«I soviet più l’elettricità non fanno il comunismo». Viaggio alla periferia di Tblisi

Jacopo Miglioranzi

«I soviet più l’elettricità non fanno il comunismo.» Da qualche mese mi trovavo a Tbilisi, presso l’abitazione di un amico, in un quartiere alla periferia di Tbilisi. Kommunalki, blocchi di cemento, numeri civici scritti con lo spray, numeri del «blocco» scoloriti dal tempo. Biancheria e tovaglie penzolano dai fragili supporti metallici dei balconi. Cani randagi. Tassisti assonnati nelle loro auto. Estate. Uomini sotto una tettoia. Fumo di sigaretta. Mozziconi sparsi tutt’intorno. Voci e urla rituali. ნარდი, nardi, backgammon. Ragazzi attorno si affollano nella speranza di capire qualche segreto. Dal settimo piano dove è situato il mio appartamento, in una zona qualsiasi di un quartiere qualsiasi posso vedere ogni cosa. Gli alberi, i cani randagi, la lenta vita di periferia. Donne si affaticano con enormi borse della spesa. Estate. Quaranta gradi nell’appartamento. Fuori stanche torri sorreggono cavi elettrici.

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Su Tbilisi già da giorni la cappa del caldo si è unita a quella vischiosa dello smog. L’ascensore, ლიფთი, costa 5 tetri ogni volta. Mi riferiscono che durante l’epoca sovietica quei soldi servivano a pagare il «capo-blocco», una sorta di amministratore che si sarebbe occupato anche della manutenzione. Ora il «capo-blocco» è scomparso. Rimangono però l’ascensore e i dieci piani del kommunalka. La città da qui non si vede. Troppo lontano il centro storico. Lo sguardo arriva sino ai kommunalki, di cemento di Didi Dighomi, enorme quartiere della periferia di Tbilisi, che negli ultimi anni sta avendo un impetuoso sviluppo economico. Cambiato il governo, ugualmente si costruiscono palazzi იყიდება. Così ho deciso di chiamarli. Su ogni casa vecchia o nuova di questa periferia, compare, come un anonimo proprietario la scritta იყიდება, «vendesi», e un numero di telefono. La periferia si sta spopolando. Vecchie famiglie partono. Nuove non arrivano. L’economia stenta a decollare. Sarà l’estate. Sarà il crollo del lari, sarà l’inflazione, la disoccupazione, l’emigrazione. Sarà la Georgia. La città, dal mio palazzo sembra lontanissima. Niente grandi magazzini. Niente «Goodwill» di Didi Dighomi, niente centro commerciale «Tbilisi Mall». La città è lontana.

La centrale idroelettrica è ancora lì. Ritmo ridotto. Una vecchia fabbrica di cemento sovietica, lavora ancora. Turni diversi, lavoro diverso. Non più il radioso futuro socialista. Ultima fermata.

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La prigione, la banca, un supermercato e negozi di frutta e verdura. È tra questi vicoli, tra il calore insopportabile dell’asfalto nei mesi estivi, l’aggressività dei cani randagi che ho iniziato. Imparare a vivere, poi la lingua. La vita lenta, e durissima, del quartiere. Le urla dei vicini, gli ubriachi, litigi. Il quartiere, ogni giorno più silenzioso. Partenze. Il progetto, di epoca sovietica, prevedeva che i kommunalki fossero gli alloggi per gli operai della centrale, e per le loro famiglie. L’Unione Sovietica è improvvisamente scomparsa ed assieme ad essa il lavoro. Le vie del quartiere hanno nomi che evocano e marcano il senso ed il significato di un’ideologia e di un’epoca, il futuro radioso della tecnologia: «Energetikosi».

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Ora, la mappa che offre Google Maps è molto più precisa. È possibile leggere bene i volumi degli edifici (tutti uguali); le vie sono cambiate. Ben si adattano al nuovo corso storico e politico della Georgia contemporanea. Nomi di politici e di personalità georgiane, non necessariamente recenti. La storia qui, rimbalza, ritornando sempre. Anche in una strada di periferia è possibile immaginare una comunità, una nazione. È possibile fare politica e riconoscersi, sentire di appartenere, anche da qui, a qualcosa di più grande. Non più simboli di regime. Identità rifondate. Graffiti sul muro, მიყვარხარ. Adesivi, «Dinamo Tbilisi». Il campetto sintetico di calcio a cinque, verniciato di fresco, voluto dalla politica di riqualificazione dell’allora Presidente Saakashvili. Ora il nome rimane solo nelle parole di strada, nei manifesti strappati. Ora brilla pallidamente la stella di ქართული ოცნება, «Sogno georgiano». Ivanishvili. Cambia il governo, cambiano i nomi. Non cambiano i kommunalki, non cambiano i cani randagi. Cambiano le generazioni. Cambierà?