«La veglia» di Gabriele Cavallini

Gabriele Cavallini

Sono inginocchiato accanto a un albero, con le mani appoggiate alla corteccia ruvida, dietro un cespuglio pieno di spine. Mi sono graffiato, vedo i solchi sulla pelle, molto pallida alla luce della luna, ma non sento alcun dolore. Non ricordo come sono arrivato fino qui. Oltre il cespuglio, lungo un viale di terra battuta, una processione di molti uomini e donne sta procedendo a rilento. Sono malmessi, i vestiti sono strappati e sporchi e camminano molto lentamente. Sembrano stanchi. Ogni tanto ne passa qualcuno ridotto veramente male, la pelle è tirata fino alle ossa, hanno delle profonde ferite oppure sono mutilati nelle mani, nelle gambe o nei piedi. Camminano reggendosi ai più forti. Ne ho visto passare qualcuno addirittura scheletrico, si vedevano proprio le ossa e non la carne, eppure camminavano lo stesso, molto lentamente, più lenti degli altri. Quelli sono più stanchi, non hanno muscoli che possano aiutarli, possono contare solo sulle proprie forze. Passano anche dei bambini, alcuni tengono la mano alla mamma, o così presumo che sia perché un bambino non dovrebbe mai dare la mano a una sconosciuta. Altri sono da soli e mi fa sentire triste vedere dei bambini procedere in questa carovana di relitti da soli. Ne passa uno che non ha i capelli, è completamente pelato, e non riesco a capire se sia maschio o femmina. È solo e mentre lo guardo sento il viso che si bagna. Sto piangendo e non me ne sono accorto, non ho sentito niente. Mi asciugo le lacrime ma il palmo della mano mi si tinge di rosso. Lo annuso e non percepisco alcun odore. Credo sia sangue, forse ho pianto sangue, forse non ho pianto e sono ferito e non me ne sono accorto. Adesso sono stanco e anche un po’ triste, o così credo che dovrei sentirmi, sicché torno a casa. Casa mia è in mezzo al bosco, all’ombra di un castagno e di una quercia. Fa sempre molto fresco sotto l’ombra e d’inverno si scalda grazie al calore della terra. La temperatura si mantiene sempre costante. Non so bene come ma riesco a orientarmi nel bosco, anche se è notte e non vedo niente, gli alberi sembrano tutti uguali e il manto di foglie sotto i miei piedi nudi non emette alcun rumore. Nella mia casa non ci sono mobili, non ne ho bisogno, perché è molto piccola e contiene l’essenziale. Le pareti sono fatte di terra, la stessa terra che mi scalda d’inverno e mi tiene fresco d’estate. Ho anche un animale domestico, è un lombrico e si chiama Duffy, sta sempre nella mia mano e io conto gli anelli intorno al suo corpo. Sono trentasette, non so se sia la sua età oppure la sua altezza, ma sono trentasette, li ho contati anche ieri. O l’altra settimana non ricordo. Incontro un uomo girato di spalle, gli passo accanto e mi chiede dove vai ragazzo. Allora mi volto e vedo che ha i vestiti strappati e porta un paio di lunghi baffi. O un tempo dovevano essere stati un paio poichè ne vedo solo uno, l’altra metà del volto è bruciata e la cavità vuota del suo occhio mi spaventa più della notte stessa. A casa gli rispondo, e allora lui mi dice non puoi andare a casa ragazzo questa è la nostra notte. Io non capisco di cosa parla e gli dico che sono stanco e che vado a casa. Lui non dice niente e allora continuo a camminare. Cammino ancora un poco e finalmente riconosco il mio castagno e la mia quercia, sotto c’è casa mia, finalmente posso fermarmi e riposare. Mi pulisco la terra dai piedi scalzi e con un balzo entro nella mia casetta che è rettangolare, due metri per uno e alta un altro metro. Mi stendo e appena chiudo gli occhi mi addormento di un sonno profondo come la notte e che fa paura come la notte. Spengo la luna.