«Il ping-pong» di Luca Colombo

Luca Colombo

«Fermi: non possiamo continuare così.»

«Che c’è?»

«Non possiamo continuare a parlare in questo modo: non siamo credibili.»

«Io sono credibilissimo.»

«Ma finiscila, stiamo parlando a cazzo.»

«Pensi davvero che non siamo credibili?»

«Sì, e la credibilità è l’unica cosa che ci resta. Almeno un minimo, per Giove.»

«Fuori da qui non t’ho mai sentito usare l’interiezione per Giove

«E tu la parola interiezione

«Non so nemmeno cosa significa.»

«Cosa significhi

«No: io direi significa.»

«Non riesco a capire dove vuole arrivare. Dammi una sigaretta, va’.»

«No: non fumare. È lui che vuole farti fumare.»

«Hai ragione: ho anche mal di gola.»

«Sapete cosa vi dico? Sfanculiamolo.»

«Come?»

«Proviamo a infastidirlo.»

«Parlando a caso?»

«No: stando zitti.»

«Così?»

«Taci.»

«.»

«.»

«.»

AVETE FINITO?

«No.»

POSSIAMO PARLARNE?

«Prima di tutto abbassa i toni.»

Va bene.

«È arrivato: pensa di poterci parlare in corsivo.»

«Ma che ti frega se usa il corsivo.»

«Se lui usa il corsivo io voglio il sottolineato.»

«Finiscila.»

«O toglie il corsivo o io comincio a usare il sottolineato.»

«Ma fa schifo.»

«Meglio: così poi se la vede con l’editore.»

D’accordo: lo tolgo.

«Così va bene. E aiutami a togliere ʽsta roba da sotto i piedi.»

Adesso possiamo parlare?

«Vieni dentro, però.»

Dove?

«Nelle caporali.»

«Cosa sono le caporali?»

«Le pareti.»

Non posso.

«Sì che puoi.»

Ma perché?

«Così capisci cosa significa.»

No.

«Vieni dentro o giuro che non dico più una parola.»

«Se ti ci metti pure tu, però.»

«Lo voglio dentro.»

Va bene: entro. Aprite.

«Adesso si ride.»

«Permesso… Ma perché è così buio?»

«I tuoi fantastici dialoghi oscuri.»

«Da fuori sembra molto più luminoso.»

«E invece non c’è luce.»

«E com’è stretto. Cacchio, fa venire l’angoscia. Come fate a resistere?»

«Cerchiamo di arrangiarci.»

«Devi farci l’abitudine: è come vivere in un monolocale.»

Dio, che brutta sensazione.

«Non c’è spazio per il superfluo: se uno comincia ad allargarsi finisce a botte.»

«Mi manca l’aria, non ce la faccio.»

«Ora capisci?»

«Fatemi uscire, non riesco a respirare.»

«Aprigli la porta.»

«Toh.

Mamma mia, devo sedermi.

«Va meglio?

Sì, grazie.

«Chiudi la porta che fa corrente.

Scusate un secondo: e se vi lasciassi un po’ più di spazio?

«Come? Così?                    »

Esatto.

«Sai che non è male?                    »

«Poi pulite voi, eh?                    »

«Dài che di là ci mettiamo il ping-pong… Ecco: dovresti farci parlare come in una partita di ping-pong                   

«Il ping-pong te lo scordi: ci giochi un mese e poi rimane lì a prendere polvere                   

«Che lagna che sei. Ridacci il nostro buco, va’. Però se trovo ancora il tuo borsone nel mio armadio t’inculo                   

Contenti voi.

«Cosa vuoi che ti dica, ormai sono abituato così. Mi piace perché fa tana.»

Allora si può sapere cosa volete?

«Che tu non ci faccia parlare come tre scemi. Lui a volte sembra addirittura una donna.»

Lui è una donna.

«Come sarebbe sono una donna?»

Ma sì, ho anche descritto la tua scollatura nel secondo capitolo.

«Ora che ti guardo bene: sai che hai davvero un bel culo?»

«Fottiti.»

Sei una donna e sei anche bella.

«Ma almeno dimmi come devo atteggiarmi. Come devo stare seduta, così? E le braccia come devo tenerle?»

Sii te stessa.

«Proprio tu lo dici, che ci fai parlare come personaggi da libro.»

Ma voi siete i personaggi di un libro.

«Ah: siamo i personaggi di un libro. Tu: cosa fai nella vita?»

«Lo steward alle fiere, ma a questo punto direi hostess.»

«Tu?»

«Lavoro in birreria.»

«Ecco: posso capire io che studio lettere, ma loro due non puoi farli parlare così.»

«Stai dicendo che dovrei parlare come un becero solo perché lavoro in birreria?»

Ma in tutti i libri ci sono personaggi che parlano un po’ al di sopra delle loro possibilità, altrimenti non sarebbero personaggi da libro.

«E io ne ho pieni i coglioni dei personaggi da libro, delle frasi perfette in bocca alle commesse.»

Se fosse come dici tu, nei libri dovrebbero esserci solo intellettuali.

«No: dovrebbero esserci personaggi con in bocca frasi probabili.»

Sai cosa ti dico? Mi hai stufato. Vieni fuori.

«Cosa?… No, lasciami!»

Molla le caporali.

«Aiuto!»

Cosa fai, graffi come le donne? Adesso stai buono e ti siedi lì.

Aprite, fatemi entrare!

Se non ti calmi giuro che ti taglio. Voi due: andate avanti.

«E cosa dovremmo fare?»

Continuate come se non fosse successo nulla.

«Non possiamo cambiare genere?»

E che genere vorresti?

«A me piace il fantasy.»

Ah: ti piace il fantasy. E cosa vorresti essere, un elfo? O il drago?

«L’eroe.»

«L’eroe? Guardati: hai la maglietta sporca di sugo. E a te che genere piace? Sentiamo.»

«Non mi dispiace il poliziesco.»

Ma cribbio: io vi sto chiedendo di stare seduti in poltrona a rievocare il passato bevendo vino e voi volete il fantasy e il poliziesco? Guardate che là si muore, eh.

«Ma non capisci che ci stiamo annoiando?»

«È una storia monotona.»

Perché voi vedete il bicchiere mezzo vuoto. Invece dovreste vederla così: Maldive, cocktail nella mano destra, cellulare nella sinistra, che ore sono, non m’interessa. Andiamo a fare il bagno.

«Ma a me piacciono le indagini.»

Lo vuoi capire che non è roba per te? Droga, violenze sessuali, inseguimenti… Tu hai la pancia, dove vuoi andare?

«Ma io…»

Tu cosa?

«Per una volta vorrei essere io a decidere.»

No.

«Perché?»

Perché non sapresti come muoverti.

«Ma mi farei trascinare dagli eventi.»

Non mi fido.

«È proprio questo il tuo problema: non ci lasci improvvisare perché hai paura che ti facciamo fare figure di merda.»

Non è vero.

«Dillo che ti vergogni di noi.»

Non dire scemate.

«Invece è così: quando sei da solo con noi sei te stesso e fai il coglione, ma appena arriva qualcuno diventi serio.»

«Ti vergogni di come parliamo.»

Perché dovrei vergognarmi di come parlate?

«Perché non siamo abbastanza intelligenti per i tuoi amici intellettuali.»

E invece non mi fido solo perché non avete il quadro generale della situazione.

«Ma chissenefrega del quadro generale, è così importante?»

Per me sì.

«Non puoi lasciarci provare? Se poi ti accorgi che non andiamo da nessuna parte intervieni.»

Possiamo fare così: voi lasciate che sia io a condurre, e io vi lascio parlare come volete.

«Però devi prometterci che non ti fermi a riflettere su quello che diciamo. Quello che diciamo, lo prendi.»

Ok: ci sto.

«Quindi adesso dobbiamo farci una chiacchierata rievocando il passato, giusto?»

Esatto.

«Va bene: affare fatto.»

Tu ti sei calmato? Se ti faccio rientrare mi prometti che stai buono?

Solo se tieni i paroloni per i tuoi amichetti. Scegli: o me o i paroloni.

D’accordo.

Promesso?

Promesso: la letteratura fuori dalle virgolette.

Ok: allora rientro. E guai se trovo ancora il suo borsone nel mio armadio.

Ci siete?

«Sì.»

«Io dove devo sedermi?»

Dove vuoi.

«Allora mi metto qui. Sono pronto.»

Va bene: ricominciamo.