Come ci si deve vestire la mattina uscendo di casa

Chiara Nuvoli

I francobolli sono spariti; o sono diventati merce rara, almeno. Li avevo cercati in sette tabacchi sparsi per Roma e nessuno li aveva, e alla fine mi ero rassegnata ad andare alle poste.

Un giorno di fine aprile che c’era un sole gigante ero uscita a fare un giro senza avere una meta o uno scopo, una cosa che mi fa venire una gran malinconia che in genere risolvo comprando intimo costoso che poi non metto mai. Quella volta invece ero entrata in un ottico e dopo aver provato due paia di occhiali da sole senza nessuna intenzione di prenderli avevo fatto questo gesto amarcord di comprare una macchinetta fotografica usa e getta.

Erano trentasei scatti e li avevo finiti in poco più di un mese. Ne avevo lasciati passare altri due prima di portarla a sviluppare da un altro ottico che non era quello che me l’aveva venduta. A fare un rapido calcolo ogni foto mi era costata circa settanta centesimi, che era parecchio, soprattutto considerando che se le stesse foto le avessi fatte col cellulare è probabile che le avrei cancellate tutte senza pensarci troppo perché erano, in media, abbastanza brutte. Alla fine ne avevo selezionate cinque che mi sembravano carine, fatte nel cortile di Elena a Torino: una biciclettina poggiata a un muro, lenzuola stese al terzo piano, un pezzo di me seduta vicino alle piante, un vaso di fiori gialli, le dita di Elena che spostano delle foglie molto grandi di un verde freddissimo.

Mi erano tornate in mente le foto di una macchinetta che avevo scattato in gita alle elementari. Ci avevano portati ad Arborea a vedere come si produceva il latte e io avevo fotografato solo silos: silos dal basso, silos da lontano, silos controluce, dettagli di silos. Una sola presenza umana, a un certo punto: le mie amiche del cuore che si tenevano per mano, a figura intera ma senza i piedi e in ogni caso con i silos sullo sfondo.

Comunque erano state delle belle giornate, a Torino, e avevo deciso di spedire a Elena la foto con le foglie e la sua mano.

Alle poste, in mano la busta giallina che avevo comprato per spedire a Elena la foto, avevo incontrato Carlo. Con Carlo avevamo fatto l’università insieme e credo fossimo stati amici per qualche tempo, ma poi l’università era finita e noi non c’eravamo più sentiti, senza che, sembrava, fosse stato tanto un problema per nessuno dei due. Alle poste, seduti davanti allo sportello numero cinque, Carlo mi aveva chiesto come stessi e io avevo risposto che stavo bene, che è l’unica risposta che puoi dare a una persona che incontri alle poste con le bollette in mano, ma in realtà non stavo bene e mi sarei volentieri lamentata della cervicale anche con Carlo come facevo con tutti da giorni. La sera prima mi ero messa a piangere quando rifacendo il letto si era rotta una federa. Era successo che mentre ci infilavo dentro il guanciale si era strappata lungo una delle cuciture laterali. Io avevo continuato a guardarla per un po’, poi mi ero seduta sul materasso su cui ancora non avevo messo le lenzuola e mi ero messa a piangere perché era un periodo della mia vita in cui mi sembrava non funzionasse niente, e mi sembrava che quella federa si fosse strappata in quel momento per ricordarmelo, ma credo sarebbe stato strano raccontarlo a Carlo e alla signora che seduta di fianco a lui ascoltava il discorso fatto di niente che alla fine avevamo messo su: il tempo atmosferico, la lentezza dell’impiegata allo sportello davanti a noi, dovremmo rivederci anche con gli altri, una sera. Poi era arrivato il turno di Carlo, lui aveva pagato le sue bollette ed era andato via.

Allora la signora che di fianco a noi aveva ascoltato tutto il niente che ci eravamo detti aveva preso il suo posto, si era avvicinata e con i suoi capelli ricci di quel rosso menopausa molto intenso mi aveva detto che il mio amico era proprio un bel ragazzo e me l’aveva detto con una voce bassissima, come se Carlo potesse comunque sentirci o come se stesse dicendo delle cose davvero sconvenienti. Mi era tornato in mente che quando eravamo amici io per Carlo avevo avuto un po’ una cotta, perché era alto e parlavamo bene e avevamo passato insieme delle belle serate a bere le birre sul divano arancione della casa dove abitava allora, ma ora incontrarlo alle poste senza le birre era stato strano, e in qualche modo poi è sempre strano incontrare persone che appartengono a periodi della vita che si sono conclusi, e mi aveva fatto venire il pensiero del tempo che passa e di quello che pensavo sarei stata e invece non ero. Alla signora avevo sorriso con un sorriso che poteva essere interpretato in diversi modi e lei mi aveva ammiccato. Poi sullo schermo era uscito il mio numero e con un euro e dieci avevo spedito la foto a Elena.

Dopo qualche tempo le cose nella mia vita avevano ripreso a funzionare meglio, anche se per la verità non era davvero cambiato niente. Comunque avevo comprato delle lenzuola nuove e il dolore alla cervicale mi era passato. Elena aveva ricevuto la foto. Mi aveva mandato un messaggio che diceva «Ma che foto mi hai mandato? Comunque l’ho appesa».

Carlo l’avevo incontrato un’altra volta, di nuovo alle poste, di nuovo con le bollette. Avevamo di nuovo parlato del fatto che il tempo era proprio impazzito, e che non si capiva come ci si dovesse vestire, la mattina, uscendo di casa.