Afonsinho, «O meio de campo» e anche il più libero

Claudio Metallo

Quanti calciatori hanno il privilegio di avere una canzone che celebra le loro gesta? Diego Armando Maradona, Edinson Cavani, ovviamente Pelé e pochi altri. Ma a quanti giocatori il genio del tropicalismo, Gilberto Gil, ha dedicato un brano? Uno solo: Afonso Celso Garcia Reis, detto Afonsinho, O meio de campo.

Il mondiale del 1966 per il Brasile si era rivelato un disastro. I campioni in carica non erano riusciti a superare neanche i gironi eliminatori. L’allora presidente della Confederação Brasileira de Futebol Jean-Marie Faustin Goedefroid – João – de Havelange, l’anima nera del calcio mondiale, convince Joao Saldanha a prendere la guida della nazionale in vista dei Mondiali di Messico ’70. Saldanha in verità non ha grande esperienza di campo: aveva allenato solo il Botafogo qualche anno prima, ma era più noto come giornalista. Aveva seguito due eventi non del tutto irrilevanti per la storia dell’umanità: la Grande Marcia di Mao Tze Toung e lo sbarco in Normandia. Ma Saldanha ha un grave problema: è un simpatizzante comunista e in Brasile c’è una dittatura militare di stampo fascista retta da uno dei più sanguinari dittatori latinoamericani, Emilio Garrastazu Medici. Ma trattandosi del bene della Seleçao, ogni brasiliano avrebbe risposto garibaldinamente: Obbedisco! E così Saldanha decide di accettare.

Il suo Brasile vince sei partite su sei per le qualificazioni al Campionato del Mondo. Di fronte a centosettantamila spettatori, al Maracanà, dà una lezione di calcio ai campioni del mondiale del ’66, l’Inghilterra, vincendo per 2-1. E c’erano ancora alcuni dei leoni di Wembley, come Bobby Charlton e Hurst. Non proprio degli sprovveduti. Il modulo che l’allenatore di Alegrete forgia sui giocatori a sua disposizione è il 4-2-4. Perché ha Pelé, Gerson, Rivelino, Clodoaldo, Jairzinho, Afonsinho e Tostao (che secondo alcuni è più forte di ‘O rey). Nel frattempo, per la nazionale italiana e per i suoi sessanta milioni di allenatori, il grande dubbio – prima, durante e dopo il mondiale del ’70 – era: Mazzola o Rivera? Rivera o Mazzola? Sono due numeri dieci, possono giocare insieme? Ferruccio Valcareggi, il nostro tecnico ufficiale, s’inventa la famigerata staffetta. Un tempo lo gioca l’interista Sandro Mazzola e un tempo il milanista Gianni Rivera.

Saldanha ha un problema simile: «Ho cinque o sei potenziali numeri dieci che sono una forza della natura, non posso tenerli fuori!». E infatti li butta dentro tutti. Loro lo ripagano giocando un calcio fantastico. A bocce ferme, possiamo dire che sono loro la ragione della sconfitta dell’Italia in finale per 4-1. Perché gli azzurri difendono a uomo, ma quelli si spostano dove gli pare. Sono quattro fantasisti di grande classe e  Burgnich, Facchetti e Rosato devono macinare chilometri per stargli dietro tutta la finale. Siamo a 2000 metri, dopo aver giocato la partita del secolo contro la Germania di Beckenbauer. Duriamo un tempo e poi ci asfaltano.

Dunque Saldanha e Afonsinho sono campioni del mondo! Ecco perché Gilberto Gil gli ha pure dedicato una canzone! Alla grande! E invece no, purtroppo nessuno dei due ci era arrivato al Mondiale. L’allenatore del Brasile campione del mondo per la terza volta, che si porta via la Coppa Rimet, è Mario Zagallo detto ‘a furmiguinha. Medici, su suggerimento del ministro dell’istruzione Jarbas Passarinho, aveva fatto cacciare Joao Saldanha. Il treinador non aveva fatto nulla per farsi amare dai militari. Aveva vinto tutte le partite disputate, aveva plasmato la squadra su un nuovo modulo vincente, ma questo non era bastato. Il suo problema era essere un radicale. Ad esempio, alla richiesta di inserire alcuni giocatori amici della dittatura in rosa, pare avesse risposto: «I giocatori li scelgo io. Quando il presidente ha nominato i ministri non mi ha consultato». Zagallo vincerà il mondiale diventando un eroe nazionale, senza spostare di una virgola il lavoro del suo predecessore.

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Afonsinho, rispetto alla mancata avventura mondiale, dirà che c’erano tanti giocatori fortissimi e poteva starci la sua esclusione. Lui gioca nel Botafogo, la stessa squadra che ha allenato anche Saldanha, è fortissimo, tant’è che Gilberto Gil cantava che secondo lui era molto meglio di Tostao, quello che era più forte di Pelé! Ma Afonsinho ha lo stesso problema dell’allenatore quasi campione del mondo. È stato morso dal demone della militanza politica, ama la libertà e non la vuole solo per sé, ma anche per gli altri. E questo non può piacere, né ai dittatori fascisti né al capitalismo dilagante imposto dalla scuola di Chicago a tutto il Sud America. Anche lui viene segnalato come comunista ed è per questo che non può giocare nella nazionale di Zagallo. La dittatura militare non lo vuole in campo. I fascisti sono stupidi, ma la repressione vigliacca, bieca, violenta e a casaccio gli riesce bene. Non c’è bisogno di usare il cervello in quei casi anzi, più si è stupidi e meno si sente il peso delle stronzate commesse.

Afonsinho a vederlo in foto sembra veramente un cazzo di hippie: ha i capelli e la barba lunghi, gli occhi azzurri spiritati, è magrissimo e cammina ciondolando. Un qualsiasi ricco dirigente del Botafogo se l’avesse visto per strada, senza conoscerlo, gli avrebbe urlato: Vai via zecca di merda!.

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Il calciatore, inoltre, rivendica diritti per sé e per i suoi colleghi calciatori. All’epoca i giocatori mica erano trattati come adesso: erano esclusiva proprietà dei club, non avevano uno stipendio fisso e spesso non gli erano fornite neanche le scarpette. Il Botafogo entra a gamba tesa nella sua vita privata: Se vuoi giocare con noi devi tagliarti quei capelli e la barba. Non siamo mica a Woodstock! Poi smettila di fare il sindacalista dei calciatori e non t’immischiare nel movimento studentesco. É chiaro? Chiarissimo. Afonsinho, tra l’altro, non gioca solamente ma studia, studia medicina, come un altro famoso calciatore brasiliano, Socrates. L’uno studia psichiatria e l’altro ortopedia. E Socrates di lì a poco sarà artefice, insieme a suoi compagni del Corinthians, di uno degli esperimenti calcistici più affascinanti e politici della storia: la Democracia Corinthiana, figlia diretta della ribellione di Afonsinho.

Il nostro aspirante psichiatra non ha nessuna intenzione di cedere ai diktat della società. É sotto i riflettori, vuole poter dare il suo contributo alla libertà con questa sua piccola battaglia. É convinto che nessuno gli torcerà un capello, è il caso di dirlo. Al massimo non gli faranno più toccare un pallone in un campo regolamentare, ma questo vale la lotta. Il Botafogo gli comunica che è fuori rosa, ma per il diritto sportivo brasiliano non può svincolarsi. Afonso Celso Garcia Reis, detto Afonsinho, inizia una battaglia legale per esigere un suo diritto: quello di poter andare a giocare in un altro club. Con la sua determinazione, riesce a vincere anche questa partita e firma col Santos di Pelé, dove giocherà sempre titolare. Si ritirerà dal calcio nel 1982, senza essere mai più rientrato nella Seleçao, bandito a causa della sua lotta fuori e dentro i tribunali brasiliani. Nessuno dei suoi colleghi lo aveva seguito nella battaglia per essere svincolati. Solo nel 1998 Pelé, in carica come ministro dello sport, riuscì a varare una legge che diede maggiori diritti ai calciatori, dimettendosi subito dopo. «Conosco un solo uomo libero nel mondo del calcio – dirà ‘O rey del suo ex compagno di squadra – Afonsinho. Lui può dire di aver gridato senza paura: indipendenza o morte!»

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Afonsinho, oltre che psichiatra, divenne deputato socialista. Alla fine avevano ragione a escluderlo perché era di sinistra, lo era davvero, così come Joao Saldanha, l’allenatore campione del mondo senza aver giocato una partita del mondiale. Per dirla alla Gilberto Gil, «Fazer um gol nessa partida não é fácil, meu irmão».