L’estremo riscatto di Anna Édes e Dezsó Kosztolányi

Federico Musardo

Eppure, caro dottore, loro sono diversi da noi. Hanno stomaci diversi, anime diverse. Sono servi. (p.100)

Esistono solo Pietro e Paolo. Solo uomini. Il genere umano non esiste. (p.104)

Anna Édes (1926), scritto dall’ungherese Dezsó Kosztolányi, ha tutto ciò che serve a un romanzo per abitare l’empireo dei classici. Anfora edizioni va ringraziata, perché attraverso il suo catalogo fa conoscere al lettore italiano alcuni capolavori della letteratura ungherese. Uno degli obiettivi più importanti della casa editrice è tradurre e pubblicare romanzi di alcune tra le letterature europee meno conosciute dalle nostre antologie; in un’intervista alla direttrice editoriale, Mónika Szilágyi, scopriamo che vorranno stampare anche opere di autori slovacchi, cechi, romeni, polacchi, serbi, austriaci.

In Anna Édes , Kosztolányi sa ragionare sulla politica alta raccontando la storia di quella che appare al lettore come un’umile cameriera senza soggettività, Anna, una donna che seppur taciturna e inizialmente condiscendente si scoprirà tutt’altro che passiva.

Diamo però un breve contesto storico: dopo la dominazione austriaca, gli ungheresi vissero la Rivoluzione dei Crisantemi (18 ottobre 1918: questo fiore sostituì, sui cappelli dei soldati, la rosa della monarchia) e la conseguente indipendenza, furono poco dopo soggiogati dalla nascita della Repubblica Ungherese (21 marzo 1919), a cui seguì una preoccupante incursione lampo dei romeni.

Il padrone della casa dove Anna comincia a lavorare si chiama Kornél Vizy, un benestante che odia i bolscevichi perché prima della loro rivoluzione era un consigliere ministeriale piuttosto agiato. Sua moglie è sopravvissuta alla morte di una figlia quando la bambina aveva appena sei anni.

Quando Béla Kun, comunista, fugge dal paese, per gli ungheresi più conservatori sembra finita la dittatura del proletariato; si profila al loro orizzonte l’illusione di una nuova vita piena di speranze. L’ironia di Kosztolányi è lieve e sagace: «Si erano presentati dai Vizy la prima volta quando arrestarono sua moglie. Lei aveva scrollato una tovaglia dal balcone e venne accusata di aver fatto segnali ai controrivoluzionari».

Prima di Anna, trovare la cameriera perfetta, o brutalmente una «serva», era stata una vera e propria ossessione, un problema esistenziale. Nessuna ragazza, infatti, era sufficientemente diligente: ladre, ingorde, meretrici vere o presunte tali. Tutte loro «non facevano in tempo a scaldare il posto». Anna pare un’epifania divina. Una delle meraviglie del libro è proprio la sua metamorfosi, inizialmente descritta come una docile e ubbidiente ragazza di campagna dedita solamente al lavoro. La sua venuta, quindi, quasi sacra e redentrice, colma di aspettative alte e assurde l’animo dei coniugi, soprattutto della moglie; entrambi si aspettano una donna radicalmente sottomessa.

Anna viene finalmente presentata al lettore, al quinto e omonimo capitolo, attraverso l’espediente brillante di un brachigrafico libretto di lavoro, l’antesignano insomma di un curriculum: Anna Édes (in ungherese dolce), nata simbolicamente nel 1900, quindi appena diciannovenne all’inizio della storia raccontata.

La nuova cameriera è sempre taciturna, non si esprime e non manifesta la sua agentività: è inappetente, fatica ad ambientarsi, soffre senza parlare. Kosztolányi gioca sapientemente con la prolessi: all’inizio del settimo capitolo, appare in un contesto amorevolmente infantile e innocuo quello che sarà l’oggetto più significante della narrazione, più avanti apparentemente dimenticato.

In un clima malsano di dominio totale, al primo errore  – uno specchio andato in frantumi – Anna viene duramente rimproverata. Nonostante tutto, sopporta tutto e resiste, sopravvivendo, in un ambiente polveroso e malato, schernita e vituperata dalle malelingue salottiere degli amici dei suoi padroni: «in fondo si trattava solo di una serva». È esibita come un oggetto operoso di cui vantarsi, protagonista di un processo mortificante di cosificazione. Anna resiste ancora, subisce impassibile la sua segregazione, è una coscienza non più tale, senza difetti né umanità. Sulla sua efficacia nascono veri e propri miti e l’immaginazione di tutto il paese viaggia verso la sua presunta perfezione.

Lo spietato e nullafacente seduttore Jancsi, parente ventunenne di Vizy, irrompe e scombussola l’esistenza di Anna, portando all’estremo la sua ormai insostenibile disperazione. Jancsi parla un inglese maccheronico ed è uno sciupafemmine senza scrupoli, un cialtrone dandy e viveur che per un momento pensa di amare la povera cameriera. Quando i Vizy partono e i due giovani rimangono da soli, Jancsi ha un desiderio ignobile: «di essere subito là per abbracciarla da dietro e rovesciarla come un sacco di farina, senza preamboli, come si fa con le serve».

Malsanamente intrigata e perfino «felice» di questo corteggiamento prepotente, Anna subisce uno stupro ambiguo, una violenza fisica e verbale, forse illudendosi di un prima manifestazione d’amore. «Era stato orrendo e splendido», pensa Jancsi, dal momento che «rabbrividiva dall’idea di sfiorare la bocca di una serva».

Ripudiata e piena di dispiacere, Anna di giorno si fa bella, di notte aspetta insonne il signorino; sperando invano in un amore abortito, si imbruttisce giorno dopo giorno (perde i capelli, si stanca, soffre ancora come un cane) e va verso l’estremo riscatto del finale: Anna esiste, la sua soggettività emerge insieme alla colpa.

«Ho l’impressione che non sia stata trattata con umanità. Non l’hanno trattata come un essere umano, ma come una macchina. L’hanno resa una macchina – sbottò mettendosi quasi a urlare. – L’hanno trattata in maniera disumana. L’hanno trattata ignobilmente».