Su «La fila» di Basma Abdel Aziz

Stefano Friani

In Davanti alla legge, uno dei racconti più simbolici di Kafka, incluso anche all’interno del Processo, un campagnolo staziona dirimpetto alla porta che conduce alla legge. La porta è aperta ma custodita da un guardiano che gli impedisce l’accesso. L’attesa del campagnolo è destinata a essere vana. 

Per Derrida, che al racconto ha dedicato uno scritto, il linguaggio proprio rendendoci visibile la legge, mostrandocela, in realtà ce la sta occultando. La porta è aperta ma l’ingresso ci è vietato. La legge non ha bisogno di giustificare la propria nascita né la propria legittimità, la cui scaturigine si perde nella notte dei tempi a dispetto di tutti gli sforzi dei contrattualisti moderni, sempre sorretta dal cane-guardiano del linguaggio. Proprio Derrida, nel 1981 durante una visita in Cecoslovacchia per un seminario clandestino, venne arrestato per possesso di droghe, trovandosi al centro di un caso internazionale che coinvolse anche l’ex amico Foucault, e necessitò dell’intervento risolutore del presidente Mitterand. A suo dire gli stupefacenti erano stati messi nella valigia durante una visita alla tomba dello scrittore praghese e per una volta non ci sembra di abusare del trito aggettivo kafkiano per descrivere la vicenda.

La porta è l’immagine-simbolo di tanta letteratura di derivazione kafkiana e Basma Abdel Aziz, psichiatra e attivista per i diritti umani egiziana, al suo esordio romanzesco con La fila (Nero, traduzione di Fernanda Fischione, euro 17), deve aver letto molto Davanti alla legge e lo deve aver fatto attraverso le lenti di Derrida. Una lettura allegorica di La fila è inaggirabile: la Porta, perfettamente visibile eppure inaccessibile, è forse un orizzonte chiuso e precluso a chi abita nel Sud del mondo. Si è materializzata oscuramente all’indomani degli Sciagurati Eventi, in cui qualcheduno sempre interessato a quella interpretazione attualizzante di cui sopra potrebbe scorgere il fallimento della Primavera araba, in una non meglio precisata città di un non meglio specificato paese nordafricano, che potrebbero e non potrebbero essere Il Cairo e l’Egitto. Dopo la Porta, quasi in maniera naturale si è creata una fila di persone che si è ordinatamente disposta ad aspettare per poter risolvere le proprie beghe quotidiane con un certificato apposito. Una fiumana di uomini e donne che si è allungata anche oltre i confini della città in un’attesa messianica. La Porta sembra doversi aprire a ogni ora del giorno o della notte e la speranza si concreta in un’eterna vigilia. Il protagonista di questa allucinazione in pieno giorno è Yayha Gad el-Rabb Said, un trentenne in coda per richiedere l’autorizzazione a farsi rimuovere dal corpo un proiettile rimediato suo malgrado proprio durante gli scontri degli Sciagurati Eventi. In fila, il clima è tutt’altro che spensierato come nel racconto di Cortázar sull’ingorgo infinito per tornare a Parigi, L’autostrada del Sud, ma anche in questo caso le persone si adattano e vivono una nuova normalità. Il dissenso viene irregimentato e messo in riga e fanno la loro comparsa agrimensori e insetti mentre i vicini di Yayha prendono a trafficare beni di prima necessità e a organizzare passatempi per ingannare l’attesa beckettiana. La parabola inscenata da Basma Abdel Aziz è però prevedibilmente destinata allo scacco.

Se i due poli del discorso politico odierno sono i muri e i ponti, in letteratura sono tempi di porte, attraversamenti e sconfinamenti. Mohsin Hamid con la storia d’amore tra due profughi nell’acclamato Exit West, uscito qualche anno dopo La fila, raccontava le migrazioni di massa attraverso delle porte medianiche che permettevano di raggiungere lidi più felici a patto di rischiare la vita. Il topos era presente anche in Numero 11 di Jonathan Coe, che riprendeva e omaggiava un vecchio racconto di H.G. Wells, La porta nel muro. Se però Davanti alla legge era un’ontogenesi che ricapitolava anche la riflessione sulla letteratura nonché l’inimitabile cifra ironica di Kafka, di questo in La fila, forse in ossequio al filone distopico assai di moda – fintanto che la realtà non supererà la fiction –, rimane poca traccia. Il romanzo si ferma poco prima, attestandosi sulla soglia e non varcando la porta.