Su «Fratello cervo» di Juan Pablo Roncone

Francesca Ceci

La prima cosa che si prova è un senso di spaesamento. Dove si trova quel corpo, perché ha un cartellino legato al polso, come fa il narratore a sostenere la vista del proprio fratello in quella situazione?

La seconda sensazione è l’incredulità di riuscire ad ambientarsi tra le sedie piene di sconosciuti di un gruppo di autoaiuto, in una seduta spiritica, in un viaggio che può proseguire indifferentemente verso nord o verso sud.

È la scrittura di Roncone – autore cileno selezionato per essere parte di Bogotà 39, progetto che comprende i più promettenti autori latinoamericani sotto i 40anni – che ha la capacità di trasportarci attraverso otto racconti, altrettanti piccoli mondi, senza farci smarrire nonostante la brevità e la stringata sobrietàdelle parole che sceglie di usare.

Ha la capacità, in poche righe, di far precipitare il lettore in situazioni quotidiane e al tempo stesso inaspettate in cui diventa naturale accettare l’apparizione di un canguro o di un cervo, di oche e di anatre, figure metaforiche o reali che appaiono in un vissuto fatto di ricordi e in un presente che non ne è libero.

Presi il braccio di Antonio e lo piegai. Poi infilai la manica della camicia. L’assistente mi diede una mano per evitare che il corpo si inclinasse. La pelle era morbida e fredda. E quando mi soffermai con lo sguardo sul suo corpo indifeso e mezzo nudo, immaginai che mio fratello fosse un cervo. Un cervo feritoa cui cercavo di restituire la vita. solo quando finii di mettergli i calzini presi davvero coscienza che Antonio era morto. Come se tutte le formalità precedenti fossero state un simulacro, una prova a cui mi aveva sottoposto per mettergli i calzini e sentire la sua pelle per l’ultima volta.

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 La presenza degli animali ricorrenti nella raccolta Fratello cervo (traduzione di Giacomo Falconi, Edicola Ediciones,pp. 121, euro 13,00), così come la scelta dei luoghi quotidiani e delle ambientazioni – un’isola sconosciuta e i sotterranei di Santiago, una strada dritta, un comune autogrill – diventano parte imprescindibile di quelle vite e di quelle morti. Parte stessa del libro è anche la copertina onirica, disegnata dall’artista italo-argentino Hernan Chavar, che riassume lo spirito delle storie che racchiude e che aggiunge un altro punto di vista alla lettura.

Ogni racconto è necessario e ricco, fatto di pretesti che consentono di svelare persone comuni, di frammentarietà linguistica e stilistica che aiuta l’impressione di sospensione di alcune situazioni, molti dei momenti narrati: «… storie disperse e frammentate, come sono in genere le storie buone e vere».

Ma è una sinteticità in grado di tirare fuori l’essenziale, di restituire le emozioni dei personaggi stessi. Che permette di seguire un fratello che si addentra in quartieri mai frequentati per conoscere un pezzetto di verità; di scoprire che essere in punto di morte non è motivo sufficiente per la redenzione; che c’è ancora altro da fare oltre perdonare. Consente di capire che si può vivere una vita ridotta a un’ombra, che si può inventare un romanzo che non esiste e diventa reale proprio grazie alle sfumature inventate. Che fa più male dimenticare, che è più facile ricordare ciò che non sarà mai o far riaffiorare il rumore del silenzio e della notte.

La aiutai ad uscire dal terreno incolto. Camminammo sotto la pioggia, diretti alla fermata. Camminammo in silenzio. Non smise di piovere. Non la conosco, pensai. Camminammo. Avevo camminato con suo figlio e ora camminavo con lei.