Dentro la Russia contemporanea: tre letture sul Putinismo

Emanuele Martino

Alle asperità del tempo ha resistito il putinismo, s’è fatto anziano, saggio, non più regime suscettibile di svariate definizioni politologiche, bensì meta-narrazione conservatrice e reazionaria pronta all’esportazione globale, buona per ogni stagione geopolitica, quasi un marchio in franchising o etichetta da appiccicare su movimenti o partiti, uomini e organizzazioni, da Budapest a Washington, da Minsk al Viminale. Il putinismo, qui inteso perlopiù come manifestazione fideistica universale, è ormai un contenitore in cui neofascisti e marxisti, eversivi repressi e tossici di storytelling spionistici gettano paure e ansie generalizzate, complottismi fetish, militaresche nostalgie di epoche bipolari, del siamo sempre in guerra, basta spingere un bottone cari compagni, altro che fine della storia.

Ora poi che l’epoca d’oro della reductio ad ironiam del machismo putiniano allenta la presa sulla blogosfera, consapevoli, noialtri lettori confusi ma pur sempre razionali, che l’assedio all’ironia da destra partì proprio con lui, dalla fissità del meme raffigurante Putin a cavallo e in calci rotanti nel judo, ben prima del Trump anfibio o del bomberismo berlusconiano, ora potremmo, quindi, riprendere in mano testi chiave sulla Russia contemporanea usciti di recente, come Il Futuro è storia (Sellerio, 2019) di Masha Gessen, attivista lgbt e giornalista del New Yorker, La Paura e la Ragione di Timothy Snyder (Rizzoli, 2018), seguendo in parallelo un altro libro di rottura, quel Niente è vero tutto è possibile di Peter Pomerantsev (Minimum Fax, 2018) utile a decostruire la nuova identità russa nel suo ciclico specchiarsi e morire, vittima delle sue stesse finzioni. 

 

Politica dell’inevitabilità vs politica dell’eternità

 

Abituati come siamo a scadere nella polarizzazione popolo vs élite come se fossero due insiemi ben composti e facilmente definibili, esaurienti e chiusi, ci lasciamo forse sfuggire ben altri piani di lettura del presente che partano, come scrive Snyder, non da una verticalizzazione riduttiva dei rapporti di potere, alto contro basso e viceversa, ma dalla necessità di sciogliere le contraddizioni antinomiche generali tra altri due blocchi percettivi del processo storico: a un angolo del ring scalpita l’homo deus, convintamente dalla parte del progresso elevato a destino, apologo della tecnologia a tutti i costi e per tutti i gusti, niente alternative al capitalismo occidentale, niente concessioni alle ideologie, nessun ritorno alle banche dell’ira del socialismo e del cristianesimo, depositarie dell’uomo non funzionale e dei suoi sentimenti a perdere, perché Dio è morto, Marx pure, ma lui al contrario gode di ottima salute, depoliticizzato e post-ideologico, e sia messo agli atti, in font a stelle e strisce, che la natura ha prodotto il mercato, che ha prodotto la democrazia, che ha prodotto la felicità, leggasi anche in chiave europea, dove la storia ha prodotto la nazione, la guerra ha creato la pace, e la pace, infine, prosperità e integrazione. Signore e signori, benvenuti nella politica dell’inevitabilità. Bambini, oggi lezione di criogenia e benessere relativo. 

Ovazione meno patinata ma più rabbiosa per l’avversario, la politica dell’eternità, che Snyder fa coincidere con il ventennio putiniano, un percorso severo e disciplinato di istituzionalizzazione delle pratiche para-mafiose con il suo accentramento onnivoro del potere economico e politico, l’eliminazione fisica dell’opposizione e la distribuzione tribale di ruoli e posti di comando; carburante per il putinismo la costruzione di un presente avverso al futuro, un lavoro certosino di infiltrazioni ideologiche che rimetta la Russia al centro di un sistema di vittimizzazione e di sindrome da accerchiamento. Nella politica dell’eternità a essere sotto attacco è direttamente l’identità russa, la sua anima religiosa, tesi portata avanti dal Cremlino dopo la riabilitazione pubblica di Ivan Il’in, pensatore fascista e controrivoluzionario della prima metà del Novecento, esiliato dalla patria dopo essersi schierato contro la nascita dell’Urss. 

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L’unico bene dell’universo, credeva Il’in, è la totalità di Dio prima dell’avvento della storia, vista come virus da estirpare con i suoi fatti e le sue passioni corruttrici.
Il male è l’individuo stesso, la sua ragione; una volta che l’unità della creazione scivolò nell’esistenza empirica, “Dio fu privato della sua unitarietà armoniosa, della ragione logica e dello scopo organizzativo”. Il processo storico non è giustificabile teologicamente, la sua fisicità ci ha condotti all’oblio relativista e immorale e la classe media, con il suo materialismo e la sua visione romantica della vita, sporcata dal sesso, ovvio, ha condannato il mondo intero alla razionalità impura. Esiste una sola nazione, stando a Il’in, che coltiva in nuce una verginità ancestrale purtroppo avvelenata dalla fattualità e dagli eventi della storia: facile, la Russia.
Quando Dio creò il mondo la Russia si sottrasse al divenire storico rimanendo terra pura e oggettiva, indifesa, che esiste nell’eternità a prescindere dal tempo e dai suoi «incidenti», come la Rivoluzione bolscevica, l’invasione nazista e la guerra fredda.

La patria russa è destinata alla sofferenza. A meno che, e qui si definisce con più chiarezza il nucleo fascista del suo pensiero, non si affidi la sua innocenza al redentore spasitelnii, salvifico, pronto al sacrificio cavalleresco di «versare il sangue altrui per prendere il potere»: il golpe fascista sarebbe, a quel punto, solo un «atto di salvezza». Putin organizzò la risepoltura di Il’in nel 2005, parte dei suoi testi furono recuperati e riportati in Russia per una loro capillare diffusione, e più volte il presidente russo lo ha citato durante i discorsi presidenziali, in special modo riguardo la questione ucraina, per dimostrare la necessità di un’unità russa, di una patria indivisibile che serri i ranghi contro l’Occidente e la sua espansione. 

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In Il Futuro è storia, Masha Gessen distribuisce i suoi protagonisti attraverso le lacerazioni identitarie della perestrojka, l’incerto ballo di Gorbaciov tra un sovietismo riformatore che perde aderenza fino a implodere, e le resistenze interne di un conservatorismo deciso a riciclarsi e a non perdere capitale politico. La generazione di cui scrive la Gessen viene alla luce ma rimane in gestazione, vive la propria esistenza in pieno collasso valoriale e maturerà solo all’alba di una nuova politica, quella dell’eternità putiniana. E prima di essere sistema di governo, consolidamento istituzionale di una specifica classe di burocrati, il potere putiniano fu prima di tutto rappresentazione: la crisi del teatro di Dubrovka e la guerra in Cecenia, a cui dobbiamo, per inciso, la prima marea mediatica della nuova televisione russa, isterica e affamata nel parlare di un paese che neanche i russi conoscevano, come scrive Pomerantsev in Niente è vero tutto è possibile, diventarono terreno fertile per la costruzione non solo di un’emergenza imperitura fuori dall’identità russa, esterna, «altra», composta da terroristi e nemici dello Stato (l’11/9 avvenne un anno prima della strage di Dubrovka, il nuovo spirito della nazione assunse anche legittimità internazionale), ma contribuirono alla messa in scena del trauma, dell’evento umano e della sua cattiveria, contro cui far fronte comune e affidarsi al mito, alla patria, all’universalità identitaria russa, incarnata politicamente da Putin e dal suo gergo gangsteristico da poser criminogeno.
L’eternità sostituisce la linea politica con la propaganda, fabbrica crisi generali per annullare la realtà fattuale: arrivò la fiction politica, suo piatto preferito. 

 

Finzione e identità: largo all’Homo Sovieticus

 

Ben noto è il carattere autoritario del sistema delle fake news, fintamente alternativo e liberatorio nelle premesse, spesso passatista e revanscista nelle conclusioni, ammesso che ce ne siano, visto l’impulso distruttore e nichilista del complottardo. Lo sappiamo, questione di bias per sopportare la complessità; verità e menzogna sono solo antichità concettuali valide solo in epoca di grandi narrazioni che, postmodernismo alla mano, ora giacciono sottoterra.

Particolarmente interessante la scelta della Gessen di seguire, tra le altre, vita e destino della sociologia russa con gli occhi di Levada prima e di Gudkov poi, due ricercatori che dalla fine dello stalinismo tentarono in tutti i modi di dare credibilità accademica ai loro studi sulla popolazione russa. Levada, sotto l’egida dei testi della Arendt, fu il primo a parlare di Homo Sovieticus, figlio maledetto dello Stato paternalista, psicologicamente spaccato tra un’ideologia che da una parte esaltava l’uguaglianza, dall’altra cristallizzava i rapporti di potere all’interno di una rigida gerarchia. Questo scarto abissale tra pensiero dominante e realtà effettiva, questo «ugualitarismo gerarchico», conduceva l’homo sovieticus dritto dritto al bipensiero orwelliano, la capacità di un individuo di sostenere tranquillamente una verità e tutto il suo contrario, in un lungo procedere di tesi e antitesi in perfetto equilibrio, senza contraddizioni: nelle parole dello stesso Orwell «sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda […]. Dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Soprattutto, saper applicare il procedimento al procedimento stesso. Era questa la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica appena messa in atto». Il rapporto che legava homo sovieticus e Stato non era di obbedienza, ma di negoziazione; negoziazione, ça va sans dire, unica strategia di sopravvivenza in cui tra cittadino e stato erano in ballo «i giochi», come per esempio il gioco del Lavoro («noi fingiamo di lavorare, loro fingono di pagarci» era un detto sovietico) o quello del Consenso, stando al quale l’individuo conservava un briciolo di privacy in cambio di una cieca lealtà per qualunque cosa lo Stato decidesse di fare; in privato poteva mostrarsi anche in disaccordo, ma nello spazio pubblico era d’obbligo mostrare entusiasmo e attaccamento. Tale immutabile stato di consapevole dissociazione, pensava Levada, è destinato a consumarsi grazie al prevedibile crollo dell’Urss e della sua anima accentratrice e monopolistica, regalando spazio, thank god!, alla pluralità del pensiero e a un lento riformarsi della coscienza pubblica. Le scienze sociali, spiega inoltre la Gessen, in epoca sovietica erano osteggiate e mal digerite se non ricalcavano le tesi dominanti, per cui i due ricercatori hanno operato spesso in clandestinità, tra seminari illegali e qualche viaggio all’estero – altresì interessante la vita della psicanalista Marina Arutjunjian, capace di cogliere le feroci interdipendenze tra l’ansia dei suoi pazienti e la disintegrazione del già sfibrato tessuto sociale russo spazzato via dal capitalismo deregolamentato anni ’90, ignara, financo lei, di aver assorbito un sistema di credenze e di automatismi ideologici fragilissimi che la porteranno ad ammettere, una volta incontrate le sue controparti occidentali, che la sua formazione professionale non aveva «padri» né, quindi, una storia. Traduzione: a far da padrone era la completa assenza di un’autoanalisi collettiva capace di gestire colpe e di redimersi senza smottamenti. Nell’immaginario russo comune manca, senza sorprese, qualsiasi critica che metta al centro le colpe della nazione, le sue tragedie e miserie. Solare, nel libro, il racconto di un Boris Eltsin che nel 1998 tenne un discorso in occasione dell’inumazione dei resti dell’ultimo zar russo e della sua famiglia, a San Pietroburgo.
Eltsin parlò di illegalità e sangue nella storia russa, addirittura di responsabilità nazionali, chinando il capo e chiedendo simbolicamente perdono. La versione che scrisse nella sua biografia cambiò, così come non se ne fece nessun cenno in discussioni successive o in testi simili dove veniva citato il suo intervento che ora, dopo accurata revisione, denunciava vaghe colpe esterne e chiedeva perdono sì, ma solo per i «nostri padri». Al diavolo, insomma, l’onere condiviso della propria storia. 

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L’Unione Sovietica si era andata quindi dissolvendosi, la Russia si era ormai ristretta territorialmente, il Partito non era più Stato; la transizione andava avanti.
Levada aveva ragione? L’homo sovieticus si stava finalmente estinguendo?
Qui entra in gioco Pomerantsev: no, capiamo dal suo libro. Stava solo cambiando pelle.

In Niente è vero tutto è possibile, magistrale sequenza di ritratti tragici di una società sull’orlo di una crisi di nervi, la moderna Russia è un pastiche di stilemi occidentali, nazionalismi custom, marketing invasivo, programmi tv real time, mental coach esteti della violenza, prostitute darwiniste e letterate. È una società psicolabile che prende vita nelle strade di una Mosca continuamente rimessa a nuovo, sventrata e ricostruita, allargata a dismisura, ipertrofica, disorientata. La Mosca raccontata da Pomerantsev è un teatro in disfacimento ed è precisa metafora dell’individuo postsovietico, una creatura trasformista, benaltrista e cinica fino al midollo, non esempio della classica generazione a corto di riferimenti, ma specchio di una collettività che di modelli non ne ha mai avuti (diversa, poi, dalla generazione dipinta dalla Gessen, che si concentra più sui figli della vecchia nomenklatura ormai in stato politico di abbandono e nello spazio delle proteste del 2011).

Esplicativo, a questo proposito, è il mondo entro il quale si muove Pomerantsev con il suo lavoro: la produzione televisiva e sue declinazioni. Gli addetti ai lavori del comparto mediatico russo fanno parte di una classe ben specifica, quella dei Forbes, che maneggiano il grande capitale finanziario, si dànno al lusso sfrenato, spostano soldi e ricchezza da un posto a un altro – offshore, sei tu?
Gli uomini incontrati da Pomerantsev si radunano nei ristoranti tipici dell’upper class occidentalizzata, bevono e discorrono dei fatti politici del giorno, parlano di lavoro e organizzano viaggi. Sopra di loro aleggia la grande narrazione che ogni giorno ognuno è tenuto a portare avanti, l’equivoco nella struttura, l’ordine simbolico a cui dar credito pena la marginalizzazione lavorativa (che lo stesso Pomerantsev sperimenta, così come molti personaggi intorno a lui): il grande mosaico, ed eccoci qui, delle fake news, la quotidiana costruzione di notizie e opinioni alternative alla cosiddetta egemonia occidentale, esattamente come possiamo notare nell’ormai fenomeno massmediatico più invasivo degli ultimi anni, onnipresente nel web e all’oggi dalla diffusione pari ad Al-Jazeera e alla Cnn, il canale satellitare di Russia Today, outlet di propaganda di regime per eccellenza. Format dalla postura liberal, talk show incravattati e composti, studiosi e ricercatori accorsi in massa dai paesi anglofoni, Larry King e Slavoj Žižek; e allora la finzione s’innalza a sistema, la mala información internazionalizza il sovranismo e la retorica patriottarda, rinvigorisce il nazionalismo e l’autodifesa in un’immensa modernizzazione della regressione del pensiero politico. L’uomo postsovietico si appropria del modo di comunicare occidentale per riproporre l’adesione alla menzogna e alla pura rappresentazione. Il bipensiero rientra dalla porta di servizio del tardo-capitalismo e la verità persiste nell’adattarsi alle esigenze di sceneggiatura.
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Pomerantsev racconta la sua esperienza come consulente per una piattaforma d’informazione multimediale che appoggia la candidatura alle presidenziali di un liberale, Prochorov, oligarca miliardario padrone della squadra di basket dei Brooklyn Nets.
La mission di questa media house è importare in Russia i valori propri del liberalismo occidentale.
Pomerantsev scrive, redige contenuti, studia dei documenti e viene pagato anche bene.
Insieme a lui lavora una squadra di nerd che sembrano usciti da una commedia americana, tutta cappuccini schiumati e diritti umani. Il team però non si adopera in niente: i ragazzi non fanno giornalismo d’inchiesta, attaccano il Cremlino riguardo esclusivi ambiti, non scrivono mai di corruzione né di generica sottrazione di denaro pubblico; in periodo di elezioni s’incontrano ogni giorno per «parlare di selling points e di alto valore produttivo». Stanno recitando. I suoi colleghi con la camicia a quadrettoni, gli occhiali spessi e il Mac aperto sulla scrivania, sono i figli dell’intelligencija sovietica, parlano un inglese madrelingua e sono dei fieri attivisti disimpegnati. Occupano spazio. Fanno cose, vedono gente. La loro è democrazia pensata e mai restituita nella sostanza. Vorticano nella finzione, appunto. Viene poi invitato da altre persone a visitare la Skolkovo, la Silicon Valley russa a diverse ora da Mosca. C’è un solo edificio in piedi, una minuscola struttura modernista chiamata hyper-cube. La retorica del posto è un miscuglio di linguaggio manageriale occidentale, modernità innovazione efficacia strategia risultato, al netto di un paese in cui più della metà della popolazione ha un lavoro statale e uomini e donne d’affari vengono arrestati ogni settimana. La guida, un ragazzo con jeans attillati e felpa con cappuccio, «sembra un qualsiasi hispter di Brooklyn o Hackney», e inizia a snocciolare invettive antioccidentali con lodi al Presidente. Si definisce un liberale, scrive Pomeranstev, che, a detta del ragazzo stesso «non significa nulla». È scuola Surkov (vedi sotto), la dissimulazione schizzata di sé nascosta dietro il sorrisetto criminogeno da Kgb (vedi qualsiasi video Best Putin jokes). 

Abbiamo visto la fiction politica macchiarsi di sangue nell’invasione dell’esercito russo nel Donbass, gruppi di militari senza le mostrine magicamente comparsi boots on the ground ben armati e pronti a portare l’Ucraina orientale a serene elezioni. L’abbiamo vista poi nella guerra più photoshoppata di tutte, quella siriana, che ha smesso quasi subito di essere un conflitto armato dalle mille contraddizioni e interessi per diventare match della domenica tra Occidente malandrino inventore dell’Isis vs Russia che bombarda per il bene nostro e della santa chiesa. 

Le domande che pone Pomerantsev ai vari protagonisti sulla capacità di gestire privatamente un così deviante sistema d’informazione affogano, una per una, nel più compassionevole e pallido fatalismo. Ora che anche l’Europa lotta contro il bias cognitivo totalitario, risultato dello sgonfiamento del pensiero socialdemocratico e dei suoi fallimenti, le nuove realtà politiche dimenticano di fare i conti con l’analisi delle proprie colpe storiche, facendo scivolare gli stati di nuovo nell’eternità, perché, come scrive Snyder, l’eternità fuoriesce dall’inevitabilità «come un fantasma da un cadavere».

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NTA (Nuova Tecnocrazia Autoritaria)

 

Nell’odierna baraonda la festa non decolla senza Vladislav Surkov, che insieme a Dugin, Limonov, Prigozhin, e al limite Medvedev – ve ne sarebbero di nomi, lui lo inseriamo per la sua puntualità nella staffetta – entra a pieno titolo nel grande libro della giungla di potere russo che fa impazzire scienziati politici e giornalisti. Surkov è un altro nome forte che oscilla tra un’immagine pompata dai media e un’autentica riproduzione in miniatura della nuova Russia.

«Il mago di Oz, l’eminenza grigia, il visir» scrive Pomerantsev, perché Surkov, prima di diventare segretario per gli affari esteri del Presidente, fu vicedirettore dell’amministrazione presidenziale, vice primo ministro, giornalista e romanziere distopista, businessman e fondatore di partiti di finta opposizione; Surkov poeta e finanziatore di movimenti giovanili filonazisti, Surkov esteta e inventore del Chodorkovskij uomo di successo, Surkov liberale e artefice dell’immagine di Chodorkovskij dietro le sbarre.
L’ideologo del Cremlino è considerato da Snyder una sorta di granduca della politica dell’eternità: dopo la strage di Beslan Surkov giustificò l’abolizione delle cariche elettive per i governatori con il goffo concetto di «democrazia sovrana», uno stato temporaneo di stabilità politica (i governatori nominati direttamente dal Cremlino) utile a preservare la pace sociale e il buon lavoro delle istituzioni, stortura concettuale ripresa a pieno ritmo da nazionalisti e neotradizionalisti emergenti. 

A livello regionale e federale la continuità del sistema rimaneva garantita dalla continuità della centralizzazione; non a caso, ricorda Snyder, per Surkov i tre pilastri dello stato russo sono appunto centralizzazione, personificazione, idealizzazione. Il principio di successione, la promessa di un’elezione democratica che assicuri quindi anche la prossima – così da rimettere in circolo possibilità e visione – veniva interamente a mancare, certificando il futuro come storia, la concretizzazione dell’eternità. Partecipare o no alle elezioni non fa nessuna differenza, che sia il referendum simbolico per la secessione in Crimea o le presidenziali per votare Medvedev, dunque Putin. I russi sono tutti esecutori dell’ordine esistente, complici di quella che la Gessen chiama «presa in ostaggio collettiva», l’affidarsi periodicamente a un rito che non li vede minimamente in gioco. La figura di Surkov, gonfiata o meno dalla cremlinofilia, è comunque fondamentale per tentare di decifrare che tipo di élite fagociterà il naturale scorporarsi del putinismo. 

Partiamo con una premessa della Gessen: la Russia interiorizzò la caduta del sistema di potere sovietico non come chance di apertura, l’abbiamo detto, ma come un fiondarsi nel vuoto (la psicanalista di cui sopra); una volta scomparse le incalcolabili intese dirette e indirette che tenevano insieme partito e società l’homo sovieticus perse la fede nel determinismo e nell’immutabilità storica, elementi tipici degli stati totalitari, assistendo impotente al violento arretramento dell’unico soggetto capace di dargli un senso identitario, «l’aiutante magico» di Fromm a cui tutto si affida; ancor più precisamente, l’homo sovieticus perse l’accesso alla finzione condivisa, poteva smettere di gestire le verità inesistenti e le grandi menzogne sottese; era, insomma, libero d’individualizzarsi. Cosa può fare un uomo abituato a nascondersi, ora che ha troppa libertà? Continuare a nascondersi.
Alle élite russe, suggerisce Pomerantsev, è successa la stessa cosa della farfalla descritta una volta da Nabokov: in assenza di predatori non aveva più bisogno di mimetizzarsi, eppure «continuò a mutare colore per il puro piacere della trasformazione. Durante l’era sovietica [le élite russe] hanno imparato a nascondersi per sopravvivere; e adesso che non c’è più bisogno di mutare colore, continuano a farlo per una specie di oscuro piacere, un conformismo elevato a gesto estetico».
Una volta ristabilita l’eternità sotto Putin, si torna alla dissociazione bipolare e alla mendacia sistemica. La farfalla oggi è ben rappresentata dal Surkov ivi descritto, erede più di un modo di stare al mondo che di un sistema di valori. Efficiente, veloce, flessibile, camaleontico; apolitico e fin troppo ideologizzato tra mattina e pomeriggio, conservatore e relativista da mezzanotte alla mattina seguente. Stante la natura centripeta delle dinamiche di potere russe, la questione non è più elencare a memoria la lista dei siloviki, la ciurma storicamente nota dei sodali putiniani cresciuti a pane e Kgb (Igor Sechin, Sergey Chemezov, per dirne due) e provare a pescare il degno erede, ma interrogarsi sulla sua eventuale gentrificazione da parte di una nuova classe di tecnocrati, capaci di smarcarsi dalla detenzione del tipico ‘capitale paradigmatico’ russo spendibile internazionalmente (forza militare, difesa, servizi segreti) e più interessati al complesso mondo di finanza e consulenza, di affari e mercati. Avvertenza: non si tratta di oligarchi o loro epigoni. Parliamo di personaggi come Sergej Kirienko o Anton Vaino, le cui carriere hanno preso forma nelle università, nelle istituzioni internazionali, negli studi di consulenza. 

Il rimpasto dei governatori deciso dal Cremlino nel 2017 andò proprio in questa direzione: la maggior parte dei nuovi insediati (ben 17 in totale) hanno tra i trenta e i quarant’anni, vengono da carriere manageriali e accademiche, sono tecnocrati che puntano al risultato, all’efficienza, e molti di loro si sono trovati ad amministrare regioni di cui non erano neanche originari.
Si dirà che alle porte delle elezioni presidenziali del 2018 è stata tutta messa in scena per rinvigorire la logica delle ‘facce nuove’, tuttavia risulta difficile sostenere l’idea che il putinismo lavori solo sul breve termine. Questa ondata tecnocratica è sia indicazione del Presidente, sia naturale emersione di una classe che scalpita e che va assecondata. Saranno anni interessanti per l’eternità russa; l’importante è mantenere Stabilità, la parola preferita da Surkov, la parola del ventennio putiniano.