Una battaglia con Moby Dick

Giuseppe Putignano

Ci ho messo sei mesi a leggere Moby Dick. Forse più. È stato difficile ma benefico: sono sprofondato in mari che non ho mai navigato e provato sentimenti che non ho mai conosciuto. Averci messo tutto questo tempo però mi imbarazza, mi fa pensare che leggo poco, mi distraggo molto e sono lontanissimo dal dedicare alla lettura il tempo che credo di dedicarle. Ho pensato anche che oggi, l’epoca in cui noi italiani passiamo in media sei ore e quattro minuti al giorno su Internet, di cui un’ora e cinquantuno minuti sui social network, e abbiamo in media sette diversi account social a persona è diventato difficile leggere, soprattutto un libro così lungo e lento.

Lungo e lento sono i primi aggettivi che uso per descrivere Moby Dick, tanto per mettere subito in chiaro la natura amatoriale di queste riflessioni. Lungo lo è infatti solo relativamente ai miei criteri, secondo i quali la frase: «Ho letto tutta la Recherche» equivale a un golden buzzer per identificare un cazzaro. Invece più che lento il tempo di Moby Dick è espanso, ma dilatarlo era forse l’unico modo, per Melville, di contenere il furore che attraversa tutto il romanzo, una febbre di cui egli stesso era preda. Pare che si ritrovasse a scrivere in stampatello perché totalmente soverchiato dal flusso della sua storia. Un libro lento e furoreggiante quindi, vasto e intenso, mistico e mondano (nel senso arcaico: del mondo). Un libro enorme, il libro che, come recita il retrocopertina di una vecchia edizione Adelphi, «più di ogni altro si avvicina alla potenza del mito». Sto scrivendo delle banalità. Ora però mi chiedo: è possibile, per me, per un lettore contemporaneo, spingermi alla profondità di pensiero che risiede in Moby Dick?

Queste sono le condizioni in cui l’ho letto: seduto ma più spesso in piedi, aggrappato malamente a un ferro sudicio del bus 87 a Roma, quotidianamente sovraffollato, puzzolente e caotico come ogni altro autobus romano, con il bonus però di tutte, ma tutte, le scolaresche di Roma est che salgono a Colli Albani per andare in gita, o a fare sega, al Colosseo; di sera nei weekend sul Flixbus da e per Siena, dove abita la mia ragazza, altrettanto sovraffollato, meno caotico e puzzolente ma dotato di lucine per la lettura di efficacia leggermente superiore al cielo stellato; in alcuni momenti di pausa ufficialmente dedicati alla lettura, in cui (come del resto sugli autobus) ho tuttavia sempre avuto il cellulare al mio fianco, perché non si sa mai un’email, una chiamata urgente per lavoro, non si sa mai una catfighting imperdibile nel gruppo Whatsapp del calcetto, non si sa mai il nuovo teaser trailer di Avengers, non si sa mai hai visto come la Mussolini ha blastato Jim Carrey?, non si sa mai il nuovo video dei Jackal, il nuovo pezzo dei Cani (magari), la nuova boutade di Salvini per distrarci dalla recessione.

Com’è possibile immergermi nel mare della follia lucida di Achab mentre milioni di cazzate come queste sono sempre a portata di mano?

Siamo onesti, chi rinuncerebbe ad aprire una porta se gli dicessero che dietro c’è un party eternamente zeppo di alcol, sesso e droga, e nessuno mai verrà a sapere che ci sei stato (a parte un oscuro e morboso proprietario di casa che ti spia non sai bene come e che comunque non vedrai mai più)? Noi questa porta ce la portiamo in tasca e la voglia di aprirla non si esaurisce con una sbirciata, anzi dopo ogni sbirciata ci sentiamo come se non avessimo visto abbastanza, anzi come se non avessimo visto proprio nulla, anzi come se non l’avessimo ancora mai aperta e quindi torniamo ad aprirla ancora, e ancora, e ancora.

Non credo di essere un caso particolarmente grave, sto parlando di ciò che tutti conosciamo e abbiamo ormai accettato pacificamente: vivere all’interno di una puntata di Black Mirror, un’epoca in cui Facebook «sfrutta le vulnerabilità psicologiche delle persone» cambiando «letteralmente la relazione di un individuo con la società e con gli altri», per usare le parole di uno dei suoi fondatori, Scott Parker.

Quanto sono diverso allora dal giovanotto «dalla fronte scarna e dall’occhio cavo, dedito fuori tempo alla meditazione, e chi vi offra di imbarcarsi col Fedone invece che col Bowditch in mente», da cui ogni armatore di Nantucket dovrebbe guardarsi? Quanto somiglia alle mie relazioni, frammentate e mediate quotidianamente dalla tecnologia, il rapporto tra Ismaele e Queequeg, e quello tra Starbuck e Stubb, e tra Achab e il Destino? E sono davvero nelle condizioni di figurarmi i tempi di attesa sul mare, le operazioni lunghe e ripetitive per tenere sempre pronta la nave alla caccia, le notti stellate infinite, la struttura titanica di una testa di balena contemplata dal suo interno sventrato, i pensieri di un uomo nel buio che ascolta i passi notturni in coperta del capitano Achab o del Parsi Fedallah per immaginarne i turbamenti? Cosa capisco di ciò che leggo, per dirla tutta, se al termine di ogni periodo lungo, nel migliore dei casi, ma più spesso ogni dieci righe, d’istinto prendo in mano il cellulare per controllare Whatsapp o le Instagram stories o le prime pagine dei quotidiani? Ogni giorno, ogni maledetta ora. Mi sento così diverso da Ismaele che mi chiedo se appartengo alla stessa specie di umani che abitava il Pequod.

Certo, ho letto anche altri libri nel frattempo; certo in questo libro c’è un universo e ci vuole pazienza per superare lunghe pagine didascaliche, un manuale di baleneria, un manuale di cetologia, la ricostruzione di tutte le apparizioni della balena nella letteratura occidentale fino a quel momento, e le storie e le leggende di altre navi e altri equipaggi, senza contare che il Pequod prende il largo solo a pagina 138. Ma poi c’è il dramma, un dramma supremo, a cui si giunge dopo moltissimi sprazzi di bellezza, puntelli che infine si colgono necessari a rendere la complessità della tragedia, una storia che si compie e si consuma interamente.
Ad esempio così è descritto il maestro d’ascia, un personaggio minore:

«Per nulla egli era più notevole che per una certa, diciamo, impersonale, stolidezza; impersonale, ripeto, perché essa sfumava talmente nell’infinito circostante delle cose, da sembrare una con la stolidezza generale che appare in tutto il mondo visibile; il quale, mentre senza posa agisce in modi innumerevoli, continua in eterno a mantenere la sua pace e vi ignora, anche se voi scavate fondamenta per cattedrali

«Ogni capitolo, ogni periodo, ogni frase del libro ha quell’aria inevitabile e fatale che è come un suggello di classicità», parola di Cesare Pavese. E sono parole di Cesare Pavese anche tutte quelle degli estratti citati in questo articolo. Una traduzione, quella dello scrittore piemontese, al centro di un infinito e aspro dibattito tra gli addetti ai lavori. Si contesta a Pavese l’inesperienza al momento della prima traduzione, datata 1932 per l’editore Frassinelli, quando aveva appena ventiquattro anni e solo un altro libro tradotto alle spalle, eppure la versione giunta a noi è quella del 1941, riveduta dallo stesso Pavese dopo un decennio di traduzioni per Bompiani, Mondadori ed Einaudi. Si contestano a Pavese numerose inesattezze (soprattutto di termini specifici della baleniera) o libere interpretazioni di alcune frasi articolate, dovute a una presunta scarsa conoscenza della lingua, e quindi l’incapacità di rendere l’epicità di alcuni momenti chiave. Eppure si tratta di una scrittura ricca e ispiratissima che non mi ha mai annoiato né mancato di restituirmi la complessità di un pensiero, risultando ai miei occhi, ignoranti tuttavia di ogni altra versione, degna se non dell’originale almeno del mito.

La ricchezza di questo romanzo è allora indicibile. Averlo letto spesso distrattamente, e in infinite pause, mi è sembrato un oltraggio. Vedendo il film di John Huston, con Gregory Peck nei panni di Achab, in cui la trama è ridotta all’osso, ho capito di aver trascurato o del tutto rimosso anche alcuni momenti essenziali: la predica di padre Mapple, il ruolo del doblone d’oro, le lacrime di Achab. Cosa ho capito allora di Moby Dick? Provo a riassumerne il cuore, consapevole dell’altissimo azzardo, ma solo per affermare, anzi per gridare, che nonostante tutto al cuore mi è arrivato.

Moby Dick è un libro sull’abisso in cui abita l’uomo, ogni uomo, di ogni tempo. Un abisso di eccitazione e smarrimento e dolore senza scopo. Melville si spinge sulla soglia della coscienza e mostra l’abisso che la circonda in ogni direzione: un mare infinito e ignoto per estensione e profondità. Ci pone di fronte a tutte le domande ma soprattutto al dramma di essere nella condizione di potercele fare.

«Sono io, Signore, che sollevo questo braccio, o chi è?», recita Achab in uno degli ultimi monologhi prima della sfida finale alla balena bianca.

La vendetta di Achab contro Moby Dick è la vendetta impossibile dell’uomo contro tutte le ingiustizie del creato, o dell’esistente, una sfida altissima e inutile a Dio, o al caos. Del resto è proprio a “un immenso Dio bianco” a cui pensano i marinai del Pequod di fronte al manifestarsi dell’immane capodoglio.

Achab s’interroga sulla presenza di una volontà mistica e maliziosa dietro le azioni del mostro Moby Dick e del mostro gemello che egli stesso è; una volontà che teme ma allo stesso tempo auspica; malvagia perché onnipotente; tirannica perché inaccessibile; una volontà misteriosa, temuta e mitizzata dai membri dell’equipaggio – «era la bianchezza della balena che sopra ogni altra cosa mi atterriva» -, ma ad ogni modo sperabile, o comunque preferibile alla bestialità pura e sciocca, all’assenza totale di ogni principio senziente all’origine delle cose. La certezza di questa suprema assenza sprofonderebbe altrimenti l’uomo in un terrore assoluto ed eterno perché, come in Lovecraft, privo di significati. E una volta conosciuto, il terrore  condurrebbe ogni uomo, fatalmente, alla follia.

Agli occhi di Starbuck, cioè dell’uomo di fede, dotato di una giustificazione del mondo, Achab è certamente folle ma la sua follia, rabbiosa e disperata, è perfettamente logica, ed anzi comprensibile e condivisibile perché necessaria; necessaria all’uomo, in un senso apertamente religioso, di fronte all’assurdità del tutto. Anche il primo ufficiale, assennato e credente, non può che assecondarla alla fine. Ismaele, Achab, il Leviatano (il modo in cui i marinai si riferiscono a Moby Dick), ovvero i tre protagonisti del dramma, hanno del resto tutti nomi biblici. Ed è alla Bibbia che guarda Melville: la Bibbia come narrazione epica e mistica della vicenda umana. Chi altri nella storia della letteratura ha osato tanto senza capitolare? Dante? Milton? Forse nessun altro.

Moby Dick è, come la Bibbia, attraversato da una costante suggestione sovrannaturale ma, diversamente dalla Bibbia, non promette salvezza né apocalisse, perché l’apocalisse è la vita stessa di Achab e dell’equipaggio, il quale, come già la gamba in osso di balena, diviene infine una mera estensione del suo tiranno: un uomo mutilato, umiliato, sfigurato dall’esistenza che si lancia senza riserve contro l’ineluttabilità, contro l’agire apparentemente cieco e irrazionale del mondo, quindi contro Moby Dick, contro la morte, però aggredendola, sfidandola, tentando di ferirla – di uccidere la morte, non potendo conoscerne il mistero – nel più poetico dei gesti umani mai raccontati. Achab/Melville insegue perdutamente e attacca Moby Dick, perché in questo individua i connotati del Male, affermando per contrasto che dove c’è umanità c’è significato, c’è, se non la possibilità del Bene, almeno la possibilità per l’uomo di immaginarlo.

E allora l’unica cosa che posso chiedermi, riprendendo il filo, è se ci sono riuscito lo stesso, a cogliere almeno il senso ultimo di questo capolavoro. E, ampliando il discorso, se la fruizione della letteratura, quella più alta, quella forma d’arte che si interroga sullo sconcerto dell’uomo di fronte all’esistenza, sia accessibile da noi uomini nuovi, immersi nel frastuono delle informazioni ventiquattr’ore su ventiquattro, nel vortice dei mille stimoli atti a stuzzicare gli istinti nostri più bassi, che ci riportano alla condizione di bestie, bestie che producono e consumano contenuti ma forse ancora in grado di pensare, “poiché tutto ciò che è veramente prodigioso e pauroso nell’uomo non è sinora stato mai posto in parole o in libri”.

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In alto: Foto di Iswanto Arif su Unsplash.