«Il cavatappi» di Andrea Averardi e Luca Francesco San Mauro

Averardi - San Mauro

Cecilia si sposò con la seconda ondata dei miei amici. I primi (i pionieri, come li avremmo poi chiamati) si erano sposati, tra di loro, o con altri partner storici che negli anni avevamo ammesso fra noi, in tre primavere consecutive: calda la prima, fresca la seconda, caldissima la terza. Seguivano con leggero sfasamento le orme dei genitori: i riti consumati in chiesa (o in chiese sconsacrate che, in assenza di fede, restituivano un’analoga cornice), i buffet senza fine, perfino alcuni nonni sufficientemente vivi da partecipare al ricevimento. Finita la terza primavera, così come era iniziato, il fenomeno si arrestò, e l’idea stessa di sposarsi e metter su famiglia sembrò improvvisamente scadere e farsi anacronistica. Chi fra noi era sfuggito a quella stagione sembrava aver accettato, più o meno serenamente, di non poter più portare a compimento quel passaggio di testimone che i nostri genitori continuavano a attendersi. Io ero fra questi.

Per poco meno di una decina di anni la cesura sembrò irrimediabile: i pionieri si frequentavano soprattutto fra di loro, scambiandosi dritte, convinzioni, o perplessità sull’infanzia di quelli che avevano messo al mondo; noialtri dormivamo meno e meglio. Poi quando i figli dei pionieri passarono dalla fine dell’infanzia all’inizio dell’eccitazione sessuale, e mentre una frazione significativa di quelle famiglie dava già avanzati segni di cedimento, tutti gli altri presero a sposarsi, appena prima dei quarant’anni, a ritmi ancora più forsennati di quel che ricordavamo della prima stagione. Ogni fine settimana della mia estate dei trentotto anni fu segnato da un matrimonio di amici stretti, o che si pretendevano tali. Spesso le date si accavallavano imponendo scelte, o rinforzando il segreto desiderio di saltare entrambi i matrimoni rivali, restando a casa, facendo credere a ognuno di aver preferito l’altro.

Quando una sera di luglio, dieci di anni dopo la nostra ultima vera chiacchierata, incontrai Cecilia all’aeroporto di Copenaghen le fui subito grato per non avermi invitato al suo matrimonio. La trovai in forma: aveva lo stesso sorriso largo che le ricordavo addosso e che le foto di facebook mi avevano confermato negli anni. Ci sedemmo sulle poltrone di un gate vuoto, a metà strada fra quelli dei rispettivi voli, e mi aggiornò su cose che sapevo, cose che immaginavo, e cose che non avrei potuto sospettare. Esclusa la fede, e quel che comportava, la sua quotidianità mi sembrò sovrapponibile alla mia: il lavoro abbastanza stabile, le frequenti cene fuori, il proiettore per farsi a casa il cinema. Avevamo passato dieci anni, cioè tutta l’adolescenza più l’università, a vivere la stessa vita che consisteva piuttosto di due vite in una: la norma e l’eccezione poi dieci anni per perdersi di vista, e ora infine ci ritrovavamo sulla medesima casella. Io e Cecilia eravamo già stati insieme a Copenhagen, nel 2004, con altri del nostro gruppo; un intero pomeriggio l’avevo passato a Fælledparken con la testa appoggiata contro la sua a guardare le nuvole che si scomponevano e ricomponevano per effetto dell’acido che entrambi avevamo lasciato sciogliere sotto la lingua un paio di ore prima. Quel pomeriggio in aeroporto non fu il caso di ricordarcelo. Piuttosto le promisi che sarei passato a trovarla a Pavia, prima o poi.

A Pavia però non capitai per i due anni successivi anche se, come in un gioco in cui vince chi va più vicino al bersaglio senza colpirlo, tra la Lombardia e il Veneto mi trovai a seguire più di un progetto.

All’inizio fu Andrea a spingermi a far visita a Cecilia. Da quasi sei anni vivevamo insieme, dividendo l’appartamento che un tempo suo padre aveva comprato a un’asta giudiziaria solo perché il prezzo gli era sembrato vantaggioso. La curiosità di Andrea per Cecilia era giustificata da una blanda storia che avevano avuto verso la fine dell’università. Del resto anche Cecilia e io avevamo passato qualche notte nudi, troppo storditi per fare alcunché, ma imbevuti di una specie di sensazione di pace che, almeno io, avrei provato pochissime altre volte con quella intensità.

In quei due anni i contatti tra me e Cecilia si ridussero a una playlist condivisa su spotify. Pochi giorni dopo esserci visti, avevo cercato il suo nome su google ed era uscito un account aperto di condivisione della musica. Lì per lì mi sembrò un modo piuttosto normale di mantenere un rapporto. Avevamo ascoltato musica insieme decine di volte, spesso sotto cassa, ancora più spesso in orari in cui anche i nostri coetanei facevano colazione. Quel decennio alla fine era stato un rimbombo pazzesco nelle orecchie. Passati anni dalla mia ultima nottata realizzai di non sentirci perfettamente, uno strascico che non ero il solo a essermi portato dietro.

Adesso ascoltavo la musica su un impianto a quattro subwoofer, di cui solo due funzionanti. Uno aveva sostituito, senza alcun preavviso, l’emissione dei bassi con un crepitio appena accennato, come quello della fase terminale di una brace, che ormai associavo alle tracce che mandavo in loop quando lavoravo da casa. Da qualche anno ero diventato un architetto di ascensori, categoria professionale che, a quel livello di specializzazione (o volendo di mancanza di versatilità), credo si esaurisse con me. Non l’avevo scelto: del progetto di un grattacielo che si torceva su stesso fino a compiere due giri completi, e che a dire del mio studio di allora, doveva perfezionare lo skyline di Shangai, i costruttori cinesi si dissero interessati solo al disegno, tutto sommato convenzionale, degli ascensori interni, che avevo finito la notte prima della consegna. Qualche mese dopo mi contattò un gruppo indonesiano per un ascensore esterno che, nelle loro intenzioni, doveva mostrare il mare cancellando alla vista i cantieri che si frapponevano fra il loro albergo e la spiaggia. A quel punto finsi per pigrizia una vocazione che non mi apparteneva: comprai un dominio con la prima lettera del mio nome e tutto il cognome e scrissi Elevator Architect subito sotto una mia foto con degli occhiali rotondi di cui non avevo bisogno.

Talvolta quand’ero preso dal disegno e facevo un otto intorno alle poltroncine del salone mi risaliva su per le gambe una specie di memoria fisica: l’euforia immotivata che mi prendeva quando un cristallo di mdma inibiva i miei recettori della serotonina ma si spegneva subito. Anni prima, a un festival nelle Marche, Cecilia aveva vomitato anche l’anima ma poi era corsa dentro il lago e lì era rimasta per un’ora, nuotando a rana, dicendo a chiunque l’avvicinasse che si sentiva stupendamente, con un entusiasmo nella voce impossibile da confutare. Meno di una settimana dopo aveva dato il suo ultimo esame di anatomia.

Una sera, mentre con Andrea mangiavamo le pizze dal cartone e litigavamo con scarsa convinzione su a chi toccasse pagare l’ultima bolletta del gas, mi arrivò la mail di uno studio di architetti milanese a cui avevo mandato il curriculum sette mesi prima. Casomai fossi ancora interessato, volevano conoscermi di persona. Proponevano il venerdì successivo, il giorno del mio quarantunesimo compleanno. Era uno studio abbastanza anonimo, fra i meno interessanti che avevo contattato, ma non ero nelle condizioni di ignorarli. Mandai un messaggio di conferma. Poi scrissi a Cecilia dicendole che sarei potuto passare da lei. Pavia dista da Milano appena mezz’ora e l’idea di dormire su un divano o in una cameretta degli ospiti a casa di Cecilia, la sera prima del colloquio di lavoro, mi sembrava conferire a quest’ultimo un’aria di spensieratezza di cui credevo d’aver bisogno.

Arrivai a Pavia cambiando treno a Milano Rogoredo. I binari dividevano in due fasce parallele i palazzi delle multinazionali, che lì avevano le loro sedi operative in Italia. Prima di scendere dal regionale, controllai che il regalo che avevo preso per Cecilia e il marito (C&G, come si era firmata nella mail, dove la G stava per Giulio, che io avevo visto solo una manciata di volte) fosse ancora incartato in maniera decente. Era una versione rimasterizzata di Kagemusha – L’ombra del guerriero.

Sarei voluto tornare alla Certosa appena fuori città, che ricordavo splendida da un viaggio in macchina di oltre venticinque anni prima con i miei genitori. Ma il biglietto dei treni della mattina costava uno sproposito (lo studio non mi avrebbe rimborsato nulla) e quindi scesi a Pavia nel pomeriggio inoltrato, troppo tardi per fare il turista. Riuscii però ad andare all’università, su consiglio di un amico che lì si era addottorato. Girai in quell’infilata di chiostri cinquecenteschi, godendo dell’ordine geometrico dei portici, stranamente animati da pochissimi studenti per essere un mercoledì di aprile. Mi trovai sotto casa di Cecilia che stava cominciando a piovigginare, dopo aver visto i mattoni del duomo, sotto la luce del tramonto, accendersi di un colore quasi violaceo, per poi spegnersi con l’arrivo della sera.

Quando Cecilia aprì la porta mi sorrise e non disse una parola. Indossava un vestito lungo così elegante da cambiarle i lineamenti. Non riuscivo a immaginare nessuno stile di vita che contemplasse passeggiare per casa con un abito simile. Poi si girò verso Giulio, lì accanto, ma fermò il movimento a metà, come se nello spazio del corridoio volesse in realtà rivolgersi a entrambi, e disse: «Però glielo dici tu. Sei tu l’avvocato».

Giulio teneva sulla spalla una giacca scura ancora da infilare. Con la mano libera mi diede un paio di colpetti decisi sul braccio, guardandomi solo un attimo senza particolare complicità. E allora Cecilia lo cavò d’impaccio: «Ok. Te lo dico d’un fiato: abbiamo scoperto giusto un paio di ore fa che abbiamo una cena al lago. E purtroppo non possiamo mancarla. Non volevo farti saltare i piani, o farti cercare un albergo. Però ecco noi dobbiamo davvero andare. Facciamo che stavolta fai tu conoscenza con la casa e poi noi tre ci vediamo magari a colazione, che ne dici? In compenso la camera è grande, puoi bere e mangiare quello che vuoi, guardare la tv, accendere il computer, fai tu. Ci perdoni?».

Tirai fuori il regalo e lo feci scartare di corsa a Cecilia, mentre Giulio lasciava saltellare due mazzi di chiavi nelle mani. Aggiunsi che avrebbero potuto vederlo al lago con gli altri, ma la battuta mi uscì sgradevole. Cecilia fece finta di non sentirmi. Tolse dalle mani di Giulio le chiavi della Mercedes e le mise nella ciotola dorata sul mobile alla sinistra della porta. Appena vidi i fari del loro fuoristrada sfilare sotto le finestre, le scrissi un messaggio di scuse. Non seppi mai di che lago parlavano.

Da ragazzini eravamo cresciuti tutti in case pressoché sovrapponibili. Come gli ascensori che disegnavo, le separavano solo pochi dettagli, al punto che ricombinandole casualmente, prendendo una cucina da una, da un’altra un terrazzo, da una terza un lungo corridoio, e via dicendo, sarebbe potuta uscire una planimetria possibile e non troppo disomogenea. Oggi non era più così.

Cecilia e Giulio abitavano in una casa che avrebbe potuto contenere dieci volte la mia. Le stanze si aprivano una dopo l’altra, separate da porte bianche, con un piccolo affresco di un fiore viola al centro, strategicamente lasciate aperte così da far sembrare l’intero appartamento un unico ambiente. Tre metri di soffitto (con cassettoni antichi, in salotto) completavano la sensazione di trovarsi ospiti in un luogo che rifletteva le aspirazioni dei proprietari.

Mi allungai quasi subito sul divano in salone e fissai la faccia dell’adolescente ritratta in bianco e nero nella tela iperrealista sulla parete di fronte. Il dipinto sarebbe potuto essere una fotografia, non fosse stato per gli occhi della ragazza che erano troppo distanti tra loro. Dopo qualche secondo notai la piccola spaccatura verticale che correva da sopra la fronte fino al collo della donna. Armeggiai con un paio di telecomandi che erano poggiati sul tavolino alla destra del divano e la tela si aprì piano in due, svelando un proiettore che non avrebbe sfigurato in un piccolo cinema. Mi alzai e andai in cucina a cercare qualcosa da bere.

Trovai quattro birre nel ripiano più alto del frigo. Non le avevo mai viste prima. L’etichetta aveva un punto interrogativo rovesciato e un nome che avrebbe potuto essere finlandese, o ungherese per quel che potevo indovinare. Presi quella più a sinistra. Mi sembrò pesasse pochissimo. Chiusi il frigo e gettai un rapido sguardo alla ricerca del cavatappi. Non era in mostra. E d’altra parte nulla in quella cucina era esposto. Io e Andrea avevamo due o tre cavatappi. Avrebbero dovuto stare accanto alla vaschetta con le posate, nel primo cassetto, ma non ne ero più certo: in pratica ne usavamo sempre uno di acciaio, leggermente ossidato, che abbandonavamo spesso sul divano o, in momenti di maggior ordine, sul mobiletto lì accanto. Aprii un paio di cassetti. Poi li aprii tutti, lasciandoli per lo più spalancati. Il cavatappi non era lì: ogni cassetto conteneva una categoria di oggetti diversa da ciò che immaginavo prima di aprirlo. Un intero cassetto era dedicato a varianti di forchette e coltelli da formaggio di cui conoscevo il profilo solo per averle viste in qualche rifugio di montagna.

Feci un passo indietro. Fuori dai cassetti non sapevo nemmeno dove iniziare a cercare. La birra, stretta nella mano sinistra, mi sembrò già molto più calda. Avrei potuto aprirla con una forchetta o un accendino, come avevo già fatto un milione di volte, ma tutte le forchette che affioravano dai cassetti ancora aperti sembravano inadatte allo scopo. Il manico era troppo spesso o troppo curato per rischiare l’impresa. E da quando avevo smesso di fumare non possedevo più accendini. Uscii dalla cucina con la birra in mano. Allungavo il collo in direzione di tutti i portaoggetti che vedevo: erano quasi sempre vuoti. Su diversi ripiani della libreria, un piccolo globo spaccato di Giò Pomodoro fermava il peso di una breve catena di libri. I globi, grandi poco più della mia birra, erano complessivamente otto: piccoli asteroidi che svelavano un interno indecifrabile – ma senz’altro non riconducibile all’aspetto di un cavatappi.

Tornai in cucina. Scelsi da un cassetto la forchetta che mi sembrò più sacrificabile e la girai contro il tappo della birra. Abbozzai una leva, ma stavo spingendo con una pressione minima, troppo modesta perché potesse accadere alcunché. Misi appena più forza, ma nell’istante in cui vidi l’impugnatura della forchetta estroflettersi di qualche millimetro mi fermai di colpo. Abbandonai di nuovo la cucina. La birra era ormai a temperatura ambiente.

Mi buttai sul divano, passando la birra dalla mano sinistra alla destra. Fissai per un po’ l’incomprensibile etichetta: sequenze lunghissime di lettere e accenti si affastellavano quasi in ogni parola. Non ero in grado di trovare un cavatappi in quella casa, non contava quanto impegno ci avrei messo.

Guardai le finestre larghissime: la vista dalla strada doveva apparire come uno di quegli interni illuminati su cui mi si bloccava lo sguardo quando camminavo per il centro di Roma di notte. Anni prima, all’inizio dell’università, Cecilia e io eravamo tornati in autostop da Ostia, prendendo tre passaggi diversi dalla Via del Mare fino alle terme di Caracalla, e ci eravamo fermati sul prato lì davanti, pressoché equidistanti dalle nostre case del tempo, a sbattere la sabbia via dalle scarpe. A quei tempi, appena vedevamo l’altro assorto in chissà che pensieri, tentavamo di indovinarli. Non ci riuscivamo praticamente mai, è ovvio, ma ci guardavamo come se la mente di ognuno dei due potesse davvero dispiegarsi sotto gli occhi dell’altro. E ora non avevo idea di dove cavolo tenesse un cavatappi. Che era successo in vent’anni?

E poi lo schianto. Il rumore fu quello di un’esplosione, ma uscì più cupo, attutito da una specie di filtro. Spalancai la finestra. Cinque piani più in basso, dovendo solo piegare la testa in avanti, vidi il corpo di un uomo sdraiato sul tetto di una Mercedes. La metà destra sembrava appoggiata morbidamente. Quella sinistra però tradiva le conseguenze del tonfo: una spalla era innaturalmente rialzata mentre il ginocchio era bloccato all’esterno, a mezz’aria, neanche fosse all’inizio di una rovesciata. Il tizio portava i capelli lunghi fino a fianchi. Non muoveva un muscolo. A quel punto alzai lo sguardo e mi accorsi di essere l’unico nella via che stava assistendo alla scena. Non c’era una sola finestra aperta, come se il rumore della caduta anziché propagarsi in tutte le direzioni fosse salito in linea retta concentrandosi sulla mia finestra e risparmiando tutte le altre. Mi precipitai fino alla porta. Prima di uscire, senza un vero proposito, infilai in tasca le chiavi che Cecilia aveva lasciato nella ciotola dorata. Poi corsi per le scale. La macchina per strada era semidistrutta. C’erano vetri per terra, tutto intorno. Il tizio però respirava. Non so come, era sceso dal tetto della macchina, e ora se ne stava rannicchiato con la schiena schiacciata contro la portiera. Mi avvicinai e lui alzò la testa verso di me. Doveva avere venticinque anni, forse meno. Delle macchie diseguali di barba rossiccia gli coprivano le guance e la parte alta del collo. Per un attimo si limitò a scrutarmi e quando cercai di piegarmi su di lui per soccorrerlo scosse la testa, emettendo un verso breve.

«Come stai? How do you feel?» chiesi, esaurendo così le possibili lingue di scambio. Lui abbozzò un mezzo sorriso e disse Ja-an, o due sillabe simili. Ammesso che quello fosse il suo, non aggiunsi il mio nome. Tentai un’altra volta di avvicinarmi ma rispose con lo stesso verso di prima. Si fermò poi a fissarmi con un’attenzione innaturale, quasi volesse studiarmi. Ma ero uno studio confuso: non riusciva a tenere gli occhi su di me, e distraeva spesso lo sguardo sulla fila di lampioni alle mie spalle. Di tanto in tanto, come se all’improvviso avesse capito qualcosa, tornava a guardarmi con interesse. Ma pure questo durava poco. Era molto probabilmente fatto, e se pure sentiva dolore non lo mostrava. A un certo punto mi disse, di nuovo sorridendo, ok ok, no hospital, ma prima che potessi rispondergli scivolò di nuovo altrove, dentro altri pensieri.

Mi accucciai davanti a lui, in equilibrio sulle gambe rannicchiate, e rimasi a guardarlo alla sua stessa altezza, finché i muscoli delle cosce non mi fecero male. Mentre mi tiravo su, una risata acuta rimbalzò dalle scale dietro le mie spalle. Arrivò barcollando un ragazzino di vent’anni al massimo, vestito con solo una maglietta addosso nonostante fuori non facessero più di cinque gradi. Si inginocchiò anche lui davanti al tizio per terra e cominciò ad appoggiargli ritmicamente la fronte contro la sua, prima in modo lento, dopo sempre più in fretta, emettendo dei suoni che alla fine divennero degli ululati. Dalle finestre intorno continuava a non affacciarsi nessuno. Cercai in tasca il cellulare (l’avevo lasciato su) ma prima ancora che potessi capire come chiedere aiuto vidi il tizio tirarsi in piedi con una disinvoltura insensata. Ora erano entrambi verticali, a tre passi di distanza da me. Spostavano di continuo il peso da un piede all’altro, come oscillando sul ponte di una nave, e mi guardavano in attesa. Ja-an balbettò qualcosa e l’altro prima annuì, e poi fu preso da uno stupore fortissimo che gli spalancò la bocca in un qualcosa di intermedio fra uno sbadiglio e una risata. Scoppiarono entrambi a ridere rumorosamente e mi sembrò che ripetessero una dozzina di volte una singola parola che, nonostante le ripetizioni, non ero in grado di afferrare. Alla fine capii che fissavano la birra. Quasi avevo scordato di averla in mano. La guardavano come si potrebbe guardare un manufatto alieno. Ja-an allungò la mano e io gliela passai. Si rigirò più volte la birra fra le mani mentre l’altro ragazzino gli stava accanto e la colpiva con le dita. Non ricordo quanti minuti passarono: tutte le finestre rimasero chiuse e restai il solo spettatore. Alla fine Ja-an stappò la birra con i denti, un morso secco dato con una strana grazia, e me la passò. La bevemmo con calma senza dirci nulla, sempre restando in piedi, e di tanto in tanto i due mi sorridevano come se la mia figura risaltasse all’improvviso da uno sfondo che altrimenti mi nascondeva. Non avevo sonno, non avevo fame, non avevo sensazioni fisiche particolari. Mi domandai quanto quella loro notte, vissuta all’interno del pasticcio chimico che avevano nel sangue, fosse analoga alle mie notti universitarie. Qualunque fosse la risposta, Cecilia non era lì.

Mi avvicinai alla Mercedes distrutta. Tirai fuori dalla tasca le chiavi della macchina di Giulio e, senza crederci granché, pigiai sul bottone. La macchina si illuminò. Sembrò un gioco di prestigio. Ja-an scoppiò a ridere e si colpì due volte le gambe con i pugni. Prima che potessi richiudere la macchina, l’altro era già salito a bordo lasciando la portiera aperta. Ja-an si fece immediatamente serio, mi poggiò una mano sulla spalla e disse: taxi! Poi si accasciò anche lui sui sedili di dietro, indicandomi il posto del guidatore. Quando aprii lo sportello davanti immaginai che sarebbe uscito fuori dai cardini, precipitandomi sui piedi. Invece si mosse diritto, accompagnato da un rumore soffice di auto di lusso. 

Il parabrezza della Mercedes si era frantumato in modo perfettamente geometrico e il vetro adesso era una tela di ragno che si allargava in cerchi concentrici a partire da un buco al centro. Fissavo quello spazio tondo come fosse un mirino e in cambio ricevevo un soffio di aria gelida in faccia. Dovevo guidare tutto accovacciato e anche così la superficie interna del tetto mi sfiorava i capelli. Avevo lasciato la valigia e il computer da Cecilia, fra poche ore avrei avuto quel colloquio, e in direzione nord, dove stavo puntando, non avevo nessun posto dove andare. Solo che ebbi l’impressione, o il desiderio, che le vicende dei due improbabili passeggeri che avevo lì dietro fossero, nell’economia del tutto, più decisive delle mie. Mi sentivo bene e in forze. Da lì avrei potuto proseguire fino al confine, fin dopo le montagne. Giulio era uno di quelli che teneva sempre le catene nel portabagagli, ci avrei giurato. Le avrei montate, se necessario, per entrare in Svizzera. Sapevo metterle senza alcun bisogno di aiuto.

Guidare non mi pesava. I due dietro già dormivano. Avrei potuto accompagnarli a casa, ovunque fosse casa.