Lo Slow Journalism e il valore della notizia: intervista a Daniele Nalbone

Marco De Laurentis

È uscito il 16 aprile per Fandango Libri Slow Journalism. Chi ha ucciso il giornalismo?, scritto da Alberto Puliafito, Direttore della testata Slow News, e da Daniele Nalbone, Responsabile web de Il Paese Sera e tra i fondatori de Il Salto. Abbiamo fatto qualche domanda a Daniele su questa nuova pratica giornalistica.

 

Di cosa parliamo quando parliamo di Slow Journalism?

Cominciamo da una precisazione: se discutiamo di Slow Journalism discutiamo di un metodo, non di un prodotto. Non è, insomma, il reportage con un numero alto di battute. Ha a che fare più con la gestione del tempo nell’analizzare fino in fondo una notizia e di assicurarne la veridicità. In risposta al mantra del “se l’ha scritto il Corriere o l’Ansa, possiamo scriverlo anche noi”, e alla relativa indulgenza nel combinare dati e informazioni, lo Slow Journalism si pone l’obiettivo di sapere quello che racconta, come lo fa e a chi. Dietro ogni click c’è un lettore, ed è a lui che deve essere rivolta l’attenzione. Dobbiamo ascoltarlo, tornare alla puntualità della notizia, perché pensare che non esista più il lettore che si ferma a leggere è uno sbaglio. Altrimenti non esisterebbe Internazionale, Valigia Blu etc. Servirebbe quindi una forte alfabetizzazione digitale di nuovi e vecchi giornalisti, far capire che le nuove tecnologie non sono nemici ma strumenti per raccontare il mondo che ci circonda.

“Chi ha ucciso il giornalismo?” è il sottotitolo del libro.
La notizia della sua morte è fortemente esagerata?

Senza svelare la trama del giallo che abbiamo scritto, quello di cui parliamo non è propriamente un omicidio, o quantomeno ci sono tanti maggiordomi ma manca il cadavere: per fortuna il giornalismo non è morto, ma notiamo spesso uno strenuo tentativo di suicidio della sua professione. Nel libro proviamo a ribaltare la narrazione attuale della crisi di un giornalismo minacciato dalle over the top, ovvero da Facebook, Google e così via. Il punto centrale infatti è che alla base dei prodotti editoriali odierni non esiste un modello di business che possa fare a meno dei click: sia i colossi editoriali che le nuove forme online di informazione, seppur virtuose dal punto di vista dei contatti, dei numeri e delle classifiche, sono carenti sulla qualità dell’informazione e sulle possibilità di stare sul mercato con formule di pagamento slegate dall’advertising.
Solo alcuni esempi internazionali, penso al Guardian o al più recente De Correspondent in Olanda, sono riusciti a risolvere il problema. L’unica battaglia che si intraprende in questo senso è quella per la legge del copyright che io e Alberto, tema del libro a parte, riteniamo profondamente sbagliata.

Nella prima sezione del libro troviamo una comparazione tra vecchio e nuovo modello di business, ovvero prima e dopo l’avvento dell’online. In che modo la riforma del copyright rimette sul tavolo la questione dei vecchi oligopoli?

È inevitabile notare come la legge del copyright tenti di reinserire sul mercato una sorta di nuovo cartello, diciamo così, per combatterne un altro, quello delle over the top di cui parlavamo. Se consideriamo il diritto a essere informati un bene costituzionale, allora è evidente che si sta tornando a un passato che sotto questo punto di vista non era neanche così roseo. Noi giornalisti siamo cresciuti professionalmente con l’immagine dei giornaloni che guidavano il dibattito politico del paese, salvo vederli poi inseguire Twitter e Facebook nel loro stesso campo. La battuta che noi facciamo sempre quando ci chiedono un giudizio sulla questione è che dovrebbero essere i giornali a pagare Google per essere su Google News. Sembra paradossale, ma fa capire di nuovo l’assenza di modelli di business alternativi a quelli di oggi, dove costruisci un prodotto indistinto per un mercato indistinto, dove perdi tanto non solo perché non sei più necessario, ma perché non sei più capace di difendere l’unicità del tuo progetto giornalistico. Non ti costituisci come gestore di un modello; al contrario, ne sei la vittima.

Restringiamo il campo all’Italia: che tipo di giornalismo vediamo oggi nel paese?

Occorre tracciare innanzitutto una netta distinzione tra chi fa giornalismo di qualità al 100% e chi opera in quello che noi definiamo slow-washing (l’equivalente del greenwashing, applicato ai media), ovvero quando pubblico per esempio novanta contenuti pessimi, che non dovrebbero essere considerati validi giornalisticamente, e poi ne faccio dieci che metto in homepage facendo finta che siano un’altra cosa. Basta scorrere le pagine Facebook per chiedersi quali siano i reportage e quali gli articoli discepoli della religione un tanto al chilo. Altra stranezza tipicamente nostrana è il giornalista sceso dal monte a spiegarci il suo punto di vista in prima persona: nel nostro manifesto dello Slow Journalism ribadiamo più volte che la prima persona non può essere utilizzata per fare autentico giornalismo. Può andar bene per la letteratura, ma non per il giornalismo. Sarebbe utile guardare la quotazione in Borsa del Fatto Quotidiano. Il F.Q. ha raggiunto un risultato enorme dal punto di vista imprenditoriale. Ma se andiamo a leggere bene le carte, quei tanti milioni di euro non sono tutti esigibili dal giornale, perché gli investitori sono sicuri che se dalla redazione se ne va Scanzi, Gomez o Travaglio, il valore del prodotto cala. Sono quindi prodotti giornalistici che sono più incentrati sul giornalista che sul prodotto in sé.

Per non parlare del tema contrattuale..

Le nuove forme contrattuali sono al  centro del nostro capitolo “Un contratto per giornalisti poveri”.
Oggi tutti i sindacati di categoria perdono peso e iscritti: se gli under 30 iscritti sono il 5% è chiaro che gli interessi rispondono a un altro tipo di giornalista, quello che fa parte della cosiddetta “casta”. Nel corso degli anni sono stati creati due tipologie di contratto: la Aeranti-Corallo per le agenzie di stampa e il contratto USPI-FNSI per i giornalisti del web. Il contratto doveva includere le associazioni no profit, le imprese sociali per le piccole realtà editoriali e così via. A tirare le fila di quel contratto sono stati invece i gruppi editoriali che fatturano 9-10 milioni di euro all’anno. Ecco il problema: non aver voluto mettere mano al contratto, ma averne creati due paralleli, dividendo la categoria dei giornalisti in giornalisti web, giornalisti e ragazzi, giornalisti e quelli che fanno i siti. Continuare su questa rotta ucciderà la professione.

Volevo infine sapere la tua sul caso Falcioni (il giornalista di Fanpage.it condannato a 4 mesi per aver documentato un’iniziativa NoTav in Val di Susa).

Ci tengo a dire che Davide oltre a essere un collega è anche un amico, per cui la mia stima nei suoi confronti è enorme. C’è purtroppo un forte clima di intimidazione e di repressione nei confronti di chi pratica giornalismo di strada. Io stesso sono andato in tantissimi posti seguendo i manifestanti senza identificarmi come giornalista. La sua condanna la sento un po’ mia, perché se da un lato intacca un modo di fare del corretto giornalismo, dall’altro mi ricorda che i tempi sono cambiati, e che forse tutta questa mancanza di fiducia del lettore sia soprattutto dovuta alla cattiva informazione che ha subìto in tutti questi anni. Questo sistema ci si sta ritorcendo contro.