Vite esiliate. Il rapporto confidenziale tra Adorno e Beckett

Federico Musardo

Adorno e Beckett si conobbero per la prima volta quando durante il 1958 il primo tenne un ciclo di tre conferenze alla Sorbonne. All’Hotel Lutetia, il 28 novembre, secondo i diari del filosofo tedesco i due trascorsero una nottata a parlare. Dopo questa conoscenza, Adorno cominciò a raccogliere materiale per il suo saggio su Finale di partita.  Adorno consegnò a Beckett un manoscritto del suo saggio con una dedica risalente al giorno della presentazione: «Für S.B […] eine Entschuldigung […] und als kleines Zeichen herzlicher Verehrung», cioè «Per S.B. […] una scusa […] e un piccolo segno di sincera ammirazione». Il saggio sarebbe stato dedicato proprio a Beckett: «a S.B. in memoria di Parigi, autunno 1958».

Adorno aveva già assistito a una rappresentazione teatrale di quell’opera nell’aprile dello stesso anno, in occasione di un breve soggiorno a Vienna durante le vacanze pasquali. In una lettera a Horkeimer, la cui figura è ricordata in relazione al filosofo per la stesura della capitale Dialettica dell’illuminismo (1944), Adorno riferiva all’amico dell’allestimento soddisfacente di Finale di partita, osservando come ci fossero, in quel drammaturgo ancora poco approfondito, certe affinità con il suo studio teorico. Il suo Tentativo di capire Finale di partita sarebbe confluito all’interno del volume Noten zur Literatur (1961) e Adorno volle dedicarlo proprio a Beckett in ricordo del loro primo incontro parigino. Anche se a causa della morte non ci riuscì avrebbe voluto scrivere un altro saggio che avesse come oggetto il romanzo L’innominabile (1953). Di questo desiderio interrotto rimangono alcune annotazioni, elaborate benché asistematiche, poste in margine alle bozze dell’edizione tedesca di questo dramma (1959).

Sul piano umano e di stima reciproca inizialmente non ci furono attriti. Adorno inviò a Beckett una copia del suo studio su Mahler, condividendo quindi un lavoro che si allontanava dall’alveo della letteratura. Ciò testimonia il fatto che Adorno cercò di dialogare con Beckett non solamente a proposito di ciò che era strettamente letterario. Infatti non rispettava i confini tra le varie discipline, o comunque non le separava nettamente, essendo interessato soprattutto a quello che in un senso onnicomprensivo si intende con cultura. Il 6 novembre dello stesso anno, Beckett scrisse a Siegfried Unseld: «Je vous prie de faire mes amitiés au Professeur Adorno et de lui dire combien je me félicite de l’avoir comme exégète».

In una lettera alla traduttrice e critica inglese Barbara Bray risalente al 5 novembre del 1960, Beckett scrive che avrebbe avuto un impegno a Francoforte «for a Beckett-Abend with Adorno discoursing» giustificando il suo coinvolgimento con una scusa piuttosto divertente: «drank too much whiskey and agreed to be present, now don’t see how to get out of it». In nota viene specificato che Adorno aveva pianificato di leggere alcuni passi dal suo saggio Versuch, das Endspiel zu verstehen (Tentativo di capire Finale di partita) come parte della serata dedicata a Beckett (la Beckett-Abend, o Beckett-Evening a cui fa riferimento lo scrittore nella lettera).

Da un’altra sua lettera dell’anno successivo, sempre alla stessa destinataria, comprendiamo che Beckett assistette a tale conferenza, apprezzando l’omaggio del filosofo tedesco. Adorno e Beckett furono infatti invitati a un pranzo di lavoro da Siegfried Unseld, direttore della casa editrice Suhrkamp, durante il quale il conferenziere designato anticipò alcune tesi che avrebbe presentato nel corso del suo intervento. Fu allora che Adorno espose la teoria secondo cui il nome di Hamm, coprotagonista di Finale di partita, sarebbe derivato da Hamlet, ipotesi che Beckett avrebbe recisamente smentito. Nonostante questa presa di posizione, Adorno perseverò e continuò a credere alla sua ipotesi genetica, convinto che la semantica del testo scavalcasse la volontà dell’autore. Adorno era perfettamente cosciente del fatto che Beckett nutriva riserve non soltanto verso la sua interpretazione, ma nei confronti di qualsiasi interpretazione della sua opera letteraria. Infatti, nel novembre 1964 scriveva così ad Elisabeth Lenk, una studentessa che pensava di addottorarsi con Adorno sul tema del Surrealismo: «Beckett, una personalità che incarna una coscienza avanzata in un modo davvero indescrivibile e che mantiene una distanza da qualsiasi interpretazione dei suoi lavori, anche dalla mia, mi sembra esemplare». Esemplare per il fatto che tutto il problema non poteva risolversi «nell’infilare una qualche idea nelle opere, ritenendo poi che questo ne fosse il significato».

Da questo punto di vista, Adorno anticipa la tendenza di molti critici letterari del secondo Novecento a considerare il commento di un autore sulla propria opera alla stregua degli altri pensieri critici, come se uno scrittore, nel momento in cui studia ciò che scrive, non fosse altro che il primo commentatore di se stesso.

Il 9 marzo del 1961 Beckett scrisse una lettera ad Adorno affermando che stava leggendo il suo saggio (sulla cui copia Adorno aveva appuntato la sua dichiarazione di stima sincera) e che purtroppo non avrebbero potuto incontrarsi. Beckett conclude ringraziando il «professor Adorno» per la sua amicizia e per la fiducia riposta nella sua opera.

Il 23 settembre del 1967, Adorno e Beckett si videro nuovamente a Berlino. Quest’ultimo ricorderà l’incontro già il giorno seguente in una lettera alla stessa Barbara Bray, dove ironicamente scrisse che «don’t know why he likes me or why I like him».

In una lettera del 1969, un anno caldo per la politica internazionale e soprattutto per quella francese, Adorno chiese a Beckett di dirigere Aspettando Godot ad Amburgo e il drammaturgo, rispondendo, si servì ancora della sua ironia, stavolta rivolto ai giovani (i Marcusejugend) che durante la stagione dei sogni rivoluzionari della fine degli anni ’60 supportarono le speranze che Herbert Marcuse, come d’altronde altri pensatori di allora, nutriva a proposito di un radicale cambiamento della società in senso socialista. Sia Beckett che Adorno, con il loro pessimismo quasi strutturale, non potevano tollerare una politica culturale che desse così tanta importanza a una nuova generazione di manifestanti inesperti.

Nonostante la grande stima e la cordialità reciproca, sembra che le differenze tra le loro personalità e le divergenze interpretative siano emerse a poco a poco, come se allo studio critico di Adorno Beckett rispondesse, coerentemente con il personaggio che per certi versi stava creandosi, attraverso il filtro dell’ironia: «drank too much whiskey and agreed to be present, now don’t see how to get out of it», aveva scritto Beckett.