Silenzio

Luca Bernardi

Il rumore è per quello che non mi sono laureato. Fossi rimasto in aula oggi sarei un uomo migliore, ma dopo un po’ sentivo una specie di vrumvrum come quando ascolti una conchiglia e dovevo correre in bagno e spruzzarmi l’acqua fredda in faccia e mi facevo dei lividi ai polsi a forza di sbatterli sul lavandino.

Ma neanche all’agenzia c’era silenzio. Il telefono squillava e i mouse cliccavano e le tastiere ticchettavano e mio zio mi diceva di andare al volo al Giambellino a sostituirlo con un cliente. Ma poi il cliente era una cliente e da quando scendeva dalla Cinquecento azzurra non stava mai zitta e sentivo solo vrumvrum e avrei voluto bagnarmi la fronte con l’acqua fredda ma siccome non potevo andare in bagno allora le guardavo nella scollatura e lei continuava a parlare e parlare e io vrumvrum non alzavo mai lo sguardo e a un certo punto era bellissimo c’era silenzio solo che la cliente era tutta rossa con una mano davanti alla faccia. Alla seconda volta che è successo zio mi aveva chiamato nel suo ufficio sai Ettore io con questa cosa di nuovo mica posso essere molto contento e io mi sono alzato tanto era un lavoro di merda con i colleghi non mi trovavo, avevano tutti lo stesso taglio di capelli le stesse camicie bianche sotto le stesse giacche nere, facevano i soliti discorsi sul fatturare su quanto avevano speso domenica al lago.

Più che altro i miei non capivano, soprattutto mio padre che lavorava da quando aveva sedici anni, perché passavo i pomeriggi a girare per il mio quartiere cioè Bicocca mi facevo avanti indietro credo un centinaio di volte viale Fulvio Testi, entravo uscivo dal Parco Nord con la mia brava bottiglia d’acqua frizzante, sole o pioggia, neve o quaranta gradi, ragazzi una pace, una libertà, certe sere di maggio o giugno il silenzio diventava così gigante che passandomi accanto anche le macchine stavano zitte. Finché poi è successa quella roba.

All’epoca ne ho parlato talmente tante volte che anche ora mi viene la nausea, ho come un blocco, non riesco a ricordare la cosa ma solo le parole che ho usato per raccontarla. Inizio agosto anzi fine luglio, le nove di sera anzi forse le otto, viale Fulvio Testi completamente deserto, una striscia di silenzio arancione tra gli alberi. Questa ragazzina cioè ha cominciato lei, aveva una voce stridula e un accento brianzolo che mi facevano saltare i nervi, pantaloncini e canotta con il reggiseno rosa in vista, e insomma dopo un po’ che parliamo comincia questa cosa del vrumvrum, mi viene da vomitare, sudo, ma lei non si ferma lei continua a dirmi che non ce la fa più con il suo ragazzo che è geloso del suo migliore amico e il suo migliore amico che sì ci ha provato con lei ma lei non c’è stata e comunque il suo ragazzo questo non può saperlo e comunque dopo quella volta che ci ha provato mezzo ubriaco al diciottesimo di un loro compagno poi non ha più fatto nessuna mossa e lei vuole bene a tutti e due, ci è cresciuta con il suo migliore amico e il suo fidanzato continua a dirle che o tronca l’amicizia o lui la lascia e lei ama troppo il suo ragazzo però non è giusto nei confronti del suo migliore amico. Insomma è andata a raccontare che l’ho costretta a fermarsi con la schiena appoggiata contro la rete esterna dei campi da tennis del circolo lì in Fulvio Testi e a guardarmi mentre mi facevo una sega. Secondo me non è successo, secondo me neanche l’ho costretta, secondo me è stata lei che ha voluto rimanere a guardare mentre io per sciogliere quel vrumvrum orribile che tutti i suoi discorsi brianzoli mi avevano ficcato in testa allora be’ ho fatto l’unica cosa che poteva tranquillizzarmi cioè una sega. Però siccome non mi ricordo l’unica cosa che posso dire per mettere un po’ le mani avanti è che non ci giurerei. Ma praticamente sì che ci giuro. Poi mi spiegate come si fa a tenere ferma una tipa con una mano e segarsi con l’altra, ne vogliamo parlare?

Lo psicologo non era una brutta persona. Capelli lunghi mi raccontava dei suoi figli al liceo eccetera. Solo che poi mi faceva mille domande. Che cos’è era il silenzio che cos’era per me il silenzio che cos’ero io nel silenzio cosa sentivo d’estate in viale Fulvio Testi quando a un mio schiocco di dita tutti i suoni rientravano nel silenzio? Avevo paura non avevo paura? Com’era toccare le ragazze rispetto al silenzio? Il silenzio mi piaceva più o meno dei reggiseni delle ragazze?

Il volontariato obbligatorio era peggio. C’erano tutte queste persone perlopiù negri che mi facevano venire il mal di testa in lingue strane mentre gli passavo scatole di cracker alla pizzaiola appena scaduti o blister di aspirine e anche quelli che già avevano raccattato un bel po’ di roba non la smettevano di gridare e gridare e gridare e arrivavo a fine turno con il cervello come un parcheggio a più piani dove le macchine vanno e vengono contromano e di continuo si tamponano e mentre i conducenti si prendono a pugni tutte le rampe diventano un unico massacro di mascelle e lamiere e per fortuna che lo psicologo mi aveva dato da prendere delle nuove pillole altrimenti mi sa che un pomeriggio alla stazione centrale mentre scartavo confezioni di cracker all’origano al posto delle orecchie sarebbero spuntate due ali di polistirolo e la testa mi si sarebbe staccata dal corpo svolazzando come un pipistrello tra i grattacieli. Invece lì con i negri riuscivo a stare quasi sempre abbastanza tranquillo tant’è che quando sono finiti i sei mesi mi hanno chiesto se volevo fare l’apprendistato lì da loro e un po’ costretto dai miei alla fine sono rimasto lì finché me ne sono andato in Bolivia. Cinque anni in cui quasi tutte le mattine sono uscito di casa alle sette e venticinque senza lavarmi i denti per prendere la lilla e alle otto e dieci arrivare in magazzino dove Eric nel furgone mi aspettava già con il motore acceso, per fortuna ho sempre fatto solo la mattina, forse in questo c’entra qualcosa anche lo psicologo perché gli altri apprendisti invece li facevano turnare e a me invece no solo la mattina, dopo un po’ avevo anche cominciato a uscire con i colleghi la pizza o al cinema loro quasi sempre con le fidanzate quasi sempre brutte e io da solo.

La fidanzata ancora non mi mancava tantissimo, avevo qualcosa come venticinque anni, è stato solo verso la fine del periodo della cooperativa che ho iniziato a sentirmi solo e nel frattempo il vrumvrum c’era di meno non che fosse scomparso mi piacevano sempre le sere d’estate ogni tanto passeggiavo ancora in Fulvio Testi ma riuscivo un po’ di più a sopportare il rumore e anche le parole degli altri. Adesso giocavo anche a bowling, mi ero comprato dei dvd del National Geographic… Solo che poi alla lunga mi sembrava di essere sempre più stanco, neanche riuscivo più a prendermi l’uccello in mano, la sera mi addormentavo davanti alla tele in mezzo ai miei che sorridevano come due angeli custodi in pensione, una cosa che in ventinove anni ancora non mi era capitata. E il vrumvrum… be’, quasi completamente sparito. Ma anche il silenzio però. Così un mattino tanto per provare ho tenuto in bocca la pillola mentre baciavo mia madre e appena sono uscito dal portone mi sono girato verso la finestra per controllare che non mi stessero guardando e l’ho sputata nel tombino e un mese dopo ero in Bolivia.

Dopo un lungo viaggio scopri che non puoi raccontare quello che hai visto. La gente chiede ma non ascolta, vogliono sentire quello che già credono di sapere, gli dici che sei sbarcato su Giove e loro ah sì un po’ come quando c’è nebbia in tangenziale e tu allora senti un vrumvrum sempre più forte nelle orecchie hai bisogno di bagnarti la testa ma non puoi vedi le loro labbra muoversi come un serpente fatto di quadratini neri sempre più grande in un vecchio cellulare. Così dopo un po’ smetti di raccontare. Se ti fanno domande rispondi quello che vogliono loro, tipo che in Bolivia è molto umido c’è un sacco di povertà. Un po’ come da noi negli anni Cinquanta. Esatto. Uguale. Insomma all’inizio avevo soldi e ho girato con l’autobus poi non avevo più soldi, andata anche la liquidazione della cooperativa, e allora già che c’ero ho lavorato in un sito minerario. C’era silenzio nelle gallerie. Peccato che poi quando la polmonite si è aggravata hanno trovato il numero di mia madre, avevano paura che morissi senza pagare, così un giorno mi sono ritrovato accanto a una vecchia sordomuta sotto un televisore spento in una stanza del Niguarda. Appena sono riuscito a stare in piedi sono salito su un treno per Firenze.

Gianni l’avevo conosciuto in Bolivia, scendendo dall’autobus in un paesino a 3500 metri sulle Ande vedo un tizio sul bordo della strada che ripara un sidecar, mesi che viaggiavo da solo quindi commentavo ogni cosa ad alta voce in italiano. Solo che Gianni si è girato con un sorriso enorme, si è pulito le mani sullo strofinaccio che poi ha gettato lì per terra e venendomi incontro mi ha chiesto se per caso volevo un etto di coca pura al 67%. Non lo volevo ma la sera abbiamo mangiato assieme e in pratica lui mi ha detto che quando finiva i suoi giri poi tornava in Italia nella comunità degli Elfi di Pistoia dove c’era anche Gina la sua ragazza.

In poche parole la comunità degli Elfi erano quindici hippie di settant’anni che coltivavano verdura e frutta e sfamavano un centinaio di pancabbestia che vivevano lì nei boschi e quando i vecchi suonavano il campanello della cena spuntavano sudati fradici e a me i tossici non sono mai piaciuti ma c’era un silenzio lì come se tutti i silenzi della terra fossero scivolati in una smagliatura in una specie di brufolo che nessuno schiacciava mai. I vecchi non erano molto diversi dai gestori della cooperativa dove lavoravo, solo dopo cena fumavano chylum e facevano discorsi da laureati. Io mi occupavo dei pomodori. Tutto quello che si mangiava era autoprodotto tranne quando due tre settimane dopo il mio arrivo è tornato Gianni con centoquaranta tavolette Milka extralarge di cioccolato al latte e Erri il cuoco le ha sciolte in un pentolone di latta gigantesco sopra un falò di pietre e ha aggiunto due o tre kili di burro e al tramonto quando è suonato il gong uno a uno dal bosco sono apparsi i pancabbestia con le loro ragazzine scheletro e i loro cani marci guizzanti, è una scena che non dimenticherò mai sembravano un film di zombie e si sono messi in coda e Erri con il mestolone gli riempiva razioni rettangolari da esercito di roba grigiastra dal pentolone che i suoi due aiutanti ex hare krishna continuavano a mescolare cantando sul fuoco alto un metro. Quella sera Gianni ha convinto Gina, una tossica di cinquant’anni che doveva essere stata bella, a farmi un pompino senza ingoio. Non è che ho goduto tanto però mi è piaciuto.

La domenica dopo il ritorno di Gianni, che era un po’ la mascotte, i vecchi hanno organizzato una festicciola in un prato. Sono venuti tutti i pancabbestia con tutti i loro amici e a mezzogiorno hanno cominciato a ballare guardando fisso davanti a sé smascellando. Gianni mi aveva dato un paio di acidi ed ero un po’ nervoso per via del rumore ma non mi dava troppo fastidio perché in quel rumore c’era dentro anche il silenzio, non era un rumore come di gente che mi parlava, solo che non capivo dove finiva il rumore e dove iniziava il silenzio e questo mi sembrava molto importante, se pensavo ad altro poi dopo al massimo un minuto tornavo a pensarci, forse ero solo sempre stato troppo stupido per capirlo ma in fondo il silenzio se lo ascoltavi davvero era la somma di tutti i rumori e a un certo punto appare mia madre con una faccia stranissima e dietro mio padre che zoppica. Neanche mi hanno fatto salutare Gianni e Gina e gli altri e quando siamo saliti in macchina mia madre si è messa un fazzoletto sul naso e mio padre si è fermato e ha aperto il finestrino e ha sputato. In effetti era un mesetto che non mi lavavo e ho passato tutto il viaggio a ridere e il giorno dopo avevo la bocca piena di tagli e per un po’ non ho potuto masticare.

Simona l’ho conosciuta alla festa di Natale della cooperativa, avevo ricominciato a lavorare questa volta come custode notturno di un magazzino dove mettevano le donazioni da smistare, ogni tanto dovevo alzarmi ad aprire e aiutare a caricare il furgone ma la maggior parte del tempo stavo seduto su una sedia girevole a guardare il silenzio che scendeva come una specie di neve telecomandata nella mia testa. Simona era un po’ grassa aveva un bel viso lavorava da un anno nella cooperativa senza una mansione precisa, l’avevano presa perché quando era morta sua nonna era rimasta sola, suo padre sparito in Francia, la mamma morta, tutto questo io l’ho scoperto dopo perché sul momento non l’avevo mai vista, vedevo solo che mi guardava, ventidue anni al massimo dimostrava ma ne aveva ventisei. A mia madre all’inizio non stava simpatica perché non le dava del lei, a mio padre sì per via delle tette credo, alla fine l’ha accettata anche mia madre quando su mio consiglio le ha portato la torta fatta dalla sua compagna di stanza alla casa del sorriso.

Non sapeva cucinare l’ho sposata lo stesso era maggio i negretti della cooperativa nelle camicie troppo grandi ci hanno lanciato il riso, c’era anche il prete giovane secondo mia madre gay con la barba bionda, la casa per fortuna ci aiutava la cooperativa un bilocale a Precotto a due passi dal magazzino. All’inizio passavamo le giornate a letto quando provava ad alzarsi io la prendevo e ricominciavo e lei rideva. Ho scoperto un’altra forma di silenzio quando stai per venire e lo sai e vuoi fermarti ma non vuoi fermarti ecco in quel momento i nostri gemiti si intrecciavano e per un attimo mi sentivo completamente vuoto l’esatto contrario di quando il vrumvrum usciva dalle bocche degli altri e dovevo andare a bagnarmi la testa.

Sempre a letto parlando è venuto fuori che suo padre le aveva fatto fargli una sega e la cosa strana mi ha detto Simona la cosa strana è che ogni volta che ci pensava ovviamente sapeva che era sbagliato farsi menare l’uccello da una bambina di sette anni che è anche tua figlia ma non poteva non sentire un brivido di eccitazione e questo la rendeva una persona schifosa e aveva paura a dirmelo perché dopo io magari avrei smesso di amarla o comunque non più come prima. Mentre mi diceva tutto questo io tagliuzzavo un cartone della pizza e alzando la testa ho sorriso e le ho detto che adesso la amavo ancora di più. E allora mi ha detto che certe volte per assurdo che potesse sembrare mentre lo facevamo proprio quando stava per venire ecco allora a volte per un attimo le tornava in mente la faccia di suo padre quelle due o tre volte che a forza di toccarglielo con la sua manina veniva fuori un getto bianco verso il soffitto come le palpebre gli tremavano e si mordeva la lingua e proprio mentre negli occhi chiusi le passava quell’immagine sfocata allora lei veniva. Si era messa a piangere, aveva ancora più paura che io non la amassi e io invece continuando a tagliuzzare il cartone già a pezzi in pezzi sempre più piccoli le ho detto che era la cosa più bella che nessuno mi avesse mai detto e anche se fossi morto domani no anzi adesso mi andava comunque bene perché era come se una nuvola infinita di silenzio mi si fosse posata sulla testa e io non dovevo più pensare dovevo soltanto sciogliermi nel silenzio che abitava da sempre nel mio cuore e quando ho smesso di parlare è come se avessi schiacciato un interruttore dietro i suoi occhi e si è messa a baciarmi le ginocchia e io continuavo a tagliuzzare finché i pezzi di cartone erano troppo piccoli per tenerli fermi forse piangevo anch’io. Quella sera è la prima volta che mi ha chiesto lei di metterglielo nel culo.

Il giorno dopo è morta mia madre un infarto al supermercato da un paio d’anni era ingrassata aveva il colesterolo altissimo e al funerale non ho neanche pianto, solo dopo al cimitero c’era troppo rumore, tutti i fruscii dei vestiti scuri e lo scricchiolio delle scarpe di vernice e i discorsi del prete che come a scuola sentivo solo vrumvrum. Quando muore tua madre allora scopri un po’ meglio chi è tuo padre il mio circa una volta al mese la vicina lo trovava addormentato sul pianerottolo. A gennaio l’ha preso sotto una macchina, attraversava senza guardare tornando dall’Esselunga dove è morta mia madre, all’ospedale l’ho visto tutto intubato e con Simona che mi teneva la mano e mi sono messo a baciarlo sulla bocca e l’infermiera si è girata dall’altra parte ma mi ero accorto che piangeva.

È stato allora che ho cominciato a non dormire. Mi sdraiavo ma le ore non passavano, non riuscivo nemmeno a chiudere gli occhi e a forza di non dormire durante il giorno sentivo un campanello che mi faceva scattare nei muscoli come dei fili elettrici. Sono andato dal medico, con il sonnifero dormivo ma non riuscivo più a stare nel silenzio né a fare sesso, era come prendere gli psicofarmaci, solo che anche a non dormire sentivo sempre più rumore, le notti diventavano croste di persone invisibili, mi sono fatto fare un certificato medico Simona ha preso le ferie siamo andati due settimane in Grecia a fine settembre. C’era bel tempo, il mare era caldo ma sul materasso ad acqua del residence io mi rigiravo ininterrottamente sentivo Simona dormire, il suo respiro mi trapanava il cervello e decine di migliaia di volte a notte mi alzavo digrignando i denti e giravo nudo attorno al  letto nel vento caldo che entrava dalla finestra aperta con la zanzariera e mentre in bagno mi sciacquavo la faccia facevo di tutto per non guardarmi allo specchio e non ci riuscivo. Nelle foto della vacanza sembro un prigioniero sulla copertina di un libro sui lager. La sensazione che il tempo mi sia stato sottratto, ritagliato dalla mia vita e incollato nella vita di un altro che magari era da tutt’altra parte a fare tutt’altre cose, tipo a lavorare in Francia invece che in vacanza in Grecia, e dal nulla si è trovato a vivere due settimane nel residence con Simona che tutta la notte respirava. Non lo so.

La seconda o terza notte dopo che siamo tornati a Milano era sabato sera e la sentivo respirare e ogni suo respiro mi rigirava in testa come il chiavistello che apriva porte buie dietro cui non ero mai stato o invece sì. Penso che lei comunque non se ne sia nemmeno accorta. Quasi almeno. A un certo punto ho sentito che c’era pace, per la prima volta di nuovo c’era silenzio, l’ho messa nella vasca da bagno e ci ho impiegato tutta la notte e la mattina fino alle quattro di pomeriggio, i pezzi non erano mai abbastanza piccoli, ogni volta mentre tagliavo mi sembravano abbastanza piccoli ma poi quando li guardavo non erano abbastanza piccoli e ricominciavo. Alla fine ero stanchissimo, mi sono seduto al cesso, sul giornale hanno scritto che mi ero addormentato e invece no stavo solo facendo un riposino.