Gravicoma

Claudia D'Angelo

Torna, penso notte e giorno solo a te. Non ti dimenticherò mai. Live fast die you, Kikka + Vale.

Le scritte non superano il metro dell’edificio a parte una, che rossa e spavalda padroneggia in grandezza e quota: GIGGI.

Dev’essere stato uno alto, GIGGI, oppure avrà preso una scala per arrivare lì incolume.

Mio padre si chiamava Giggi. Giggi l’astronauta, perché stava sempre su un altro pianeta. Quando correvano le ambulanze e lo guardavo volare via sui lettini e poi sbarcare qualche giorno dopo e gli chiedevo: papà che c’hai? Lui mi rispondeva: c’ho il gravicoma. E cioè? Gli chiedevo, che ti senti? Mah, faceva lui, niente, un po’ di vertigini, un po’ di cattiveria… il mal di spazio.

Allora, visto che ho il suo stesso sangue, le sue stesse coliche e gli stessi cristalli di calcio nei reni temevo di aver preso anche io il mal di spazio, e chiedevo al pediatra, all’oculista, all’otorino, al posturologo, al dentista: ha trovato segni di Mal di spazio?

«Il mal di spazio colpisce solo gli astronauti», mi dissero un giorno.

«Beh, mio padre è astronauta».

«È chiaro».

«Allora può succedere anche a me», perché avevo già un senso di inappetenza ogni tanto, un po’ di nausea, di sensazioni vaghe che mi ricordavano i pomeriggi passati a far niente.

«Solo quando torni da un altro pianeta. Se torni», ma a quanto ne sapevo, nei miti è accaduto molte volte che si tornasse dal paese da cui nessuno ritorna. E io ad essere tornata qui, voglio dire, che grande atto di coraggio, che impresa, forse mi merito una medaglia.

Sul muro tra quelle scritte c’è anche il mio nome, proprio vicino a quello di Kikka + Vale; è troppo piccolo, non si riesce a vedere da qui, ma so la posizione esatta perché accanto c’è una scritta nerissima, fresca di pochi anni, e abbastanza grande da attirare l’attenzione: la troia. Non ce l’hanno con me, è un sentimento atavico che unisce tutti i maschi, un odio inestinguibile contro la moglie di Menelao. I sentimenti atavici ce li hanno pure coi peni giganti, i maschi, che spruzzano la traiettoria fino al portone della mia casa paterna, una sorta di fecondazione assistita. E io vi assisto, e arrivo alla soglia di quel luogo che avevo abbandonato.

«E tu chi sei?», c’è una vecchia di fronte a me con uno scialle verde bottiglia sulle spalle.

Ho le allucinazioni?

«Lo sapevo, dovevo chiamare prima per la serratura, lo sapevo, adesso mi entrano pure in casa».

Mi dà le spalle e va in cucina, traffica sulle superfici piene di carte, cerca qualcosa.

Ho forse sbagliato casa? Hanno tutte le stesse serrature qui dentro? Mi volto per cercare la foto di me e di mio padre alla villa comunale: è lì. Chi è questa vecchia?

«Questa è casa mia…», faccio alla vecchia, ma non ne sono sicura. Nel muoversi goffa lei fa cadere il piatto con l’arancia sbucciata e il coltello che erano sul tavolo.

«E adesso è mia!», nemmeno mi guarda, si rivolge alla parete come se fosse nella posizione di potermi non guardare.
Ma è nella cucina di mio padre, sulla sedia di mio padre a parlare con la parete di mio padre. «Signora, per cortesia», mi dirigo decisa verso di lei, ma quella riprende il coltello e me lo punta contro.

«A-ah! E no cara mia, in questa guerra vinco io!».
Continua: «Chi va a Roma perde la poltrona!», e abbassa il coltello.

«Mio padre è morto nemmeno dieci giorni fa…».

«L’hai lasciata vuota troppo a lungo, bella, non lo sai che se lasci le case vuote qua si annidano i topi?».

E continua: «Casa occupata!», ha trovato il cellulare e comincia a pigiare i numeri.

«Ora chiamo l’avvocato…», le faccio io.

«L’avvocato!», e soffoca una risatina. «È tardi, chiamo mio nipote e se la vede lui con te se non te ne vai».

La vecchia trema d’artrite mentre tiene il telefono in mano, ha i piedi così gonfi che fuoriescono come salsicce da tutte le parti aperte della ciabatta, eppure non mi teme.

Ha premuto solo quattro tasti e nel prenderle il telefono e scaraventarlo a terra vedo la sua espressione superba gelarsi dal terrore: devo avere qualcosa di sinistro dietro i miei tappi di bottiglia.

La vecchia tenta di riprendere il coltello, ma la anticipo e glielo punto contro: «Adesso ti alzi e ti levi dal cazzo».

D’un tratto si scioglie e diventa più molliccia, più tremolante: è un ammasso di budino che si arrende, fa dietrofront e si rimette a sedere.

«Scusate», si rivolge a me adesso, oltre che alla parete, «scusate, io lo faccio perché sono rovinata!».

E piange. «Non ho una casa, dei miei figli solo Giuseppe sta qua, ha altri cinque figli, e uno di loro, Antonio…», indica il telefono.

«Quello che stava chiamando?».

Annuisce: «Ha messo incinta la ragazza, nemmeno diciotto anni!».

«Che fa Antonio?».

«Che deve fare…», unisce le mani, come in preghiera, «quello che trova…», poi nota che le moine non mi hanno piegata, che ho ancora il coltello in mano. «No, no, non farebbe del male a una mosca, è tutto fumo… uno che abbaia. Vi volevo spaventare», si guarda i piedi. «Non vedete come sto ridotta? Guardate quante medicine che prendo…», si alza con fatica e mi mostra la pila di medicine accanto al frigorifero.

«Va bene, ho capito».

Si zittisce subito, si risiede.

Cosa posso fare, poso il coltello.

«Può restare».

La vecchia mi fa un sorriso e per un attimo mi sembra sia di derisione.

«Però questa è casa mia, e per di più ho lasciato la mia stanza, quindi ci vivrò anche io».

Le parole fanno un triplo salto carpiato nella bocca della vecchia, le ingoia ed esce fuori un molle e tremolante: «Eh, va bene».

*

Ha due posti preferiti, la vecchia: oltre a quello in cucina dove l’ho trovata la prima volta c’è il divano con la tv in soggiorno. È sintonizzata sempre sugli stessi canali e se non è una polemica su materassini rossi allora è una preghiera in diretta da Assisi. Ha sovvertito l’ordine delle stanze, tutte le cose di mio padre sono finite negli angoli, quelli più remoti alla vista, nascosti dai raggi delle porte spalancate, i suoi cuscini svettano su una torre di controllo fatta di vestiti e tappezzerie consunte dal tempo. Secondo la vecchia non c’è spazio per le fotografie, così ora le pareti sono costellate di macchie di luce rettangolari. Dice che uno in casa non deve tenere roba dei morti, ma non la butta perché aspetta che sia io a farlo: «ma quando ti decidi a buttare tutta quella roba vecchia?».

E continua: «vedi che se la butti ti senti meglio».

A volte mi dice: «dovresti uscire di più», altre volte: «lo sai che dipende tutto da te?», oppure: «io alla tua età me ne andavo in giro appena ne avevo l’occasione, e non mangiavo così tanto!».

Quando vede che ho raggiunto il limite della sopportazione, mi dice: «vedi, io lo dico per te, sei come una nipote, una figlia».

Vado a fare la spesa, compro le medicine e gliele ordino pure nel plico di plastica, le setto la sveglia ogni tre ore, ogni sera prima di andare a dormire – non vorrei che schiattasse e si incolpasse me per crudeltà. Si può incarcerare qualcuno per crudeltà?

«Ma quelle medicine che ti prendi tu, sei sicura ti facciano bene? Guarda come ti sei gonfiata! Mi sembri una vacca!».

Me lo dice proprio così, come un’offesa.

«Mi aiutano a vivere».

Avrò preso sei chili in un mese, e la pancia continua a gonfiarsi. Non so come sia possibile, prima o poi leviterò e mi librerò su questa terra come una mongolfiera.

«Una vacca sei diventata!».

La vecchia se ne sta seduta tutta contenta in cucina, sembra aspettare qualcosa, tiene le mani in grembo una dentro l’altra, come fanno le vecchie. Si è pure sistemata i capelli come quando deve uscire: una ciocca a sinistra e una a destra con delle mollette colorate, come fanno le bambine. In effetti non ha niente dell’aspetto di una donna: ha quel modo di fare finto cortese che hanno le bambine che sembrano delle vecchie, il modo di agghindarsi tutte colorate che le vecchie si permettono quando tornano piccole.

Bussano alla porta e si agita tutta nella sua postazione. Dallo spioncino vedo un ragazzo che si tiene il bavero della giacca davanti al muso, non so se per non farsi vedere o se per difendersi dall’umidità. Guardo la vecchia, che mi chiede, tutta speranzosa: «è Antonio?».

«Sono Antonio, nonna!», sento rispondere da fuori.

La vecchia fa mille segni con le mani, che significano: avanti, fallo entrare, muoviti.

Apro e il ragazzo in un attimo mi si butta addosso, mi abbraccia, mi stringe le costole, mi accarezza i capelli. Nella stretta non mi concedo di chiudere gli occhi, li tengo alzati verso la parete spogliata e offesa alla mia destra.

Si stacca e mi guarda gioioso: un ragazzone coi capelli rasati ai lati, gli occhi verdissimi. Poi sembra riaversi, guarda in cucina e vede la vecchia seduta al suo posto, toglie le mani dalle mie spalle.

«Elena, giusto?», si porta una mano dietro alla nuca, «scusa, ti ho scambiata… Non che sembri vecchia, posso darti del tu, no? Siamo quasi coetanei… ma guarda… forse sono le mollette ai capelli».

Non il fatto che siamo due vacche.

Antonio guarda la nonna in cerca d’aiuto e quella fa di nuovo i gesti di prima: avanti, entra, muoviti; il ragazzo si lancia su di lei e la abbraccia forte, meno forte di prima mi pare di capire.

«Elena non se la prende, è una brava ragazza… si è inchiattita per via delle medicine, come me».

«Ah», fa lui voltandosi verso di me con l’aria dispiaciuta, «che hai?».

«Eh, non lo so se te lo posso dire…», inizia la vecchia, chiaramente glielo vuole dire, o gliel’avrà già detto, ma finge discrezione.

«Ho mal di spazio», rispondo io.

«Ah», fa lui come se sapesse, poi chiede: «e che cos’è?».

«Il gravicoma!», la vecchia è sempre pronta a spiegare tutto. «Io le dico che sicuramente continuerà a sentirsi pesante se continua con quei farmaci, guarda com’è diventata! Stava bene prima, non dico magra, ma stava bene, invece così chi si deve trovare?».

«Nonna!», fa Antonio. È imbarazzato, le ha messo una mano sulla spalla per fermarla: «non è carino. Scusala, Elena», si rivolge a me, «la nonna non si sa stare zitta».

«È furba, tua nonna».

Sorride e torna da me: «Volevo ringraziarti, Elena, se non fosse per te… le hai aperto casa tua…».

«L’ha praticamente occupata…».

«Sei una brava ragazza. Le tieni compagnia, che è la cosa più importante per una persona anziana».

Ha gli occhi castano chiaro, adesso che mi fissa e non è fuorviato dalla mia stazza li vedo bene, non sono verdi, sono uguali a quelli della nonna ma non riesco a trovare guizzi di furbizia nei suoi.

«Tua nonna è qui perché voi non la sopportate a casa, altrimenti saresti venuto tu ad abitarci».

«Ok, questi non sono affari tuoi…».

«Però sono io che bado a lei, sono io che le preparo le pillole ogni sera…».

Tutt’a un tratto l’espressione di Antonio cambia, sembra impaurito.

«Che state facendo voi due, lì?», si intromette la vecchia dalla sedia, «vi corteggiate?».

Antonio torna indietro dalla nonna e le siede accanto, parlano di casa, ridono, si toccano. Entro in cucina e armeggio tra le pentole. I loro discorsi si infittiscono, forse non vogliono che ascolti, sento le loro occhiate trapassarmi la schiena di tanto in tanto.

«Nonna», mi volto e entrambi mi guardano con aria stupita. «Cucino io oggi, che dici?».

Le sorrido, lei sembra commuoversi sul serio.

«Te l’avevo detto che è una brava ragazza!», la nonna stringe il polso del nipote.

Antonio mi sorride, come quando è entrato e non mi ha riconosciuta.

La vecchia sogghigna.

*

Non riconosco molto di questa terra, a parte la campagna che si estende di fronte ai miei occhi. Il resto mi sembra il museo di un accumulatore compulsivo: Green Gym, ristorante cinese, chi ha messo la sala Bingo accanto a quella del Regno dei Testimoni di Geova? Le scritte si stagliano a caratteri cubitali tra i nostri insediamenti, i blocchi verdi dei terremotati dove abitiamo. Cosa sopravviverà tra cento anni? Chissà se la campagna, che adesso vedo riflessa nel balcone di casa, annienterà tutto. Le mosche già sbattono contro i vetri nel tentativo di uscire, non vedono l’ora di bivaccare sui resti umani – sui miei resti, aspettano che mi lasci andare alla forza di gravità. Potrei soccombere sotto il mio stesso peso ancestrale. Maledetto sia mio padre e i suoi viaggi interspaziali.

«Ti vedo dimagrita», mi dice la vecchia. Sono passati due mesi. Mi guarda sospettosa: «Stai mangiando?».
Ho cominciato a sgonfiarmi, a perdere tutti quei liquidi.

«Non è che ti piace Antonio? Perché quello è un ragazzo impegnato, eh, ha pure un figlio!».

«Ho seguito il tuo consiglio, nonna», le dico, e si illumina.

«Hai smesso con le medicine?».

«Adesso sto meglio».

Lei invece sta peggio. Ha ristretto i suoi ambienti vitali, adesso alla sedia in cucina e al divano in soggiorno preferisce il letto. Si è esiliata in camera. Si è fatta mettere la TV lì, ma poi non ha visto più niente. I primi giorni ancora provava ad accenderla, guardava per qualche minuto le onde grigie sullo schermo forse convinta di vedere qualcosa, di riconoscere dei volti, il Papa, Giletti, poi si stizziva, emetteva un grugnito infastidito, la spegneva e si incupiva. Ha cominciato ad avvertire un dolore al petto, dice che le ho passato il mio mal di spazio, perché non si spiega tutta questa nausea, altrimenti. «Tu che ti senti?», mi chiede mentre sposto la torre di controllo nella sua camera per pittare le pareti del soggiorno.

«Dipende, un po’ di vertigini, un po’ di cattiveria».

Mi ha mandata a prendere il suo cibo quotidiano: Xarelto, Zyrolic, Eutirox.

Quando torno non c’è. Non è in cucina né in soggiorno. Nella sua camera la televisione è a terra, qualcuno l’ha gettata, è entrato un ladro in cerca di ricchezze tra poveri o si è accorta che ho tagliato il cavo?

«Lo sapevo che dovevo cambiare la serratura», la vecchia mi spunta da dietro, non so come abbia fatto ad essere così silenziosa, che grande impresa, la sua, trascinare i piedi con la sua stazza e non fare rumore, forse era nascosta dietro il raggio della porta spalancata?

«Tu mi vuoi morta!», impugna il cellulare in una mano e il coltello nell’altra. Mi minaccia di aver chiamato qualcuno ma sono quasi sicura che non l’ha fatto, perché ho smesso di pagarle l’abbonamento da un po’.

Come se aprisse gli occhi per la prima volta, si guarda intorno nella camera dove si è segregata e vede che pian piano ho riversato tutti gli angoli morti delle stanze lì dentro: la torre di controllo coi vestiti di mio padre e le tappezzerie, le fotografie. Boccheggia finché il suo sguardo non finisce sulla busta della farmacia che ho in mano:

«Che medicine mi hai dato?».

«Le mie», le rispondo.

Il viso della vecchia si apre dallo stupore.

«Io chiamo…», ma non finisce la frase, lascia cadere le armi e si porta le mani al cuore. Il volto si è aperto sempre di più in uno spasmo di dolore acuto, non sa dirlo a parole, mi guarda terrorizzata ed emette un fischio mentre cerca qualcosa su cui sostenersi. Le offro il mio abbraccio e lei non fa in tempo a rifiutarlo che si affloscia su di me, molliccia e tremolante, come un budino, questa vecchia bambina. La trascino, la adagio sul letto di mio padre.

Devo chiamare Antonio.

 

 

Il racconto fa parte dell’antologia curata da Luca Marinelli per Wojtek Edizioni intitolata Vocabolario minimo delle parole inventate, in uscita il primo giugno 2019.

© Wojtek Edizioni, 2019