Vite agrodolci: «Ragazzo d’oro, ragazza di smeraldo» di Yiyun Li

Giorgia Sallusti

«Al mondo non ci sarebbero problemi se non fosse per le persone stupide che commettono errori stupidi» dice la quattordicenne Ying alla nonna Ailin con una sintesi incredibile quanto involontaria di storia umana; ma leggerezza e ottusa stupidità sono anche due motori potenti nei rapporti umani descritti in Ragazzo d’oro, ragazza di smeraldo, la raccolta di racconti di Yiyun Li, pubblicata a giugno da NN editore con la traduzione di Eva Kampmann. Le persone che abitano questi racconti sono individualità incapsulate in una bolla iperbarica che non hanno interesse a lasciarsi toccare dal mondo: «“i deboli di carattere scelgono di odiare”, disse. “È la cosa che fa meno male, non sei d’accordo?”» chiede l’anziana madre al maestro Fei nel racconto Un uomo come lui. La solitudine è anche una fortezza, blindata dall’autonomia personale, e se i due coniugi di Prigione si aggrappano l’uno all’altra con tanta tenacia, non può che essere un segno di vecchiaia e di pavidità di fronte ai cambiamenti, «un desiderio di solitudine che alla fine avrebbe trasformato la morte in un sollievo». Oppure ci si circonda di persone da aiutare perché l’altruismo è funzionale all’autoaffermazione, come nel racconto La proprietaria, sul cui palcoscenico la signora Jin domina la vita delle proprie pensionanti sfortunate, in cerca di riconoscimento e gratitudine, dopo una vita decorosa grazie a un padre che ha fatto fortuna con la Rivoluzione, un marito che non ha mai commesso un errore stupido, e un bravo figlio che non l’avrebbe mai lasciata morire nelle mani di infermieri indifferenti. I nove racconti del volume sono brevi viaggi prodigiosi nelle vite degli altri e nella loro desolazione, scanditi da un linguaggio lineare, asciutto, efficace nella realizzazione di siffatte pennellate: la vita è un adattamento pervicace ai cambiamenti imposti dai superiori, dalla Rivoluzione, dalla famiglia, dai rovesci della fortuna. Le storie si complicano, spesso dolorosamente, e Yiyun Li con maestria le porta a un finale inaspettato che lascia al lettore un sapore molto amaro: «raramente una storia comincia dove avremmo voluto, o finisce dove vorremmo».

Dopo la Rivoluzione Letteraria del 1917 in Cina, la prima forma a ottenere dei successi convincenti fu il racconto, di cui nei primi anni venti si assisteva a una vera fioritura; nel solco di questa tradizione, molti autori cinesi moderni e contemporanei si dedicano ai racconti mantenendo viva e oltremodo vegeta la narrazione breve come medium letterario. Yiyun Li, nata a Pechino nel 1972 e trasferitasi negli Stati Uniti nel 1996, prende a prestito le parole di Trevor Williams per definirsi «una scrittrice di racconti che scrive romanzi». Li lascia la Cina dopo la laurea in medicina, ma inizia il suo percorso letterario sul suolo statunitense direttamente in lingua inglese, e nel 2010 The New Yorker la nomina tra i venti migliori scrittori americani con meno di quarant’anni. I suoi racconti riflettono l’esperienza di un intenso confronto con i modelli culturali occidentali ormai pienamente assimilati, così come il continuo sforzo di venire a patti con il suo passato personale e nazionale, e tuttavia la scrittura di Li è difficile da classificare sotto il profilo geografico o generazionale: non è consentito stabilirne la posizione all’interno del circuito letterario cinese perché non vi appartiene ontologicamente, così come non si può inquadrare soltanto nella tradizione americana perché le sue radici sono lontane chilometri: il suo stile, benché pensato e messo su carta direttamente in inglese, combina la narrazione occidentale con profonde risonanze nella cultura e nella tradizione stilistica cinese. Lo stesso titolo di questa raccolta, «ragazzo d’oro, ragazza di smeraldo» è una locuzione cinese, jīntóngyùnü, che indica una coppia giovane e ben assortita, una gioia per gli occhi.

Eppure la questione linguistica rappresenta una cesura netta: l’esperienza autoriale della scrittrice inizia negli Stati Uniti ed è figlia di quel passaggio fisico da un continente all’altro. Racconta Li sul New Yorker, in un bellissimo pezzo del 2016, della periferia e degli arredi urbani che percorreva nei suoi primi anni americani: «non li ho mai descritti, agli altri o a me stessa, in cinese; e quando ho accettato l’inglese come mia lingua, quelli sono diventati frivolezze di tutti i giorni».

Yiyun Li naviga la lingua inglese con semplicità ma anche con decisione, come il vecchio marinaio di Coleridge, e questa familiarità con la lingua d’adozione le viene contestata da connazionali espatriati, come lei, che la accusano di un inglese mai abbastanza lirico, usato per «dire cose semplici in una lingua semplice»; un mezzo riuscito, però, come accadde all’inizio del novecento in Cina quando gli scrittori decisero di utilizzare il baihua, il dialetto contemporaneo, invece dello sfarzoso wenyan, la lingua classica dei letterati, e i cui i primi successi furono proprio racconti.

Se la Cina con le sue contraddizioni sociali e culturali, sia antichissime sia di nuova acquisizione, è il palcoscenico ingombrante in cui i personaggi si muovono, sono proprio le persone a cui Li dà vita che dominano la scena con mediocri tormenti e amarezze del vivere quotidiano: sono dolori sommessi, sottovoce, «piano piano, come piace a noi» per richiamare marzulliane memorie notturne. «Vivere non è un affare originale», dice Li: molto meglio leggerne.