Imparare a perdere

Francesco Zani

«Diobboia mi fanno male i polsi», dice lui. Ogni volta che prova a liberarsi, basta anche un piccolo movimento, il taglio che si è formato appena prima dell’orologio al polso sinistro si allarga. Il sangue scende lentamente e vedo ogni goccia che si allontana dalla sua pelle. Non tocco il suo corpo, il sangue non mi sfiora neanche, ma vorrei andare a lavarmi le mani. Ne ho bisogno, me le sfrego sui pantaloni, ma adesso non posso uscire di qui. Lei, invece, non dice una parola. Da quando si è svegliata tiene la testa china e non mi ha guardato nemmeno una volta. Qualche minuto fa mi sono abbassato fino quasi a stendermi per terra per vedere se avesse gli occhi aperti o chiusi e ho visto la palpebra spalancata e la pupilla immobile. Nessuna parte del suo viso si muove.

Il nome del Bagno Socrates l’ha scelto mio fratello. L’abbiamo lasciato decidere anche se era il più giovane della famiglia, o forse proprio per quello. Lui ha risposto subito. Non ho mai capito se ci avesse già pensato a lungo, o se gli fosse venuto fuori d’istinto. Io e mio padre avevamo lavorato un inverno intero per sistemare le cose e dare la forma che volevamo allo stabilimento. Quel piccolo edificio gli aveva portato via i risparmi di una vita. Avevamo spianato la sabbia, rimesso a posto l’entrata, rifatto il pavimento del bar e tinteggiato tutte le pareti. Mia madre continuava a fare la cuoca al solito ristorante, ma adesso lavorava solo per il turno del pranzo e a metà pomeriggio veniva a fare l’arredatrice d’interni.

«Carlo, te sei capace di costruire un camino? Dovremmo farlo qui ad angolo», aveva detto un giorno con le mani sui fianchi.
«Maria, ci imbarìga?», le aveva risposto mio padre in dialetto.

Avevano discusso a lungo e alla fine – come sempre – aveva vinto lei. Il Bagno Socrates sarebbe stato il primo stabilimento balneare in Romagna ad avere un camino al suo interno. Quel pomeriggio non dissi una parola, chiuso nel mio silenzio a pensare alla stronzata che stavamo per fare. Mio fratello Alessandro invece era allegro, nascondeva sotto il suo sorriso l’eccitazione per quella cosa nuova che stava per nascere. Non credo capisse fino in fondo cosa stavamo facendo, ma era felice.

Mio padre non aveva mai costruito un camino e dovette chiamare un suo amico che faceva il muratore a Pinarella. Non so come si chiamasse ma ricordo che lavorava chino, spesso in ginocchio, e che io e mio padre lo aiutavamo come possibile. Ci vollero sei o sette weekend; alla fine dell’opera volle ottocentomila lire, se le mise in tasca tutte stropicciate e ci abbracciò dicendo che sarebbe venuto a trovarci. Che io mi ricordi, non lo vedemmo mai più. Il camino divenne il tocco che ci distingueva da tutti; i turisti che entravano rimanevano sbalorditi, la gente iniziò a chiamarci Il bagno del camino e per qualche estate pensammo anche di cambiare nome. L’accendemmo solo una volta, il 1 novembre del 1988, perché mio fratello voleva festeggiare il compleanno dei suoi dieci anni al mare. Invitammo amici e parenti e mia madre cucinò per tutti. Mio nonno ci aveva dato un po’ di legna, e così provammo a tirare su la fiamma. La canna fumaria non funzionava benissimo, il bar si riempì subito di fumo nero e rimanemmo fuori una buona mezz’ora con le porte e le finestre spalancate per ripulire l’aria. Faceva freddo. Si sentiva il mare che da lontano sbatteva le sue onde contro il bagnasciuga.

Inizio a farla mangiare per prima, alzandole la testa con le mie dita. Ho tagliato il petto di pollo usando le forbici e adesso la imbocco lentamente, aspettando che finisca di masticare. Le faccio bere un po’ di acqua fresca, tenendo sempre il bicchiere tra le mie mani. Mia madre ha il volto bianco, gli zigomi che sembrano ancora più pronunciati, rivolti verso i suoi occhi come se volessero infilarsi dentro di lei. Con la mano sinistra tengo il piatto all’altezza della bocca di mio padre, arrotolando gli spaghetti con la forchetta. Apre la bocca esageratamente, la spalanca e butta giù ogni boccone senza nemmeno masticarlo. Deglutisce forte e fa rumore: non mangia, si sta nutrendo. Gli ho dato da bere un solo bicchiere d’acqua, e mio padre mi ha fatto cenno di smettere alzando appena il mento. Erano finiti i tovaglioli, così ho preso un rotolo di carta igienica e ne ho staccati due pezzi per pulire la bocca ai miei genitori. «Ma cosa vuoi fare?», mi ha detto lui. Metto i due piatti uno sopra all’altro e apro la porta della cantina dopo averli poggiati sui gradini. Mi giro, entro a controllare che i nodi con cui ho legato i miei alle sedie stiano reggendo: gli giro attorno, li ispeziono, mi chino con cura e sento la corda, non tocco i corpi. La loro pelle mi respinge, rimbalzo lontano al solo pensiero di una carezza. Poi faccio capolino con la testa.
«Spengo la luce», dico verso di lei che non alza lo sguardo.
«Come facciamo ad andare in bagno?», mi chiede lui.
«Aspettate domani mattina».
Chiudo la porta, e i giri di chiave si sentono nitidi nel silenzio della casa.

Mio padre credeva che ci andasse mia madre, mia madre credeva che ci andassi io e io non credevo niente perché a vent’anni di mio fratello me ne importava il giusto. Dormivamo nella stessa stanza, tifavamo la stessa squadra e mi ero accorto di somigliargli qualche anno prima, quando lui si era steso sul divano a guardare la televisione nella posizione in cui mi mettevo sempre io. Era il 28 agosto e Ale era andato ad allenarsi al Circolo tennis come ogni giorno in estate: giocava bene e, quando avevo capito che mi avrebbe battuto anche se ero più grande di lui, avevo smesso di chiedergli di andare a fare un’ora insieme. Ogni tanto lo andavo a prendere agli allenamenti; l’inverno precedente l’avevo anche portato in macchina a Bologna, a giocare la semifinale di un torneo abbastanza importante al Circolo dell’Aeroporto. Perse contro un ragazzino meno bravo di lui, e al ritorno rimase in silenzio tutto il tempo. Alessandro non sapeva perdere. Passava ogni pomeriggio della sua vita tra dritti e rovesci e in estate si allenava da mattina a sera; tornava a casa stravolto, magrissimo e con i primi muscoli che gli iniziavano a spuntare sulle braccia e dietro la schiena. Presto sarebbe diventato più alto di me, e da qualche mese lo prendevo in giro per l’ombra buffa di quei primi baffi che gli stavano spuntando. Non ho mai guardato in faccia la donna che l’ha investito e non sono mai andato in tribunale. Ho preso io il completo dal suo armadio per vestirlo; poi sono andato da Severi Sport a Cesena per comprargli un paio di scarpe da tennis, perché le sue si erano rotte nell’impatto. Io, mio padre e mia madre siamo stati lì fermi a guardare quell’uomo che lo ripuliva e lo vestiva, delicato nei gesti, ma deciso. Non ho mai trovato una parola o un pensiero per descrivere quello che era diventato mio fratello dentro la bara. C’erano le sue ossa, la sua pelle, i suoi capelli. Ma Alessandro non era lì, non era più da nessuna parte. Ricordo di aver sentito un rumore. Un distacco sordo, qualcosa che si rompeva dentro di me, mio padre e mia madre. Nessuno di noi pianse in quella stanza o al funerale. Dopo l’estate del 1993 vendemmo il Bagno Socrates, distrutti da quella stagione di sguardi di compassione, domande a mezza bocca prima lanciate e poi rimangiate e sorrisi di circostanza a spiegare di chi fossero tutte le foto che si trovavano in giro per il bar. Avevamo bisogno di sentire Alessandro lì con noi, ma non volevamo le domande di nessuno. A mio padre si imbiancarono tutti i capelli; mia madre scrisse un cartello a penna nera e lo affisse alla porta di ingresso.

Domani 1 settembre il Bagno Socrates chiude grazie a tutti
Carlo Maria Federico Alessandro

Scendo le scale ed entro in cantina, giro la chiave nella serratura e accendo la luce. L’odore che mi arriva è forte, quasi insopportabile. «Tua mamma si è pisciata addosso», mi dice mio padre appena mi sente, senza ancora vedermi perché tiene gli occhi chiusi. Richiudo la porta a chiave e salgo a prendere un secchio e uno straccio per asciugare quello che è rimasto sotto la sedia. Dopo aver pulito il pavimento dovrò tornare su a prenderle dei vestiti puliti. Ho bisogno di almeno un altro giorno, o forse qualcuno di più. Me li posso concedere visto che ho aspettato due anni, cinque mesi e ventisei giorni da quando è morto Alessandro. A volte passeggio, oppure gioco male a tennis; mi può capitare di ubriacarmi e rimanere un pomeriggio intero a guardare due o tre foto, sempre le stesse, ma con il mio dolore ho imparato a conviverci, e lo tengo confinato dove non può farmi nulla. Loro non mi danno pace. Sono morti quella sera, nel momento in cui l’uomo del negozio di biciclette li ha chiamati per dire che Alessandro era stato investito. Lavorano da morti, vanno a fare la spesa da morti, a volte provano anche a divertirsi da morti. Si sono presi, ognuno, tutta la colpa e tutta la pena: sono pesi che non si possono spartire, non esiste condivisione. Rimangono interi e intatti, ricadono addosso con lo stesso volume e la stessa forza.

Ogni volta che prepara il pranzo o la cena, mia madre tentenna; le vedo le mani che tremano mentre appoggia i piatti e combatte la tentazione di apparecchiare per quattro persone. Non abbiamo mai cambiato i posti a tavola, quello di Alessandro è sempre rimasto vuoto. Lei più di tutti ha reagito al cambiamento ripetendo gli stessi gesti. Ogni giorno, prima di cena, esce di casa e va al cimitero. «Lo vado a salutare, sta sempre da solo» mi ha detto una volta. Ho fatto finta di non sentirla. In estate va ancora al Circolo Tennis, si aggrappa con le mani al muretto e si mette a guardare qualche ragazzino che gioca i suoi primi dritti. Non saluta nessuno, non entra mai. Una volta mi ha anche chiesto di farle vedere una partita in televisione e spiegarle alcune cose. Dopo un po’ ha capito che non avevo voglia di parlarne e  mi ha liberato da quell’imbarazzo. Le ho chiesto di prendere un letto più grande per me, di lasciarmi liberare l’armadio e sistemare la mia stanza. Non mi ha mai risposto perché la mia richiesta per lei era assurda. Mi ha guardato e basta, come a dire e se togliamo un letto dove dorme Ale? Mio padre assiste a tutto questo in silenzio. Ha smesso di uscire e non vede più nessuno. I primi tempi un suo amico veniva a trovarci, gli chiedeva di andare al bar, ma non riusciva a convincerlo. Poi ha smesso di venire e mio padre ha iniziato a vivere sempre chiuso in casa, tranne alcune mattine in cui si sveglia prestissimo e fa lunghe passeggiate. Non me l’ha mai detto, l’ho scoperto per caso un giorno in cui ero rientrato tardi da una serata in discoteca. Lui usciva con i calzoncini corti e le scarpe comode, io rientravo, ci siamo guardati senza dire nulla e lui ha proseguito per la sua strada. Non ci parliamo quasi più, ogni tanto ci mettiamo insieme a leggere sul divano in silenzio.

Il giorno del primo compleanno di Alessandro dopo l’incidente hanno comprato una torta. Era bassa e con la crema, piena di frutta. Io non l’ho mangiata, non mi andava. Quando l’hanno tirata fuori dal frigo mi sono alzato e sono uscito dalla stanza. Il giorno dopo ho visto la torta nella spazzatura, ancora intera. La sera vedo i miei genitori seduti davanti alla televisione. Non si toccano, nemmeno si sfiorano, rimangono con le mani sulle ginocchia a cinque centimetri di distanza. Mio padre tiene il telecomando, cambia canale e sveglia mia madre quando le cade la testa e inizia ad addormentarsi. Lui passa la maggior parte della notte sul divano, poi la raggiunge e si chiude la porta dietro.

Il secchio è pronto e anche l’acqua e lo straccio. Prima di scendere vado in camera e metto le mani sotto il letto, cercando a tentoni il fucile che tengo lì. Mi rialzo e accarezzo la canna, sento il grilletto. Guardo il fucile, ma vedo più avanti: le foto di Alessandro con una coppa in mano, più grande di lui, striminzito dentro quei pantaloncini Fila. Ripongo il fucile a terra e lo spingo sotto il letto. Lo faccio domani. Forse dopo domani, o magari direttamente domenica. Magari anche dopo, non posso sapere quando sarò pronto. Devo essere preciso. Non voglio che abbiano il tempo di capire.

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In alto: Foto © Roberta Sofia / Artwork: Florinda Giannino