Lingua che muta e risorge: su«Acquadolce» di Akwaeke Emezi

Sara Panzavolta

“Spero che nel pronunciarlo, sfrega sfrega, vi sanguini la bocca. Quando si dà un nome a una cosa, quella prende vita – lo sapevate? C’è forza in quell’atto, potere bianco osso iniettato d’impeto, come un farmaco che dà tremore.”

Finalista al PEN/Hemingway Award for Debut Novel e nella longlist della Carnegie Medal for Excellence, Emezi esce in Italia lo scorso febbraio con «Acquadolce»(Il Saggiatore) e da subito fa parlare di sé. Nata e cresciuta in Nigeria, si è trasferita poi negli Stati Uniti dove attualmente vive. È scrittrice, video artist, attivista per i diritti delle soggettività trans/non-binary, di origini miste, e diverse altre cose, nessuna delle quali riesce a definirla.

«Acquadolce» è il suo romanzo d’esordio, ed è un romanzo fatto di storie: quelle delle radici igbo e tamil dell’autrice, quelle dei fenomeni migratori in più direzioni, quelle della malattia mentale, quelle degli incontri e abbandoni che costituiscono l’impasto di tutte le narrazioni possibili. È poi una storia in cui si può stare sul margine senza dover necessariamente sentire nostalgia per il centro – si è quasi invitati a farlo. Ma è anche un romanzo di formazione che segue la protagonista, Ada, dalla prima infanzia in Nigeria all’adolescenza negli Stati Uniti – tra la Virginia, la Louisiana, la Georgia e infine Brooklyn – sino all’età adulta; una formazione che esclude del tutto i genitori “umani” dal percorso e che passa per infiniti strati di dolore.

Ada è una bambina a suo modo problematica, faticosa (il fratello gioca in silenzio da solo mentre lei urla per ore, disegna sulle pareti, fa incubi continui che la lasciano senza fiato nel cuore della notte), e quando cresce diventa una ragazza “strana”, timida, con disturbi alimentari e depressivi. Subisce violenza dal fratello e assiste in prima persona a un incidente che mette a rischio la vita della sorella, vede la madre partire per l’Arabia Saudita in cerca di lavoro e il padre restare in Nigeria senza battere ciglio: tutti i pezzi, sin dal principio, sono disgregati e non comunicanti. Negli Stati Uniti frequenta il college e vari uomini che la trattano ora male ora bene, ora si innamorano follemente del suo aspetto e ora la lasciano sulla porta di casa sotto la pioggia (poi Ada quella porta la sfonda a calci) e la relegano nell’infelice limbo degli amanti. C’è molta droga in tutto questo, lunghi mesi di perdizione e poche settimane di rinascita, c’è un amore del tutto umano e buono per Ewan e pittori, santoni, donne strambe che accompagnano Ada, con una sensazione costante come di pericolo: «La prima volta che ti ho incontrato ho detto a un amico che eri adorabile ma mi sentivo che saresti morta presto», le dice un certo Doney durante una calda estate a New York. Poi Ada beve (prevalentemente tequila), prende tante pillole colorate insieme e finisce in ospedale (non solo quella volta) e rompe gli specchi, per espiare colpe e far scorrere il dolore con tagli sulle braccia profondi e liberatori.

Questo è il primo strato del romanzo di Emezi, e credo che strato sia la parola giusta perché leggendo si ha l’impressione che la lingua di «Acquadolce» sia composta come di lembi di pelle sovrapposti, è metaforica, tagliente, sanguigna, difficile e sempre esatta – mi immagino che ogni parola sia stata visionata al microscopio prima di venire scelta e scritta. Gli strati, i periodi, si staccano e scivolano l’uno sull’altro, c’è una sorta di rinnovamento continuo nella lingua e nella narrazione, di punti di vista che si alternano (ora siamo in prima singolare e il capitolo dopo alla prima plurale, ora è la voce di Ada a guidarci e un attimo dopo non lo è più) in modo esatto e al contempo oscuro. Tutto in Emezi è mescolato e anche la lingua del suo esordio non fa eccezione: l’autrice spesso scarta dall’inglese all’Igbo eliminando la traduzione, così da creare spaesamento nel lettore, incomunicabilità, come a sottolineare che lo sradicamento dei personaggi deve trovare il suo correlativo nella lingua con cui questi parlano.

Si legge nella nota alla traduzione di «Le cose crollano» di Chinua Achebe: «Sento che la lingua inglese sarà in grado di portare il peso della mia esperienza. Ma dovrà essere un inglese nuovo, ancora in piena comunione con la propria casa ancestrale, ma modificato per adattarsi al nuovo contesto africano». Lo stesso accade in «Acquadolce», dove l’intraducibilità di alcune espressioni si risolve nel ricorso alla lingua d’origine, l’igbo, e nell’assenza totale di traduzione. La lingua è, quindi, un compromesso, nonché un ulteriore aspetto di quella non univocità di cui l’autrice parla costantemente.

Se tutto è complesso e multiforme, non è certo da meno Ada, che sin dal primo capitolo è chiamata quella Ada. La protagonista è sempre identificata con il dimostrativo seguito dal nome proprio, a indicare che il suo nome indica lei, ma al contempo non è davvero personale, non è singolo ma plurale. «Noi la chiamammo quella Ada», dice la voce narrante all’inizio del romanzo, e la definisce «quella Ada (il nostro corpo)». Gli strati di cui sopra non sono soltanto linguistici ma anche identitari, non c’è solo Ada ma sono in molti dentro di lei: ogbanje li chiama Emezi (e allo stesso modo Achebe e Taiye Selasi, grande estimatrice di questo esordio). Ogbanje, gli spiriti maligni che secondo antiche credenze igbo arrivano dall’aldilà e si incarnano in corpi accuratamente scelti. Si legge in diverse interviste che Akwaeke Emezi preferisce parlare di questo piuttosto che di schizofrenia, di presenze che coabitano i corpi piuttosto che di patologie psichiatriche occidentali da medicalizzare. Da dove arrivano gli ogbanje? Cosa sono?

Gli spiriti che abitano Ada sono spiriti che sarebbero dovuti tornare indietro, nel regno dell’aldilà, e invece le porte di passaggio tra questo mondo e l’altro sono rimaste aperte e loro hanno cominciato ad amare l’idea di avere un corpo («farsi corpo era un lusso, quantomeno all’inizio»): così sono restati.

Ce ne sono tanti, la mente di Ada è un luogo affollato. Ala è la dea madre, un serpente con molti figli (lo stesso nome dell’autrice, Akwaeke, significa “uovo di serpente”), poi viene Asughara, la predominante tra gli spiriti, fatta di rabbia, poi Saint Vincent, versione moderata e gentile di ogbanje e ancora i fratellisorelle, che tornano a prendere Ashugara sulla terra senza riuscirci e Yshwa che parla di amore e perdono e compassione, la voce del dio cristiano in tutto questo affastellarsi di presenze.

Ogni spirito interferisce con Ada seguendo la propria idea (natura) di ciò che è giusto e lei lo asseconda con un senso di abbandono, di perdita di responsabilità, di inerme sollievo. Ada e Ashugara parlano continuamente, si scontrano, contrattano le azioni da compiere con quel corpo che condividono, amano con rabbia e devastazione uomini che non arrivano nemmeno a immaginare cosa stia davvero accadendo. Chi è Io, chi è piuttosto Noi, chi decide che fare, con chi andare a letto, se e quando mangiare, come vestire, quando silenziare la baraonda costante di voci e ingoiare finalmente tutte le pillole. Dice Ashugara durante una conversazione con Yshwa: «Hai un piano migliore? Sai come fermare il dolore?», e ancora: «Non è corretto, Yshwa. Vogliamo solo che smetta di fare male. O lo hai dimenticato? Quantomeno, tu sei riuscito a morire.»

Non so se sia questo il punto di Emezi, l’abitare uno spazio (un corpo, un genere, un paese, un amore, una città) “intermedio” in maniera non transitoria, il fatto proprio di posizionarsi tra un punto A e un punto B e di sceglierlo come baricentro. Bendarsi il petto e desiderare pizzo e tulle che fuoriescono dalla camicia, amare male ma credere nel per sempre, parlare con dio e pregare gli ogbanje, essere orfani e avere tre madri. Nne, madre in igbo, la preghiera di Ada che riemerge dal dolore e il ritorno a qualcosa di più antico. «La voce era portatrice di significato. Avevo dimenticato che se lei (la madre, ndr) è un pitone, allora lo sono anch’io. […] Toccati la coda con la lingua così sai dov’è. Formerai il cerchio inevitabile, l’inizio che è la fine. Questo spazio immortale è chi sei e dove sei, mutante. Ogni cosa è una muta che cade e ogni cosa è resurrezione.»