L’Elogio delle azioni spregevoli da Naftali a Pontremoli

Roberta Garavaglia

Naftali amava le storie e chiedeva sempre ai suoi genitori di raccontargliene. Quando imparò a leggere, cominciò a leggere tutti i volumi di fiabe che trovava. Da grande sarebbe diventato cocchiere, come suo padre, secondo usanza. Ma lui avrebbe voluto fare il libraio e portare le fiabe ai bambini di tutti i villaggi, come Reb Zebulun le portava a lui. Voleva anche fare lo scrittore. Così fece: allevò Sus, un puledro, e costruì un carro per fargli trainare i libri. Andava a venderli ai bambini, in ogni villaggio che visitava ascoltava molte storie e iniziò a inventarne a sua volta. Diventò molto conosciuto e apprezzato e per tutta la vita fece ciò che amava.

Naftali il cantastorie e il suo cavallo Sus nascono dalla penna di Isaac Bashevis Singer, sono i personaggi del primo racconto del secondo volume delle sue Storie per bambini. Nell’Elogio delle azioni spregevoli (l’ancora del mediterraneo, 2004), firmato dal maestro e studioso Giuseppe Pontremoli, li si incontra diverse volte. Potremmo anche dire che Pontremoli, nel suo Elogio, si fa Naftali per noi, si fa nostro personale cantastorie. 

Giuseppe Pontremoli, da molto tempo e con grande orgoglio, si dedica all’insegnamento, alla letteratura e alla lettura per bambini. La lettura ad alta voce in classe è un’attività che fa stare bene, contribuisce a creare complicità e fiducia tra il maestro e bambini. E i «bambini» non sono tutti uguali, vanno guardati da vicino per conoscerli, vanno avvicinati con rispetto, considerando quanta diversità ci sia tra l’essere adulti e l’essere bambini. «A tutt’oggi vado a scuola ogni giorno, e poi ne ritorno, con il convincimento che quel che più conta sono le storie», scrive nell’Elogio. Il libro, infatti, è un atto d’amore per le storie, un messaggio potente, scritto con passione.

Di quali storie si parla? Di storie «boscose», che possiedono cioè una «forte carica simbolica, che parlino della realtà interiore». Le storie «boscose» possono avere per protagonisti degli animali o degli umani, essere ambientate in città o in campagna, l’importante è che siano ben scritte e parlino di Bosco. Il riferimento più immediato è Cappucetto Rosso, ma Pontremoli dispensa consigli in tutte la pagine sotto forma di elenchi, di citazioni. Il primo libro della sua Bibbia personale è Moby Dick, che però non è un libro per bambini; nelle riduzioni e riscrizioni che ne sono state fatte per includerlo in collane per ragazzi è andata persa la voce vera, la forza, l’umanità.

Ai ragazzi, quindi, non leggeremo storielle moraleggianti, nate da buone intenzioni o addirittura da obiettivi didattici; non i libretti da «zia», che contengono leziosaggini e banalità, «topolini e orsetti e animucce e scherzettini»; non libri sulla Pace e sulla bontà a tutti i costi (come nel racconto di Saki Il narratore di favole). Leggeremo invece  storie che domandano «chi sono io?» (per esempio Ci sono bambini a zigzag di David Grossman), e che non confezionano risposte ma stimolano l’interrogazione su quel pericoloso cammina cammina che è la formazione e la consapevolezza di sé e del mondo; leggeremo loro libri per bambini o per ragazzi su cui queste etichette, «per bambini» o «per ragazzi», non riescono a stare bene incollate.

L’Elogio è un libro scritto da un  maestro, che parla anche di maestri, ma non solo per maestri.

Di quali maestri si parla? Di un maestro che non vuole sovraccaricare la fantasia dei bambini (nelle Storie del buon Dio di Rilke), di uno che considera «spregevole» leggere libri che non siano i libri di testo (questo lo si incontra in un racconto di Silvio d’Arzo dal titolo Una storia così), e di altri casi simili. Di buoni maestri come Juan de Mairena di Antonio Machado, del supplente Teddy Tedd del racconto di d’Arzo e de Il re dei bambini di Acheng, ma sono solo alcuni degli esempi che Pontremoli ci presenta. Leggendo il suo Elogio viene voglia di leggere tutte le storie di cui parla con entusiasmo; ma anche di avere il suo stesso sguardo sui bambini, senza pregiuduzi né melensaggini, o addirittura di essere un bambino e di averlo come maestro.

Valentina e Serena da grandi vorrebbero fare e maestre: la prima perché molti bambini imparerebbero a leggere e scrivere grazie a lei, la seconda perché le piace sgridare i bambni. L’elemento che accomuna le due spiegazioni è il potere. L’insegnante è una figura di potere e così viene percepito. Eppure il suo ruolo dovrebbe essere il contrario del potere: dovrebbe essere un esserci, un accompagnamento, un compito globale «di ascolto, di appassionamento, di rifiuto di separare mezzi e fini, di ricerca tenace di un filo di senso», un percorso in profondità allegro e vivace, alla ricerca della libertà e della verità (interessanti a questo proposito gli scritti pedagogici di don Milani e di Pasolini).

Il volume di Pontremoli è prezioso da diversi punti di vista. È una guida per chi volesse avvicinarsi alla letteratura per bambini, è anzi più che una guida, perché farcita di aneddoti personali, perché emerge la passione per le storie e la ricchezza di un percorso professionale e umano. È un invito alla lettura espressiva per i bambini, che necessariamente porta a una riflessione sulla scuola e sui metodi di insegnamento. In un periodo in cui si parla tanto di scuola, di analfabetismo emotivo, del timore e del coraggio dei professori di fronte ai ragazzi di oggi, l’Elogio è un approccio coraggioso che deve farsi voce e corpo e storia nella quotidianità.

Raccontare storie ai bambini vuol dire aiutarli a vivere, crescere, cambiare. «Allora però è necessario che dietro il raccontare, prima del raccontare, ci sia qualcosa di enorme. Come il senso stesso ella propria esistenza. Una passione vera, almeno, che muova e accompagni – che perseguiti, forse; che non lasci respiro al respiro affannoso, all’arrancare, e che aliti invece il proprio respiro ampio.»