosto proviamo ad armonizzarlo, apprendendo da ognuno e ridando in egual e maggior moneta. Ho imparato tanto da questo viaggio nei Paesi Baschi, non credevo che esistessero ancora, nell’ultraoccidentalizzata Europa, luoghi e popoli così autentici, così fortemente legati ad una identità, così poderosamente disposti a rischiare per salvaguardare la propria cultura. Ovunque andrò nel mondo vorrò apprendere dai luoghi che visiterò, ma non rinuncerò mai alla mia storia, alla mia identità, alla mia Patria, intesa come quel luogo del cuore che ha dato forma alla mia vita, e questa sarà sempre la Sicilia.

Tramonto a Bilbao, ManueleGeromini©️

Bilbao, luglio 2018