«Un tuffo a Natale» di Raffaele Mozzillo

Raffaele Mozzillo

Provare a credere nelle cose è una cosa, provare a fare le cose in cui si crede è esattamente un’altra. Il controllo della riuscita delle cose in cui si crede non è sotto controllo di chi crede nella cosa che dovrebbe riuscire. È come fare un figlio e non vederlo crescere, o come costruirsi una casa per sé e vederci abitare qualcun altro al tuo posto. Dire «Io credo» non conta, o almeno non basta. «Io sono sempre stato il più stupido, il più ignorante, quello senza talento… In effetti adesso lo sono», non ci crederesti mai. E perché dovresti, in fin dei conti: non tocca mica a te giudicare la vita degli altri, e nemmeno la tua. Lo dici sempre tu: «Io non giudico nessuno, mi limito a osservare, annotare, descrivere e poi ricordare, e qualche volta dimenticare. Se serve per sopravvivere». Ecco bravo, dimentica ora, cancella tutto, tutto quello che di me hai osservato, annotato, descritto e ricordato, ora dimenticalo e falla finita con questa storia. Sopravvivi a questa storia. Se ti riesce, senza di me. Toglimi gli occhi di dosso, rivolgiti altrove, porta il tuo sguardo dove qualcuno sente il bisogno di essere osservato. Io no, non lo sento. Sono nudo, mi vesto, poco, di cose che non coprono comunque mai abbastanza, mi penzola tutto nell’aria e non riesco a non darlo a vedere. Sono cose mie, protuberanze che si lasciano andare nel vuoto ma non mollano mai, sennò che corpo sarebbe il mio: niente dita, niente braccia, niente sesso.

Guardami dritto negli occhi, dimmelo che ci credi, mi ha fatto lui quando ormai non c’era nient’altro da fare che liberarci lo sguardo dalla vista dell’altro. Ma lui era deciso, ci credeva. Insisteva, insomma. Allora io gli ho detto che non conta crederci, o almeno non basta, e tutta la storia del fuori controllo e via discorrendo. Ma niente, non mollava: con gli occhi fissi suoi dentro ai miei mi braccava come un animale affamato, sbavava con gli occhi e la bava gli inumidiva le guance. Ha cominciato a leccarsi fin dove arrivava la lingua, intorno alla bocca, nei dintorni delle narici fino alla punta del naso, ha quasi toccato una guancia, poi gli si è sbloccata la mandibola che aveva spalancato a dismisura, un crack che sono riuscito a sentire anch’io che ero a una certa distanza, per sicurezza. Sono rimasto a fissare le sue adenoidi, i suoi molari senza traccia di carie, la sua lingua che andava seccandosi, e dal suo sguardo un segnale di allarme, una richiesta di aiuto, mi è arrivato rimbombando fin dentro le orecchie, come un sibilo, come un verso di un delfino che piange. Che pena mi ha fatto, così indifeso. Un colpo secco gli ho dato, col pugno chiuso, un buon gancio sulla guancia sinistra, io sono destro, e lo ho spostato di qualche centimetro più in là. La testa, scaraventata all’indietro, il collo quasi spezzato tanto che il cranio molleggiava come quei joker a molla che vengono fuori dalle scatole a sorpresa, ebbene, tutto questo non è servito assolutamente a nulla: la sua mandibola era rimasta com’era, bloccata in un’espressione di stupore stupefacente, con l’effetto scenico che dava un senso al suo dolore: il sangue gli colava dall’angolo sinistro delle labbra e disegnava tante venature intorno alla bocca spalancata. Era senza parole, solo un suono gutturale, direttamente dallo stomaco, veniva fuori continuo, come se lui non prendesse mai fiato, e intanto lo sguardo non mi lasciava andar via. Allora mi sono spogliato del giaccone pesante, ho tirato su le maniche del maglione e preso qualcosa come una decina di metri di rincorsa – una scheggia, velocissimo –, e ho saltato più che ho potuto, disegnando nell’aria la parabola di un perfetto salto in estensione; con un colpo secco, con la punta della scarpa che calzavo al mio piede destro, l’ho colpito stavolta sotto la mascella facendogli schizzare il sangue e la bava verso l’alto, insieme alla testa, il collo all’indietro, la schiena a terra, le braccia lente  lasciate andare sui fianchi larghi, senza però non aver fatto prima un giro completo intorno alle spalle, all’unisono, in un movimento che ho seguito con lo sguardo quando ancora non avevo messo piede a terra, ma perpetuavo il salto a due metri dal suolo e non ne volevo sapere di arrendermi alla forza di gravità. Appena atterrato, una macchia scura sulla punta della scarpa è stata l’unica cosa che mi è riuscito di percepire come diversa, come nuova cosa conseguenza di quel gesto atletico e impavido realizzato con la decisione e il valore di un uomo che sa di avere un vantaggio adattivo. Ma, pur volendolo ardentemente, non avevo cambiato nulla di quella situazione che risultava senza evoluzione.


La sua mandibola aperta rappresentava una voragine sulla mia impotenza, metteva a nudo le mie incapacità latenti, mi scarnificava, mi scrostava le ossa da tutto quello che era vita e mi mostrava per quello che non volevo apparire, che poi lo fossi o no, mica me ne fotteva. Il sentimento di pietà che avevo provato per lui mi si ritorse contro. Ero io l’anello debole della catena. E allora l’unica soluzione mi sembrò quella di nascondermi, scappare e infilarmi dentro una fessura stretta dove solamente io potevo passare e con solo un filino di aria per respirare, la luce non mi interessava. Come un cane preso dalla furia della paura e del panico, presi a correre in cerchio, intorno a quel corpo martoriato, aperto alle mie verità, che continuava a seguirmi con lo sguardo, continuava a denudarmi, e io sentendomi così spogliato pensai che non ci fosse altra soluzione che nascondermi dentro di lui, in quell’essere, dietro quegli occhi e mai più davanti, nascondermi in quel corpo, nelle mie debolezze, attraverso quella voragine arrivare direttamente a ciò che io sono, o preservarmi dall’apparire per ciò che non sono. Così, con un’elasticità che mai il mio corpo aveva avuto, con una fermezza che mai io stesso avevo percepito in me (e in nessun altro essere di questo mondo), partii per un’ultima rincorsa, fulminante, poi sbilanciando le braccia in avanti, il culo in fuori, le ginocchia piegate, diedi una spinta incredibile, e così saltai, più in alto di prima, quasi a formare una verticale, stavolta, poi, arrendendomi alla forza di gravità, presi la posa di un tuffatore che viene giù da un trampolino, le mani giunte in avanti, il corpo rigido, la testa china ben dentro le spalle, le gambe come quelle di Cristo ma decisamente tese, e in quella posa mi infilai – in un tuffo senza schizzi, un’entrata perfetta – dentro la sua bocca aperta, gli sfiorai le labbra umide in superficie ma secche dentro, dure, penetrai la sua mandibola spalancata e stupefatta, scivolai sulla sua lingua e attraversai le sue adenoidi, affogai nella sua bava, poi arrivai dentro, in quella voragine aperta, e in quel pozzo artesiano sparii per non tornare.

Ora sono ancora dentro, ma immagino che lui non ne sappia niente, forse nemmeno ci crede, ai suoi occhi, quando rivede la scena di quel giorno, poco prima delle feste di Natale, quando ci ripensa o qualche frammento gli ritorna alla mente. Penserà a una fantasia, a un sogno fatto di notte quando al buio tutto è possibile. E io niente gli dico, lo lascio stare, sono io il suo silenzio. In fondo, mi pare di star bene qui dove sono.