«Il giorno in cui nasco» di Alessandro Busi

Alessandro Busi

Ancora non ho le orecchie e il cuore mi batte giusto da qualche ora, quando la pellicola vergine dei miei ricordi registra le sue prime sensazioni: il pianto silenzioso di mia madre, il tremolio della centrifuga, la pancia molle di mio padre premuta stretta.

I miei genitori stanno impiegando una serata intera per ricostruire com’è possibile che mi sia impiantato dentro l’utero di mia madre. Secondo la ricostruzione più plausibile è successo dopo la cena del decimo anniversario, quando mia madre, che aveva bevuto più del solito, aveva vomitato sul ciglio della strada poco prima di arrivare a casa. Fra le portate mezze digerite doveva esserci, nascosta e impercettibile, anche la pillola che aveva diligentemente assunto alla fine del secondo.

«Mi pulivi le labbra con le salviettine» dice mia madre, «e poi l’abbiamo fatto nel parcheggio sotto casa.»

Mio padre le sorride, e per la prima volta conosco il silenzio che può generare una coppia di persone rimasta senza parole.

«Cosa vuoi fare?»

«Tu?»

«Non posso essere io a scegliere.»

«Non ti chiedo di scegliere.»

Per prima cosa mio padre scarica un’applicazione per lo smartphone che racconta la mia crescita con paragoni contadini. Alla mia meno trentaquattresima settimana sono grande come una lenticchia. Alla meno trentaduesima come un mirtillo. Quando ho meno trenta settimane, grande come l’agrume kumquat, da sotto casa mio padre si mette a suonare il citofono come se volesse avvisarci di un pericolo.

«Affacciati!»

Mia madre corre fino al balcone e lo vede, in controluce. È appoggiato con i gomiti a una culla bianca con una cappottina di raso e due cicogne gonfiabili legate ai bordi: una di colore rosa e una di colore azzurro.

«Tu sei matto!» grida mia madre, con quella voce stridula che le viene quando le trema la parte molle della gola.

Mio padre riesce a caricare la culla nell’ascensore e la sistema nella stanza ancora spoglia. Alle pareti appende un set di stelle fluorescenti, mentre mia madre disegna una coppia di orsi. Prima di scegliere che colore dare ai farfallini che portano al collo decide di fare l’ecografia. Il medico, una signora magra e nervosa, con la voce roca, è perentoria: «Maschio».

«Un maschietto?» chiede mia madre. 

Mio padre espira, e così gli orsi si ritrovano addosso un papillon azzurro ciascuno, mentre la cicogna rosa appesa alla ringhiera del balcone viene liberata dallo spago. I miei genitori decidono di andare la sera stessa al centro commerciale a comprare il libro dei nomi e una cena veloce. Una volta a casa, fra un morso e l’altro al suo Grand Big Mac, mia madre sfoglia le pagine e legge ad alta voce.

«Adelio.»

«Adelio?»

«Dolce e candido come le piume di un cigno. Animale: ape. Pianta: agrifoglio. Colore: arancione.»

Mio padre storce la bocca per Adelio, Milco – portato al dialogo e alle arti; animale: merluzzo, pianta: orchidea e colore: giallo – e anche Viniberto – dal tedesco «amico illustre».

«Dammi qui» dice, «troviamogli un nome da cristiano, che almeno gli eviti qualche pugno gratuito.»

Esce Etan, ed è la prima volta che lo sento nominare. Sono melodico,  dicono, con animo fine e socievole, e volontà di ferro. Animale: zebù. Pianta: agrifoglio. Colore: arancione.

Nel mio corpo molle si formano ossa, giunture, unghie e padiglioni auricolari, mentre nei mesi i miei genitori cercano distrazioni, consigli, consolazioni. I loro amici parlano di me al futuro come se già esistessi e gioiscono e li abbracciano. Alcuni fanno domande con toni preoccupati ma rassicuranti e altri li prendono in giro, era ora!, e grandi pacche sulla schiena a mio padre, che si lascia strattonare. Ce ne sono due, in particolare. Mi parlano attraverso la pancia. Mi dicono che dovrò chiamarli zii: zio Roberto e zia Annalaura. 

Stasera, quando sono grande come un mango, mia madre e mio padre e Annalaura sono seduti in divano, mentre Roberto è in piedi che posiziona la puntina del giradischi all’inizio del vinile. Mia madre racconta che non fumare è faticoso, ma sopportabile, e mentre parla si massaggia la pancia. «Nasci presto» mi sussurra. «Resta tutto il tempo che vuoi» la contraddice Annalaura, «sei l’unico che è riuscito a farla smettere». Mio padre intanto parla con Roberto ed entrambi concordano che quel disco che si inceppa a metà della prima canzone, All he ever wanted was to be someone all’inifinito, non passerà alla storia ma è comunque un gran disco.

«Lo ascolteremo assieme» mi dice mio padre, accucciandosi per parlare sottovoce.

«Ti ricordi Claudio?» fa Annalaura, «non era uguale a Kurt Vile?» e si porta il bicchiere alla bocca senza bere.

Mia madre estrae dal blister una chewing gum anti nausea. «Veramente?»

«Ma sì. Ti eri mai accorta che ti faceva il filo?».

«Proprio no».

La voce di mia madre esce timida, mentre la spallata di mio padre la sento bella forte.

«Chi era questo Claudio?» chiede.

Mia madre non smette di masticare. «Ma dai, l’hai conosciuto.»

«Il belloccio coi capelli lunghi» incalza Annalaura, «quello che è andato a vivere in Germania.»

«Ah, sì. E lui ti faceva la corte?»

«Così dicono, ma secondo me non è vero.»

«Io lo capirei: eri una bomba all’epoca. E poi, l’importante è che ho vinto io!»

«All’epoca?!»

La conversazione scema in un susseguirsi di battute e chiacchiere sparse. Zia Annalaura finisce in un sorso l’amaro che le era rimasto nel bicchiere. Quando è mezzanotte i miei salutano gli zii, li abbracciano e li baciano, e tornano in auto. Mio padre guida, mentre mia madre guarda fuori dal finestrino e si regola il getto dell’aria in modo che arrivi diretto a scaldarmi.

«Ti devo parlare.»

Le labbra si muovono senza intenzione.

«Dimmi.»

«Ti devo parlare.»

«Ho capito. Dimmi. Che c’è?»

I denti di mia madre si serrano duri, mentre la gola deglutisce densi grumi di saliva che sento entrarmi dentro. Guarda dritta davanti a sé. Mio padre le posa una mano sul ginocchio e lei gliela stringe. Lui, a sua volta, le prende le dita gelide e le chiude nel suo pugno.

Le parole iniziano a scorrere fluide e liberatorie, come quando il sangue di mia madre è scorso per la prima volta nelle mie vene nuove.

La mano di mio padre lascia la presa e si sposta sul ginocchio. Non so se mia madre se ne accorge, ma più lei parla, più lui la tiene stretta.

«Lo capisco» dice, mentre entra prudente nel garage interrato, «è successo tanti anni fa. Eravamo entrambi giovani, no? Ci frequentavamo da pochi mesi, e la vita assieme è stata quella dopo.»

Mio padre spegne l’auto e, prima di scendere, si sporge verso mia madre e le dà un bacio sulla guancia. Poi abbassa a metà la basculante del garage, si arresta come se avesse dimenticato qualcosa, e le dice «Sali pure, arrivo subito».

Ci sono giorni in cui Mamma non si alza dal letto. Dice che sono io a stancarla, ma lo so che mente: io galleggio e basta.

Quando Annalaura prova a spronarla lei le chiede «Perché sono una troia?», ma la risposta non la ascolta mai.

Solo l’altro giorno si è lavata e truccata, perché papà doveva passare a prendere alcuni vestiti. A domani, le aveva scritto lui via messaggio. Lei aveva sorriso e io avevo sentito il ticchettio del suo stomaco che si irrigidiva.

Al suono del campanello mamma ha aperto senza chiedere chi fosse e, quando papà si è presentato al pianerottolo di casa con una valigia grande e un sacco di plastica blu, gli ha detto «Potevi anche entrare con le chiavi». 

«Non volevo intromettermi.»

«Intrometterti?»

Mio padre ora pronuncia solo sì e no, e poco altro. Come se la parte sinistra del cervello, quella che mi darà il linguaggio, gli si fosse rovinata.

«Stai meglio senza di noi?»

«Sì… No… Anzi, sì.»

Non sta fermo un attimo: butta camicie, mutande e pantaloni alla rinfusa nella valigia.

«Veramente mi merito solo dei monosillabi?»

«Non lo so.»

Mamma ha iniziato a piangere, ma in silenzio, come se fosse solo un modo per lasciar uscire dal corpo un eccesso di acqua.

«Ci sentiamo» ha detto poi papà già fuori dalla porta. Stavolta è stata lei, seduta sul divano a sfiorarsi la linea della pancia coi polpastrelli, a non rispondere. «A presto» ha continuato papà, poi è arrivato l’ascensore e tutto è finito, con i suoni ruvidi dei cavi di metallo in movimento.

Mamma non si è mossa per un’ora buona, dimenticandosi il palmo della mano vicino alla vescica. Io mi avvicinavo con la testa e le davo dei piccoli colpi.

Quanto sono grande non lo so più. Un melone retato? Un cavolfiore? La ginecologa spiega le cose alla mamma, ma lei ricorda solo quelle pratiche, come il fatto di non fare sforzi o di non fumare, e non le rispetta.

Sulla via del ritorno, mentre strizza la voce per superare in volume una che canta Thank you disillusionment, con la mano libera dal volante risponde a un messaggio di zia Annalaura e, appena preme invio, irrigidisce tutto il corpo e dice «Oddio!» e la superficie ruvida della cintura di sicurezza mi spreme. «Scusa. Scusa. Scusa» dice la mamma, con le mani in aria, poi fa ripartire la macchina e trema. Per tutto il tragitto non canta più e dà dei colpi forti all’autoradio finché la musica si spegne.
Quando rientra a casa si rimette subito a dormire mentre il salotto è un accumulo di cose. Le scarpe sono sparse sotto la televisione e un mucchietto di biancheria è raccolto sotto la porta che ci separa dal bagno. Un profumo dolce e acido, come di un frutto che è stato dimenticato troppo a lungo, attraversa le sue narici e mi raggiunge. A me non dà fastidio che la casa sia così, nemmeno il fasciatoio appoggiato contro la parete, ormai coperto di polvere. Io riposo con i ritmi di mamma, le sto accanto e lei mi tiene in vita.

Lo zio Roberto invece non capisce e appena entra in casa dice alla mamma che non può vivere in questo modo, che deve darsi una mossa, che non la riconosce più, le chiede se è questo che mi insegnerà. Dice «Fatti bella per noi, stasera» e poi le fa l’occhiolino. «Hai ragione» gli risponde lei, continuando ad annuire, e gli sorride in un modo che la fa sembrare giovane come nella fotografia che è appesa in corridoio. «Dammi cinque minuti» e poi accenna una corsa verso il bagno. Chiude a chiave, si spoglia di fronte allo specchio, si mette di profilo e si stringe i seni nelle mani, si volta e apre l’acqua della doccia. Quando esce, in accappatoio, la sagoma di Roberto è voltata di schiena e guarda dalla finestra i palazzi di fronte. «Ancora due minuti» grida la mamma, mentre prende dall’armadio una gonna corta e una maglietta che, a vederla, penso che rischio di soffocarci. Si infila un paio di scarpe che picchiano a terra come i cavalli nei film che guardiamo alla televisione e si presenta in sala.

«Come sto?»

Roberto si gira e rimane a guardarla. «Sei uno schianto!» dice. Le mette una mano sulla schiena, e la continua a guardare anche mentre le apre la portiera dell’auto aiutandola a salire.

Lo zio Roberto è sempre stato un burlone, anche quando alle cene ci andavamo assieme a papà, ma stasera sembra che sia diventato molto più simpatico del solito, perché ogni cosa che dice provoca a mamma una risata lunga e filiforme che mi fa sobbalzare. Zia Annalaura, che per la serata ha preparato un risotto di zucca e noce moscata e una macedonia col gelato alla vaniglia («Etan, ti piacciono i dolci, vero?»), invece non ride quasi mai. Passa gran parte della serata in silenzio e ha la gamba destra che trema e, quando porta in tavola le coppette di gelato, le butta in malo modo.

«Che succede?» le chiede lo zio.

«Niente».

A fine cena è la zia a riaccompagnarci a casa.

In auto c’è un’atmosfera che mi irrigidisce, come l’intestino di mamma, finché la zia rompe il silenzio.

«Posso sapere che ti è preso?»

«Di cosa parli?»

«Lo sai di cosa parlo.»

Ha un tono che è tutto il contrario di quello che usa con me. La mamma abbassa gli occhi e non risponde. Ti pare il modo di trattare una donna incinta?, le chiederei, se solo avessi le labbra e un alfabeto che mi faccia muovere la lingua. Invece è la mamma che ricomincia a parlare. «Scusami» dice, «non lo so nemmeno io cosa volevo fare». Zia Annalaura continua a guidare in silenzio, con lo sguardo arrabbiato. «Volevo solo ricordarmi che posso piacere a qualcuno», poi allunga la mano sinistra sul cambio, per incontrare le dita della zia.

«E dovevi farlo con Roberto? Ti rendi conto? Ro-ber-to!»

Adesso ride, e anche la mamma ride e si lascia scivolare nel sedile. «Che scema.»

Quando arriviamo sotto casa separano le mani per abbracciarsi. Mi rilasso, mi raggomitolo. Per la prima volta apro e chiudo le mie palpebre.

Mamma adesso pulisce casa, spesso. Non so se sia effetto delle esalazioni di ammoniaca, ma stamattina è diversa. Fino a ieri faceva fatica a cucinarsi un petto di pollo, oggi sposta i mobili della sala e si arrampica sulle sedie per spolverare le mensole più alte.

«Dobbiamo sistemare tutto» mi ripete, e io mi rigiro su me stesso come non mi era mai successo. 

Quando trova cose del papà, che siano vestiti, o quell’inutile e vecchia radiosveglia che proietta l’ora sul soffitto, le prende e le butta in un sacco che ha messo sul balcone. Poi ricomincia a pulire.

Ormai la casa è fresca di contraria e profuma di limone dolce. La mamma, appoggiata al piano della cucina, beve a sorsi un bicchiere d’acqua e ammira il suo lavoro. Ride da sola e io con lei. Vorrei dirle brava, e di non mettersi mai più a dormire, e lei sembra che mi senta, perché esce sul balcone saltellando. Perché no?, le direi poi, mentre si accende una sigaretta, e io continuo a rigirarmi, quando si ghiaccia di nuovo e scuote la testa. 

Cosa succede? 

Ora ha la pancia dura e le dita che tremano e, dopo l’ultima boccata, si avvicina alla roba del papà, la guarda, e ci lascia cadere dentro il filtro ancora acceso. Un lungo serpente grigio di fumo presto si solleva, assieme a un profumo che brucia. Mamma sta a guardare. Finché una voce le fa scendere una cascata di brividi dalle orecchie, lungo tutto il corpo.

«Ehi!»

La vicina del piano di sopra si affaccia dalla ringhiera. «C’è puzza di bruciato!»

Mamma si guarda attorno, rigida, e si butta sull’annaffiatoio e lo svuota nel sacco che sfrigola e subito si placa. «Il posacenere», dice alla vicina, sporgendo la testa verso l’alto e sforzando un sorriso. «Non avevo visto…» La donna la guarda in modo storto e non le risponde, sparendo in casa sua.

Mamma butta altra acqua sulla roba del papà, poi carica il sacco nell’ascensore e lo trascina fino al primo cassonetto. Quando rientriamo, si abbandona sul divano e io non capisco più come sta. O come sto io.

Prima che finisca il caldo, così sento dire, andiamo in vacanza a Jesolo, assieme a zia Annalaura. Scendiamo in spiaggia solo nel tardo pomeriggio e ci stiamo fino al tramonto. Mamma si immerge con tutta la testa sott’acqua e si lascia trasportare, e in quei momenti sembra che io e lei siamo uguali. Se lei apre le braccia, io apro le braccia, se chiudo gli occhi, li chiude anche lei. L’ultima sera prima del rientro, alle nove e mezza, il sole lancia gli ultimi raggi rossi dietro il pontile, e mamma è alla dodicesima sigaretta della giornata.

«Come stai?» le chiede zia Annalaura.

«Rimetto assieme i pezzi.»

«E come sta andando?»

Io, alla zia, risponderei che va tutto alla grandissima, proprio così direi Alla grandissima, e poi le farei un’espressione che la implori di non contraddirmi.

«Sai cosa credo?» continua invece mamma, «credo che abbia fatto bene ad andarsene e che, quando gli ho parlato, era quello che speravo. Mi aveva detto che era tutto a posto, ma quando ero uscita dal bagno aveva già aperto il divano letto e aveva portato in casa il trolley e, potrei scommetterci, aveva già deciso anche cosa scrivere su quel ridicolo biglietto. Siamo sempre stati eccetera eccetera. Coglione. Quando gli chiedevo cosa pensasse di fare, se fosse impazzito, mi rispondeva con frasi assurde sulla sua mascolinità e altre cazzate, ma lo sapevamo entrambi. Eravamo in un vicolo cieco, schiavi del copione rassicurante che ci eravamo scritti addosso. Uno dei due doveva solo trovare il coraggio di rompere.»

La zia dice: «Vedrai che andrà tutto bene.»

Deve!, dico io.

«Il problema non è come andrà.» dice Mamma. «Il problema è da dove parto.» 

Finisce la birra in un sorso e spegne la sigaretta. Con la mano umida di sabbia appiccicosa si massaggia il pancione. Io muovo la testa e i piedi e stavolta è lei che mi accarezza, mentre io prego, senza conoscere le parole, perché tutto resti così com’è.

Ho zero settimane prima di nascere e zero settimane di vita. 

Mamma mangia un cornetto al pistacchio e beve un cappuccino. Sono squisiti e rari: lei conosce i miei gusti e io i suoi stati d’animo. Quando lei è triste, io sto cheto. Quando è felice, mi sbatacchio come se ballassi.

«Non devi avere paura» le dice la nonna, «la nascita è naturale e inevitabile, come la morte.»

A queste parole spalanco gli occhi e stringo le dita in un pugno e provo a distendermi, ma sono ben lontano da poterla colpire.

«Facile parlare per te» le risponde la mamma, «tu non devi far passare un pallone da là sotto.»

«E tu da dove pensi di essere uscita?»

Io non esco proprio da nessuna parte!

È in quel momento che il mio liquido inizia a diminuire fino a scomparire, e io mi trovo ad annaspare come se fossi di nuovo senza polmoni.

Il corpo della mamma si agita e la voce della nonna sbraita cornacchia, mentre i camerieri si lamentano in una lingua che non capisco.

L’ambulanza arriva in pochi minuti e ci carica tutti, in direzione ospedale. Il paramedico tasta e ausculta la pancia di mamma e non dice nulla. Si affaccia verso la postazione di guida, pronuncia alcune parole che non sento e l’ambulanza accelera. Mamma non chiede, e la nonna nemmeno.

Quando arriviamo in ospedale e scivoliamo sul pavimento rosa che attutisce i rumori, lui è lì, in abito da lavoro. Appena ci vede si alza in piedi e fa un passo, poi si ferma, poi alza la mano e si ferma di nuovo e resta accanto alla nonna. Gli occhi di mamma sono i miei e nell’istante in cui si sfiorano con i suoi, piangerei, se sapessi farlo. Papà, ma che hai combinato? Invece rimango muto, perché la barella continua la sua corsa e papà scompare dalla nostra vista, che si accieca un istante con la luce fredda della sala parto.

Attorno a noi, persone mai viste dicono parole asettiche e smuovono strumenti di metallo. È la ginecologa l’unico volto che riconosciamo. Dà ordini agli altri con quella sua voce ruvida, poi si avvicina alla mamma e le dice di non preoccuparsi, poi fa un pausa e poi parla ancora: «È podalico». Mamma annuisce e respira veloce, mentre l’altra la rassicura come può.

Mi spiace. Ma lei non mi capisce più e ascolta solo la dottoressa che le dice di inspirare ed espirare profondamente e seguire le sue indicazioni, che andrà tutto bene.

La dottoressa intanto mi cerca con dei piccoli massaggi che mi solleticano, a cui replico con una posa plastica, mi appendo alle pareti dell’utero. Presto passa ad attacchi più mirati. Perlustra la mia collocazione con i polpastrelli e poi scende in picchiata, con degli sgambetti messi in atto da indice, medio e pollice, tutti finalizzati a farmi capitombolare.

«Dài Etan» dice quella voce rovinata.

È un colpo secco che mi fa cedere. Il palmo della sua mano sinistra mi immobilizza il torace, mentre la destra mi arpiona le gambe. Mamma grida e io con lei: ma io presto mi rassegno, lei continua a soffrire.

Le dita della dottoressa concludono la loro presa e io mi trovo a testa in giù, come un coniglio sgozzato.

«Ci siamo» dice, «quando le do il via, spinga.»

Mamma non pensa più a me, annuisce, ma non parla; lacrima ma non piange.

Lasciatemi qui.

Dicono che i dolori del parto, per la donna, corrispondano al punteggio di cinque virgola sette della scala Vas. Dicono che il corpo umano sia costruito per sopportare un dolore massimo di quattro virgola cinque della scala Vas. Dicono, «Immaginate ventiquattro ossa del corpo fratturarsi all’istante in questo momento». Io sono le costole in frantumi di mia madre.

Dopo pochi minuti di confusione, scopro il gelo, e il significato della parola. Sono immerso in una luce abbagliante e mi ritrovo sorretto da mani secche che stridono contro il mio corpo gelatinoso. Resto immobile, silenzioso come chi guarda il vincitore.

Le dita magre della dottoressa mi tengono per i piedi. Sono muto, con le braccia arrese a penzoloni e un broncio che non mi toglierò mai. Il colpo che mi dà sul sedere mi accende la voce, e la mia prima supplica inespressa.