Le bisce freudiane

Cosimo Monari

Le bisce sono animali tranquilli e inoffensivi. Difficilmente ne potrai scorgere una in giro: hanno infatti un corpo sottile e scuro, molto adatto a nascondersi più o meno in qualunque habitat.

Gli piacciono gli angoli appartati, bui, dai quali possono godere di una vista ottimale del mondo senza però essere notati. Questo perché amano fissare le cose. Ogni biscia ha le sue preferenze: chi i lampioni, chi i cani, chi le scarpe, chi i lavori in corso, chi le automobili, chi i cartoni animati, i più poetici il cielo, i più malinconici l’asfalto, i più trendy le vetrine dei negozi in centro. A qualcuno potrebbe dar fastidio il loro modo di fissare intensamente le cose, ma in realtà, come detto, non costituiscono un reale pericolo. Anzi, la maggior parte di loro, quando viene colta in flagrante, fugge a gran velocità verso il buco più vicino che riesce a trovare, una fessura nel muro, una tana tra le radici di un albero, un tombino, un tubo di scappamento o un tunnel autostradale. In questi ultimi due casi, come anche per le bisce che amano fissare le automobili, il tasso di incidenti tragici e sanguinolenti è comprensibilmente alto.

Quando poi, dopo la fuga, la biscia si sente finalmente al sicuro, è colta da un tremendo senso di colpa per ciò che ha appena fatto. Non si sa bene perché – non lo sanno neanche loro – ma in questi casi tendono a pensare che il loro continuo fissare le cose non sia socialmente accettabile.

Hanno un ego insicuro e una personalità così povera che spesso sono costretti a prenderla in prestito da qualcun altro. Non capiscono in che modo animali come i pavoni riescano a reggere allo stress emotivo di stare al centro dell’attenzione; per questo li ammirano e cercano di emularne i comportamenti, spesso con risultati disastrosi. In realtà le bisce sono solitarie, hanno un rapporto di amore-odio con i branchi, ma non lo ammetteranno mai. Vorrebbero essere più brillanti, ma la loro natura introversa le porta a non fidarsi degli atteggiamenti troppo teatrali. Per questa loro timidezza e per la mancanza di personalità, usano spesso pseudonimi tamarri presi da qualche videogioco o cartone animato che li ha intrigati particolarmente. Tutte queste caratteristiche le fanno rendere note agli altri animali col termine tecnico di «sfigati».

Un giorno le bisce lessero l’opera completa di Freud e si resero conto di qual era la cosa che più di tutte gli mancava: il sesso. Non c’avevano mai pensato! Capirono solo in quel momento come nascono i bambini e cos’era quel prurito che provavano ogni volta che fissavano la loro cosa preferita. Scoprirono di avere un pene da qualche parte lungo il loro corpo, anche se non avevano ancora capito dove (con qualche rara eccezione, le bisce freudiane erano quasi tutte maschi). Galvanizzate da questa scoperta, cominciarono a pensare alla loro quotidianità e si resero conto che inconsciamente traslavano i loro desideri sessuali sugli oggetti e le cose che fissavano. Anche la loro predilezione a fuggire nei buchi aveva certamente un significato sessuale, anche se, lì per lì, non si resero conto di quale potesse essere.

Fu così che, ogni volta che si nascondevano per fissare qualcosa, presero come abitudine quella di masturbarsi. Dopo un paio di arresti per atti osceni, un paio di matrimoni con cani, uno con un lampione, e svariati cuori infranti, le bisce capirono che il mondo reale non era adatto per quella loro peculiarità. Non gli rimaneva che buttarsi sul mondo virtuale. Così fecero. Si crearono delle comunità chiuse in cui inserivano immagini e video degli oggetti fissati, a cui seguivano i commenti estasiati di altre bisce sul sex appeal di una nuvola, un tubo di scappamento o di un chewing gum spiaccicato sul marciapiede. Entrarono anche in altri siti che permettevano la condivisione di immagini e video, intasandoli con gli stessi elementi. Vennero cacciati da alcuni, ma in altri riuscirono ad avere la meglio e a cambiarne l’identità. Fu più facile in quegli ambienti dove non era necessario essere in mostra, far finta di avere amici, conoscenti o persone che ti seguono: visto il senso di colpa sociale che li attanagliava, l’anonimato era tutto per loro. Su Facebook vennero scoperte quando crearono il gruppo «A me piacciono i treni». Non impostandolo su «segreto»per non destare sospetti, e non ricordandosi minimamente di un famoso video girato in rete qualche anno prima (una delle principali caratteristiche dello «sfigato»è quella di ignorare, deliberatamente o meno, qualunque cosa che abbia qualche importanza per la media delle altre persone), si trovarono il gruppo pieno di altri utenti che non capivano il perché di immagini di locomotive con atteggiamenti ambigui fino alla scabrosità, o di vagoni mollemente appoggiati sulle panchine della circonvallazione in attesa di clienti.

YouTube, invece, si rivelò la piattaforma perfetta per loro. Per prima cosa c’erano i pavoni (di cui, come detto, erano grandi ammiratori) che attiravano l’attenzione di tutti, permettendogli di agire indisturbati; secondariamente la natura sfuggente di un video gli permetteva di mascherare le proprie pulsioni. Non era facile, anche per un utente esperto, riuscire a scoprirle: capitava di trovare tra i commenti a un video musicale di una nota pop-star il commento «03:24 SEXY!!!», ma, scorrendo il video fino al minuto tre e ventiquattro secondi, tutto quello che si vedeva era una palla da demolizione e dei detriti. Tutti pensavano a questo punto a un errore del commentatore, e non certo che dietro quel commento si nascondesse una biscia con la passione delle demolizioni. Ovviamente qualcuno meno cauto si fece scoprire lasciandosi andare a commenti in diretta streaming come «basta, non farci vedere le tette! Facci un primo piano di quel sensuale lampione fuori dalla finestra!».

Tra quelli che caddero sotto il loro assoluto dominio vi furono soprattutto molti siti di disegni e altre opere amatoriali. Questo perché nel frattempo, non potendo la realtà delle foto e delle immagini registrate soddisfare tutte le loro fantasie, le più capaci tra le bisce avevano cominciato a esprimere le proprie pulsioni attraverso il disegno, magari prendendo spunto da immagini e video porno. Erano lavori anche di una certa maestria, che ritraevano oggetti e altre cose in atteggiamenti lascivi o osceni. Potevi così trovare un lampione scosciato con uno sguardo ammiccante, un tubo di scappamento violato da tentacoli, delle teiere vergognosamente nude, dei piccoli pony colorati legati e imbavagliati con tutine in lattice, dei tombini innocenti incatenati e torturati. Diedero ai loro disegni l’appellativo di «arte con finalità onanistiche» poiché «disegnini per farsi le seghe» suonava oltremodo volgare e poco in sintonia con i loro desideri di non sembrare più degli sfigati. Questa trovata funzionò a meraviglia e, dopo un iniziale periodo di diffidenza, vennero acclamati come grandi artisti del web. Prese dall’entusiasmo, anche quelle bisce che non sapevano tenere in mano una matita si cimentarono nella creazione di opere con finalità onanistiche, e vennero riconosciute a livello mondiale come corrente onanistica a sé stante con l’altisonante nome di «espressionismo a culo». L’Arte tutta nel frattempo era andata in vacanza, quindi non ci furono troppe proteste. Le bisce freudiane erano richieste dai più importanti musei, i critici erano in visibilio e scrivevano su tutti i giornali che questa nuova corrente aveva avuto il grande coraggio di infrangere il tabù della masturbazione in modo così netto e definitivo che l’arte poteva considerarsi giunta al suo capolinea.

Prima che la situazione precipitasse del tutto accadde qualcosa di inimmaginabile. Era una bella mattina di aprile; una classe di terza media era stata svogliatamente portata a vedere una di queste mostre. A cambiare per sempre il destino delle bisce fu tale Tullio Triulzo, quattordicenne ripetente che passava le giornate nella sua stanzetta a riempire il cestino di fazzoletti usati (la madre, da sempre convinta che fosse un ragazzo molto sensibile, pensava che si chiudesse in camera a piangere dopo la recente dipartita del suo cane Ugo). Stava guardando sul suo smartphone un porno amatoriale quando si accorse che il quadro a pochi passi da lui riprendeva la stessa scena sostituendo all’attrice un tavolino da bar con le gambe oscenamente aperte. Chiamò la sua professoressa e le mostrò la scoperta. Questa si segnò l’url del video e chiamò il direttore del museo. Questi negò tutto, ma quando Tullio gli mostrò l’evidenza della prova, minacciò querele e cacciò tutti.

Ma l’incidente non finì lì; dapprima le parole del ragazzo furono considerate scandalose, ma poi una comunità di hacker pubblicò su un sito tutte le similitudini tra il porno amatoriale e quelle immagini. I critici urlarono all’inganno, i direttori dei musei all’imbroglio, i politici all’inciucio e i lampioni allo stupro (ma, questi ultimi, nessuno li prese sul serio). Venne dato fuoco alla maggior parte delle opere esposte. Alcune sparirono misteriosamente e, quando gli chiesero se sapessero dove fossero finite, i direttori dei musei si chiusero in un silenzio imbarazzato. Amareggiate, le bisce freudiane si chiusero nelle loro stanzette. Lì integrarono le loro conoscenze da poco acquisite con la lettura dell’opera integrale di Jung, e capirono che la loro mania di fissare le cose era in realtà una ricerca archetipica derivata da una privazione subita nell’infanzia. Quando poi capirono che era una cosa perfettamente normale, si fecero una ragione di quella loro caratteristica. Non che smisero di fissare le cose – questo no; era nella loro natura – ma almeno in strada potevi vedere macchine, lampioni, asfalto, cielo, cani e vetrine molto più sereni.