Lovecraft era un conclamato razzista? Come rileggerlo nel 2018

Stefano Friani

Qualche anno fa, la scrittrice nigeriana-statunitense Nnedi Okorafor ha vinto un premio – il World Fantasy Award – che consisteva in un busto di Howard Phillips Lovecraft. Dopo aver letto l’infausta poesia del 1912 On the Creation of Niggers dello stesso, si era lamentata così: «Mi sono messa in casa una statuetta che raffigura la testa di questo razzista. Una statuetta che è anche uno dei più grandi riconoscimenti alla mia scrittura». Da questa rabbia si era aperta una discussione che vedeva varie voci spingere per un cambio di capoccia con l’autrice Octavia Butler, opportunamente donna e nera, mentre altre reclamavano comunque un abbandono della versione lovecraftiana per un premio che fosse meno divisivo, e in questo senso si era esposto anche Jeff VanderMeer. Alla fine, la direzione del premio ha ceduto alle pressioni, scegliendo un disegno che raffigura un albero rampicante nell’atto di accalappiare una luna.

Hpl è uno dei miei totem adolescenziali e, da quando ho raggiunto l’età del comprendonio, ho sempre qualche problema a rileggerlo per via di quella quisquilia che ammorba la sua produzione: era un conclamato razzista. Uno che nei suoi racconti non si faceva scrupoli a invocare spedizioni punitive di vichinghi lungocriniti che rimettevano a posto la marmaglia gozzovigliante, lussuriosa e dedita al vudù che brulicava nelle inavvicinabili periferie newyorkesi tipo Chinatown.

Come Salvatore Aranzulla, Lovecraft è un nerd chiuso nella sua stanzetta a casa di mammà e immerso nel suo mondo di mostri e mirabilie fantasmagoriche che d’improvviso si ritrova catapultato dal sonnacchioso e aristocratico New England alla rutilante New York. E proprio come l’eroe dei tutorial santimoniava contro gli immigrati invasati che disturbano la sua quiete sui mezzi pubblici milanesi rintanandosi prontamente nel suo chimerico alveo fatto di guide e docce in aereo in volo verso New York, così anche Lovecraft, dopo averla visitata nel 1922, parlava di Chinatown come di «un immondezzaio» pieno di «suini dai formicolanti movimenti istintuali che nemmeno un biologo di rango sarebbe in grado di prevedere», «un guazzabuglio bastardo di carni meticce in stufa senza intelletto, repellenti all’occhio, al naso e all’immaginazione». Non mancava poi di concludere il passaggio così: «Possa Dio spedirci una misericordiosa ventata di cianogeno che asfissi quell’aborto gigante e ripulisca quel posto ponendo fine alle sue pene». Se non vi basta, rinfrescatevi la memoria su Orrore a Red Hook, scritto tre anni più tardi: il poliziotto dublinese Tom Malone indaga su un traffico di organi a Red Hook, una zona portuale zeppa di emarginati e rifiuti sociali dove «siriani, spagnoli, italiani e negri vivono gli uni sugli altri, con frange americane o scandinave che prosperano a non molta distanza. È una babele di rumori e di sporcizia, e grida» in cui «il capo di quella ciurmaglia» è «un arabo con un’orribile bocca negroide». La strada invece «venne costruita da uomini d’onore e d’ingegno, ottimi rappresentanti della nostra stirpe venuti dalle isole materne al di là dell’oceano» che come in un piano Kalergi qualsiasi sarebbero stati rimpiazzati da «facce scure e sinistre dallo sguardo furtivo e i lineamenti stranieri, facce i cui possessori usavano parole sconosciute e piazzavano insegne dai caratteri noti o ignoti sulla facciata di dimore decrepiti».

Ma si potrebbe continuare ad libitum, per esempio citando le lettere in cui definiva i neri come «decisamente inferiori» o quella poesia menzionata da Nnedi Okorafor in cui gli dèi hanno creato prima gli uomini e le bestie, e poi i neri, una forma a metà tra uomo e animale.

Purtroppo non è più possibile confinare il razzismo di Lovecraft a mero sottoprodotto del suo tempo, a un così facevan tutti di sorta, specie se pensiamo a quanto sia centrale nella sua letteratura l’idea di una civiltà – sempre ariana, beninteso – sotto attacco da un orrore che scalpita per emergere dai bassifondi, e di una modernità meticcia che minaccia uomini di un altro tempo – definizione in cui lo stesso scrittore sembrava non avere problemi a riconoscersi.  Come ha scritto Michel Houellebecq in Contro il mondo, contro la vita, il suo saggio dedicato a Lovecraft, il ventaglio delle sue posizioni politiche erano riassumibili in: «un odio assoluto per il mondo in generale, aggravato da un disgusto particolare per il mondo moderno». E in realtà era proprio questa sua bigotteria a indurlo spesso a una vera e propria «trance poetica», sempre per restare a Houellebecq. Nondimeno, una damnatio memoriae sulla sua letteratura appare come minimo fuori fuoco e fuori tempo massimo, specie se agìta da quel fumus persecutionis iconoclasta tipico dei cacciatori di scheletri negli armadi dei nostri tempi. Così ben vengano nuove, brillanti traduzioni come quella di Andrea Morstabilini per ilSaggiatore di Le montagne della follia uscita nelle Silerchie qualche anno fa, oppure L’età adulta è un inferno, uscito nei Pacchetti de L’Orma con la curatela di Marco Peano nel febbraio 2018, che ci ricordano perché a dispetto di tutto continuiamo a leggere Howard Phillips Lovecraft ancora oggi.

L’antefatto per quest’ultima opera è presto detto: il 3 marzo 1924 Hpl sposa in gran segreto una sua corrispondente, una modista di nome Sonia, nata a Ićnja in Ucraina.

Lovecraft, volessimo sciogliere questo suo cognome composto, potrebbe stare per «amore artigianale» e in effetti quello tra lui e Sonia Haft Greene sembra proprio essere nato in provetta, controllato e sfuggito di mano come un esperimento del dottor Herbert West, il rianimatore di uno dei suoi racconti. In L’età adulta è l’inferno, Marco Peano, scrittore di cui non smetto di consigliare L’invenzione della madre e il da lui curato Paura di Dario Argento, ha ricostruito quest’amore attraverso l’epistolario del grafomane Lovecraft, uno capace di scrivere anche quindici missive al giorno, con amici, colleghi e parenti. Questo è l’unico modo per saperne di più di questa storia durata due anni, poiché una volta rotto il matrimonio, Sonia si è presa la briga di dare alle fiamme la corrispondenza con l’ex marito.

Sonia aveva una serie di caratteristiche che dovevano quantomeno risultare esotiche al povero, provinciale Hpl: era un’ebrea ucraina, era vedova e aveva una figlia dal matrimonio precedente avuta dopo un primogenito morto a tre mesi dalla nascita, era più grande di lui di sette anni, scriveva racconti e poesie, ma soprattutto era una donna, e il Solitario di Providence non ne aveva viste molte a parte la mamma e le venerate zie. In una cosa però Sonia era simile alle altre donne della vita di Lovecraft: l’avrebbe campato.

La moglie aveva buon gioco a ricordare, di tanto in tanto, all’occlusivo marito il suo retaggio familiare, ma questo non pareva turbare più di tanto la sua fobia verso gli ebrei o le «orde di immigrati» che a suo dire infestavano gli Stati Uniti. Sonia, avendolo sposato, non faceva più parte di quei «mongrels» – meticci o bastardi se preferite –, in compenso per lui gli ebrei in America rimanevano «senza speranze», «il prodotto di sangue e ideali stranieri, i cui impulsi ed emozioni precludono per sempre qualsiasi possibilità di un’assimilazione completa». «Ogni qual volta ci trovavamo in mezzo a persone di razze diverse, Howard illividiva di rabbia. Sembrava quasi perdere la testa» dirà Sonia, che ricordava pure come il marito avesse divorato avidamente la traduzione del Mein Kampf, che quanto a paragrafi involuti e contorti poteva dare del filo da torcere perfino a lui. Di Hitler in una lettera dirà: «Lo so che è un pagliaccio, ma per dio, se mi piace quel ragazzo!».

Dalla sessantina di pagine di L’età adulta è l’inferno Lovecraft esce un po’ come un incel ante litteram, e in effetti vi sfido a trovare una foto di lui sorridente o semplicemente a suo agio da solo, figuriamoci col gentil sesso. Sonia, secondo Peano, non è riuscita nel compito più impossibile: snidarlo dalla sua cameretta e «farne un essere umano». A noi rimane un carteggio che ci mostra un nerd nella sua tetraggine privata, intento a immaginare scenari urbani pregentrificati in cui mostri tremebondi vengono scomodati e fatti uscire dai loro sepolcri da minoranze etniche dedite a ogni sorta di rituale esoterico in tuguri infestati. Il misogino razzista che sposa l’ebrea ucraina alla fine è ritornato a casa, al sicuro, lontano da New York e dalla vita, come tutti i razzisti e passatisti che conoscete.