Una lettrice al centro, su «Ovunque sulla terra gli uomini» di Marco Marrucci

Isabella Bignozzi

È capitato un giorno come tanti che io abbia acquistato, per caso, Ovunque sulla terra gli uomini di Marco Marrucci, la raccolta di racconti con cui questo giovane scrittore ha recentemente esordito nel mondo della letteratura, accompagnato e sostenuto nella sua avventura da Racconti Edizioni. Di questo testo è necessario parlare – e lo stanno facendo in molti – e provo a farlo anche io, da semplice lettrice. 

Rivestito dalla patina squisita – ma è forse più una emanazione che una patina – di un linguaggio ricercato e sorprendente, c’è un nucleo caldo, sotterraneo e vulcanico di senso, che conquista – a me ha conquistato – oltre ogni dire.

Il conforto dell’astrazione come volo di fantasia, e insieme il richiamo, come tentazione puntiforme, anelito di attecchimento e radicazione, alla sostanza, a quel fremito di significato intuito ma mai completamente posseduto, cui ci hanno abituato i filosofi e i grandi scienziati. A tal proposito, questo testo è un bellissimo regalo per il lettore attento e assetato di intensità, perché dà (tra le altre cose) tra le sue pagine, la conferma – da tutti agognata più di ogni altra cosa – che esistano ancora sacche di bellezza e riserve di stupore, nascoste tra le pieghe dello scampolo di universo che ci compete e ci circonda.

C’è un Ovunque prodigioso in questa raccolta di scenografie planetarie, di suggestioni e fremiti, di smanie e necessità, di misteri svelati e non. I dieci racconti sono focalizzati sulle vicende di personaggi intensi e fascinosi perché spesso imprevisti e inspiegabili, alcuni di gusto quasi mitologico, a contrasto con realtà temporali contemporanee appena nominate ma presenti, come lo sfondo sbiadito di un – voluto – fotomontaggio. Nel mondo di Marco Marrucci è ancora possibile chiamarsi Ermes o Autolico, e vivere nel cono d’ombra del monte Pelio, o andare a cercare il manto scuro della notte sulle immense pianure di Tessaglia, in un universo che già contempla le macchine e le colture intensive. È altresì possibile sfiorare la morte nell’accudimento di un fiore incantato, o impazzire per il rumore di un insetto schiacciato. O altre minute e immense cose così. 

I personaggi sono tinti a pennellate potenti, materiche, e allo stesso tempo miniati in una osservazione sottile, angoli – il gusto del particolare – di parole lievi e univoche, con il respiro sospeso del cesellatore. Onirici battiti d’ala spaziano da una lirica venata di malinconia – il dipanarsi colorato, sinestesico dei ricordi, l’infanzia archetipica, candore e magia, di Rema, e la sua guida animale, silente e nativa, che l’accompagna nel viaggio simbolico, così realistico, verso il santuario ombroso e ancestrale dove tutto confluisce – a digressioni nel noir – il tetro e inintelligibile istituto scolastico di Bokujou – fino all’assurda paranoia di Contaminazione.

Il filo conduttore che si può sentire – ma ognuno il suo lo troverà da sé – è che ogni racconto, ogni tema, è come una bolla di fantastico possibile, che sfiora e sorvola la sua ambientazione geografica – dal Giappone alla California, dal Marocco all’Australia, e poi la Tessaglia, la Mongolia, fino a Uppsala, o a San Salvador – per trovarvi la pienezza del proprio sapore.

Un insieme di storie sognate e volute, personaggi fantastici, impossibili, realistici oltre l’immaginabile, che si finisce con l’amare di un amore primigenio e precedente, perché conoscendoli, ci si rende conto di quanto già esistessero, o fossero inevitabili. Il raccontare diviene viaggio, sogno, eco e rappresentazione scenografica di vita possibile o inconcepibile, secondo i casi, ma, quest’ultima, inconcepibile solo prima di essere raccontata.

Un libro che parte da una fantasia grandiosa da poeta girovago, per approdare ad una precisione semantica assoluta – parole come equazioni di orbite astrali – calibrata in ogni intonazione e sfumatura, tanto da evocare una tridimensionalità e profondità di ogni singolo luogo o fatto o circostanza come se lo stesso luogo, fatto o circostanza emanasse parole da sé, manifestandosi in un’epifania piena e totale di significato.   

Questo libro regala qualche istante – e non si vorrebbe che finisse mai – del più onirico realismo, della più brutale poesia. Regala la sensazione perfetta di essere accarezzati dalle parole, come lo si è dalle note di una musica tanto compiuta e sublime da apparire cosmica, congenita o intrinseca al creato, o – in alternativa – da vedervi trasparire l’intelligenza assoluta del compositore.