La parte migliore di Christian Raimo

Sara Panzavolta

Se fra tremila anni scovassero i loro corpi fossilizzati, lo capirebbero che sono state una madre e una figlia?

Roma, una madre e una figlia adolescente a confronto.

Leda ha poco più di quarant’anni, assiste a domicilio i malati terminali e dà sostegno psicologico alle loro famiglie; Laura ne ha diciassette, molta rabbia e una gran voglia di andare altrove, di non sentire più niente. Giovanni è un padre assente, «collocato in un posto mentale fuori Roma», immerso in una sorta di fanatismo religioso che lo porta a confessarsi ogni settimana in chiese con madonne «dai colori pantone» e a cercare conforto in preghiere noiose rivolte a santi qualunque. Poi ci sono i compagni di classe, i match su Tinder, i cento giorni, Giorgio, l’adolescenza inopportuna e i corpi che si incontrano e scontrano senza conoscersi.

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Laura resta incinta per caso, a una festa, di un ragazzo tra gli altri. È il pensiero di un’altra vita dentro il corpo che fino a ora è stato soltanto suo a essere inquietante; non tanto l’idea della nascita, quanto quella della gravidanza stessa, del dover aspettare, secondo i tempi che la natura ha scandito e come ci ricorda Raimo a più riprese, quasi si dovesse divenire coscienti e pronti, di mese in mese, ad accogliere ciò che sta crescendo. «Se non passassero nove mesi tra il momento del concepimento e quello della nascita, non avremmo la possibilità di avere a che fare sul serio con l’idea disumana, se ci pensi, irreale, innaturale, della creazione di qualcosa, di un’identità che prima non esisteva. Nove mesi sono il tempo minimo per fare i conti con un’invadenza del genere.» È come avere più involucri uno sopra l’altro, continua Laura, solo che uno di questi ora non è più vuoto ma pieno, e il corpo è diventato contenitore di qualcos’altro. «C’era qualcosa di innaturale, o di magico, falso, demoniaco, galattico, divino. La nascita non le faceva nessuna paura. La gravidanza sì.» La creazione – che diventa anche Creazione del mondo e possibilità di scelta rispetto a una volontà altra e necessariamente superiore – è un silenzioso fiume carsico all’interno del romanzo; ogni volta che Laura o Leda o Giovanni riflettono sull’inafferrabilità del concetto stesso di nascita si sta implicitamente alzando la posta in gioco – e questo funziona molto bene ed è più presente di quanto non ci si aspetti. «Allora noi siamo stati attesi sulla terra», così Christian Raimo riprende le parole di Walter Benjamin.

Di fronte ai cambiamenti – anche l’aborto è una fase del percorso di crescita? – quello che stupisce è che siano gli adolescenti i più razionali, i più pratici, con quella terminologia scientifica sulle labbra quasi il corpo in questione non fosse il loro. E ancora una volta è Leda – e tutti gli adulti con lei – a essere impreparata di fronte alla prontezza di Laura: c’è bisogno di cura o di pragmatismo? La «condizione» della figlia richiede un trattamento diverso rispetto a prima?

Un binomio, poi, riaffiora in La parte migliore come un leitmotiv: maternità-protezione. Proteggere i figli da un passato doloroso, da una morte senza spiegazione – quale morte ha una spiegazione? –, dalla scuola, dai padri colpevoli, dalla droga, i night club, la musica brutta, gli incontri sbagliati, gli autobus vuoti al capolinea a Piazzale del Verano, le prostitute fuori dal Raccordo. Ma i figli hanno bisogno di essere tutelati? O non sono forse gli adulti a volerli tenere lontano per non dover dare spiegazioni né assumersi la responsabilità di azioni che hanno commesso (o dei fatti che semplicemente hanno lasciato accadere)? Leda parla ogni notte con il figlio morto a cinque anni in un orribile incidente e Laura non sa dare spiegazione a quei sussurri notturni che sente provenire dalla stanza della madre; Giovanni è sparito dopo quel colpo di pistola involontario che ha colpito il fratellino perché non era in grado di confrontarsi con quel dolore, e nemmeno questo Laura lo sa. «Ho pensato che era mio compito metterti al riparo […] Avevo paura di non essere capace di essere la madre di una persona viva», ecco perché evitare che Laura si riappropri del passato lontano.

Piccolo scarto di lato: in un fumetto uscito per Coconino nel 2017, Stupor Mundi di Nejib, un uomo ha in cura una ragazzina con problemi di memoria e rimosso e a un certo punto le dice una cosa potentissima: «Non te lo ricordi o l’hai dimenticato? Perché sono due cose molto diverse». E lo stesso accade qui, qualcuno ha dimenticato, qualcuno non ricorda e altri, Laura, non hanno mai saputo.

Raimo ci racconta una famiglia chiusa in una bolla realista altroché social di rancore e imbarazzo e non detto tutta privata, canonica e forse banale come le altre. Una famiglia scomposta che crede in Frank Zappa, nei sindacati, nei migranti, nell’impossibilità di controllare il destino, nei santini mariani, nel senso di colpa, e, soprattutto, nella vita sopportabile, intesa come forma di esistenza appena sopra il pelo dell’acqua, quel tanto che basta per respirare in qualche modo.

Però in questa, che è senza dubbio una scelta, trova spazio anche un rapporto padre-figlia che goffamente prova a ricostruirsi con una sincerità senza sconti: «non mi piace che se ci sei io devo sospettare che tu lo faccia per senso di colpa o per compensazione. Se ti va fallo, se non ti va non farlo. […] Ti chiedo soltanto di non farlo a metà». Laura è in commissariato e il poliziotto scorrendo la rubrica del suo telefono trova un contatto, Papà, e a quel contatto corrispondono un numero, una voce e un uomo che si presenta nel cuore della notte, invecchiato e con un’espressione fastidiosamente simile a quella di lei: un filo si riallaccia, le famiglie fanno anche piccole rivoluzioni involontarie.

È come se Raimo lasciasse, qui e altrove nel corso della narrazione, degli spazi di speranza, diversi tra loro e infinitesimi, ma presenti: il tuo destino non è davvero tuo, un bambino che si ferisce a morte con una pistola non porta nessuna spiegazione con sé, quindici anni di silenzio non sono ricucibili, eppure ci sono dei momenti di grazia sparsi qua e là  è quasi una promessa. La terza persona ogni tanto si incrina e compaiono, sottocutanee ma visibili, una purezza e una fiducia che si ritrova anche in altri titoli di Raimo come Latte (Minimum fax 2011), Il peso della grazia (Einaudi, 2012), Le persone, soltanto le persone (Minimum fax, 2014) e che sembrano diventare cifre stilistiche dell’autore, o piuttosto vere possibilità di sguardo sul mondo. Quasi a dire che: tu sei anche questo rancore, questi errori, questa cattiveria, il cielo di Roma è soffocante e l’adolescenza è tragica; però c’è una possibilità di sguardo, come una lente attraverso cui osservare le cose. E la lente che l’autore sembra utilizzare – proporre? – non è oggetto che falsifica la realtà, ma strumento atto a concedere un punto di vista che è anche punto di forza, un porgere sempre l’altra guancia, consapevoli della fatica ma anche del valore di quella lotta. Ecco perché si parla di poesia in La parte migliore, di Laura che compone dei sonetti per poi regalarli al padre che ha appena rincontrato, perché la poesia è parte dello sguardo di cui sopra. Per Laura la speranza si trova nella metrica dei versi, per Giovanni nel chinarsi – proprio l’azione fisica del genuflettersi – sulle panche di legno delle chiese, per Leda nel venire meno alla propria deontologia professionale, per la città stessa, Roma, nel suo essere immensa e impietosa con tutti allo stesso modo.

E se la voce dell’adolescenza qui non è del tutto autentica – quando la si racconta c’è sempre un po’ di «adultità», come una voce che si sovrappone con nobili intenzioni a quella dei personaggi – quello che Raimo ci consegna è un romanzo pulito, non giudicante, che concede seconde occasioni senza pietismi.

La parte migliore del titolo, oltre che richiamo biblico, sembra essere un invito a scegliere, pur consapevoli della fallibilità dei gesti, lo squarcio attraverso cui si vede ancora qualcosa; come a dire che un’alternativa, allo stare delle cose che non possiamo determinare, esiste.

«Sarebbe stato abbastanza ironico, ma sarebbe potuto andare a finire così, no? Un dio che decide al posto nostro: forse solo quello sarebbe davvero un dio.» E invece no, il dio di Leda e Laura non decide nulla al posto loro, ci sono solo scelte e conseguenze.