Enottromanzia

Simone Sauza

Era giunto davanti alla casa. Il giorno morente si rifletteva sui pezzi di vetro che abbondavano sui marciapiedi nudi. Andrea Sorghov sfogliava i suoi appunti. Sui fogli, circondato da arabeschi di scrittura fittissima, riuscivo a scorgere un indirizzo in stampatello. La casa era stata abbandonata da molti anni; le pareti esterne erano vessate da parti di intonaco scrostato che sembravano ferite.

Andrea Sorghov indugiava sull’uscio, guardandosi attorno, analizzando quella zona urbana in cui la casa sorgeva nel nulla come un errore.
L’abitazione si sviluppava su due piani, circondata da pezzi d’asfalto franato dall’acqua piovana. Nelle vicinanze c’erano soltanto scavatrici a lavoro, lamiere in eternit, scheletri di parchi gioco come fossili di antichi animali persi nella memoria del mondo; l’intero quartiere appariva come l’ossario di un’umanità estinta, ora regno di topi, anime relitte e di tutta quella vita che prolifera tra le rovine.

Si era avviato verso la porta d’ingresso, quando il suo sguardo si pietrificò in direzione delle finestre più alte. Qualcosa gli era sembrato animarsi dentro la casa. Un istantaneo viavai di ombre che aveva reso le finestre simili a due occhi appena destati. Tirò fuori dalla tasca del trench grigio una chiave ed entrò.

La silhouette di Andrea Sorghov era scomparsa in un buio che divorava ogni forma. Non vedeva nulla, ma si sentiva elettrizzato come un bambino.
Era finalmente giunto lì, al termine di un viaggio durato una vita intera, un percorso di formazione costellato di ciarlatani, vecchie cantine, indirizzi falsi, postriboli, chiamate telefoniche senza fine immerse nei deliri paranoici di sconosciuti, di nazisti pagani e miserabili di ogni specie, incontri notturni e biglietti passati sotto la porta di cessi pubblici, ma anche di mostri che hanno forma umana e umani che hanno forma di mostri, di incubi e sogni di gloria, e poi ancora spiriti e sedicenti tali, ma tutto questo per lui non aveva più nessuna importanza. Era finalmente giunto nella Casa dello Specchio, dove il grande mistero del mondo – come più volte si era ripetuto – gli sarebbe stato svelato.

Nella penombra, strinse i fogli di appunti come se le dita fossero un intreccio di nervi, e polpastrelli-pupilla potessero leggere le indicazioni che si era segnato. Premette l’interruttore della luce; un bagliore tenue si sparse da tre grandi lampadari. L’androne era spoglio, privo di mobilio. C’erano però molte porte, come l’anticamera di un labirinto. Scelse quella più vicina.

Si era ritrovato in una stanza sviluppata in verticale, dove la luce si affievoliva ancora, sebbene non riuscisse a vederne la fonte.
Una sorta di ampio corridoio che perforava il buio.
Il cervello processò quel fascio di percezioni; Andrea Sorghov si stava accorgendo che la geometria interna non corrispondeva all’edificio visto da fuori.

Le pareti erano coperte da una serie di simboli che non poteva decifrare.
Guardò il soffitto; gli ricordava un tessuto coperto di squame, dalla consistenza malleabile. Anche i simboli sulle pareti, osservandoli da vicino, gli sembravano incisi su uno strato di epidermide. Camminava nel ventre di quel corridoio-serpente come in un mondo dentro al mondo. Giunto a una porta rossa, la mente annegava dispersa nelle paranoie e nei paralogismi, mentre piccole scariche elettriche percorrevano il traffico delle sue arterie. Prima di girare la maniglia, gettò un’occhiata alle sue spalle, ma i suoi occhi non riuscivano più a vedere il punto da cui era partito.

La Stanza dello Specchio si dispiegava alla percezione nella sua perfetta geometria circolare. Il pavimento era costituito da simboli convergenti verso il centro, figure che andavano a formare una sorta di mandala. Nel punto focale da cui si diramavano gli ornamenti, Andrea Sorghov vide lo schienale di una sedia d’ebano.
Le pareti della stanza erano di un rosso innaturale; sembravano voler annegare lo spettatore in un oceano di sangue vivo e interiora. La sedia era rivolta verso un grande specchio concavo, incorniciato dai simboli che aveva visto nel corridoio. Andrea Sorghov si guardò intorno, ma non c’erano linee di fuga: né porte, né finestre, anche la soglia appena varcata era sparita, come fosse stata digerita da quelle strane mura. Si trovava in uno stato d’accettazione passiva, un’autodifesa catatonica contro l’erosione dell’ultima barriera che separa perdizione ed equilibrio mentale.

Seduto, con le mani serrate sui bracci della sedia, fissava la superficie nera opaca dello specchio. Non restituiva nessuna immagine, eppure qualcosa si muoveva al suo interno. Man mano che delle forme cominciavano a sorgere, una flebile coltre di suoni cresceva dietro le sue spalle. Andrea Sorghov non aveva nessuna intenzione di girarsi, come quando il bambino sdraiato sul letto sa che uno sguardo gettato nel buio, nell’ora più tarda della notte, è il tramite attraverso il quale i mostri giungono a manifestarsi.

Il brusio cresceva di pari passo con l’immagine che si stava formando nello specchio. Un mondo che si consumava nel fuoco, foreste cineree consumate che urlavano come bambini sperduti; aggregati di materia tentavano di raggiungere una forma prima di essere disintegrati, e poi rinascere, rinnovare la danza macabra, sperando in una fine che illudeva il tempo e l’attesa. Le visioni proseguivano e si evolvevano in complessità sotto gli occhi sgranati di Andrea Sorghov. Assisteva al sogno di un Dio, di un essere alieno. Le strutture delle cose si compenetravano, annullando ogni distinzione nella lunga catena dell’essere. Una falena era una foglia e un deserto solcato da enormi canyon e poi gli occhi di una maschera Fang della Guinea Equatoriale, arterie autostradali portavano il sangue di un Moloch smisurato, una colonna vertebrale sprofondava nella terra, e le profondità portavano linfa al bocciolo di un fiore che si sviluppava dall’epistrofeo spuntato in superficie, le api fuoriuscivano dalle celle di un alveare, e quelle celle coprivano anche il tessuto interno dello stomaco di un bovino, nel frattempo capelli di donna erano alghe che nutrivano milioni di esseri, milioni di cellule al cui interno vivevano microrganismi formatori di altri mondi, abitatori ignari di realtà ulteriori. I desideri, le pulsioni e il mondo psichico degli esseri viventi si incarnavano e si smarrivano in un flusso organico, tutto era in tutto, la realtà desiderava e voleva, spasimava e vomitava: distruzione, generazione, poi la stasi e il mutamento, in un ciclo infinito che dall’unità indistinta tentava di differenziarsi, smarrendosi nell’incessante genesi di mondi.

Poi una strana forma, una specie di midollo spinale, se ne stava fluttuante al di sopra di una distesa di polvere, con un piccolo cervello sulla cima dei nervi. E parlava. Parlava una lingua sconosciuta che Andrea Sorghov riusciva a intendere. E gli raccontava dei molti mondi e delle molte vite che convergono in un unico punto, dove impareremo a vedere come in uno specchio, e a vedere come lo specchio e infine a essere lo Specchio, che non riflette e non moltiplica.

Le voci dietro di lui, intanto, si facevano più nitide, chiamavano il suo nome, lo ripetevano rendendo ciò che gli era più proprio fin dalla nascita un suono estraneo e minaccioso; si protendevano dietro di lui come braccia che volessero trascinarlo in un gorgo.
Si girò di scatto. Il brusio era cessato.

Le pareti della stanza erano tornate ad avvolgerlo. Fissava un angolo in cui la luce senza origine di quella casa si faceva più debole. Lì era comparsa una porta nera. Andrea Sorghov non pensava all’anomalia dell’apparizione;
era l’unica speranza di fuga dalle visioni, dalle allucinazioni e dai labirinti che avevano ormai perforato la mente, creando corridoi senza fondo, punti di non ritorno e vicoli ciechi in cui il pensiero si smarriva.
Si richiuse la porta alle spalle. Era di nuovo nell’atrio della casa. Essa sembrava mutare in relazione alla sua presenza. La porta d’ingresso era là a due passi, eppure il suo corpo protendeva da un’altra parte.
Andrea Sorghov stava guardando una scala a chiocciola sulla parete più lontana. Il nero del ferro battuto lo calamitava come il vuoto attira il passante sull’orlo di una balaustra.

Era giunto al secondo piano della casa, un unico ambiente senza punti di riferimento, con un parquet attraversato da figure disegnate in gesso. Candele accese erano sparse sul pavimento come binari di un treno. Era quell’ora della notte in cui la materia, nei frigoriferi, nella spazzatura per strada, negli angoli della città, si decompone, finalmente lontana dalle luci dei viventi. La luna sputava qualche barbaglio attraverso la grande vetrata che si trovava sul soffitto. La vetrata era aperta, e il vento faceva tremolare le fiammelle delle candele.

Andrea Sorghov non capiva. La sua mente cercava di decodificare l’esperienza, i simboli, gli indizi, cercava di comprendere il mistero che lo aveva ossessionato per anni, aspettava la rivelazione che gli era stata promessa, la mente era ancora abbacinata dal fascino della casa, ma allo stesso tempo cercava di non far prevalere un senso di truffa e umiliazione. Eppure non c’era nessuna truffa, come non c’era nessun mistero. C’era solo Andrea Sorghov e quello che aveva vissuto, un cammino terminato senza la visione delle cose, interrotto in quella radura dove la cecità sconvolge la mente. Era il momento giusto.

Oscurai la luna con il mio corpo. La stanza venne fagocitata da uno strato ulteriore di buio, attenuato dal bagliore fragile delle fiammelle. Andrea Sorghov si girò verso la vetrata e mi vide. Il suo volto si deformò, la bocca spalancata che non riusciva ad emettere suoni, come se la laringe si fosse immediatamente lacerata dalla tensione dei tessuti. La mia figura, enorme e sconfinata, che si intravedeva tra le nubi, lo sovrastava.

Il mio arto si protese dal cielo per afferrarlo e portarlo da noi.
Andrea Sorghov si inginocchiò, tentò di pregare, ma non ricordava più le parole.

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In alto: Foto di Isai Ramosf su Unsplash.