Le città vivibili

Stefano Friani

Parafrasando Elio & le storie tese, un cartello di editoriali ha deciso che l’anno scorso andava la distopia e quest’anno va di moda la psicogeografia, che nei fatti è la geografia con un lagnoso surplus sentimentale e moralisteggiante. In attesa del largamente anticipato Remoria, un saggio sulle città di Valerio Mattioli, in uscita per minimum fax ad agosto, abbiamo fatto scorpacciate di brani di tessuto urbano riqualificati alla cazzo, invettive contro turismo e airbnb che rovinano i centri urbani, perlustrazioni slow travel di grandi raccordi anulari ed ex distretti industriali le cui fabbriche sono ormai riattate a gallerie d’arte e club, ma non ci siamo fatti mancare nemmeno il pianto greco per le piccole attività che spariscono, le ordinanze antialcol antimovida antivita e i daspo a Valeria Marini.

Epoca di Retake e Romafaschifo, di attori che inforcano la ramazza contro difensori del degrado armati di bomboletta spray, di street art istituzionalizzata e spia di imborghesimento: la lotta per gli spazi urbani non ha mai goduto di così tanta stampa e sembra davvero essere al centro delle nostre preoccupazioni.

Abbiamo letto Lo Stradone di Francesco Pecoraro, che ha decostruito la stratificazione demmerda di una città cascante  «prodotto collettivo» e rappresentazione dei suoi abitanti che hanno fatto della decadenza una specialità bimillenaria, e in particolare ha raccontato un quartiere, Valle Aurelia, che ha visto succedersi prima la grande epica dei fornaciari e poi la risacca degli statali fiaccati e sconfitti. Siamo stati con Sinclair in London Orbital nelle sue peregrinazioni ellittiche dell’M25, «uno dei sette orrori della Gran Bretagna», il limitare di una città di piloni e lagune, detriti e sottopassaggi, e in L’ultima Londra l’abbiamo seguito alla ricerca di una città ormai inabissata e dai confini esplosi, popolata di filibustieri e senza fissa dimora, artisti di strada e arrivini, un museo a cielo aperto dove un murale di Banksy finisce incellofanato da un plexiglass protettivo nel giro di poche ore. Londra come Berlino, un tempo mete ambitissime, non se le può più permettere nessuno eppure ostinatamente giovani e meno giovani rimangono attratti e avvinghiati dalle luci di città ormai fuori dalla loro portata. Ovviamente è tutta colpa del capitalismo, che grossomodo equivale a dire che è tutta colpa dell’umanità, quanto a precisione e capacità di centrare il bersaglio con una involontaria metonimia.

Dei frignoni che non vedono l’ora di piangere sul latte versato lamentava già la venuta Altaf Tyrewala in un passaggio di Libri nuovi e di seconda mano, in cui un libraio che ha smesso di leggere non vede l’ora di dare un dispiacere a tutti e abbassare definitivamente la saracinesca:

«Spero che il suo negozio non chiuda mai. Ogni giorno, almeno due clienti ripetono queste parole con un sospiro triste, allungandomi gli spiccioli per i loro acquisti. Il fatto che siano ricchi è testimoniato dai cellulari giganteschi, dai tablet con la cover di pelle, il por­tafoglio o la borsetta firmata, l’abbigliamento casual, alla moda. Li chiamo i Piagnoni della Bombay che Scompare. Piangono la chiusura dei caffè iraniani. Si infuriano per la diminuzione dei taxi gialli e neri, i Padmini. Si van­tano di andare a caccia di pezzi vintage a Chor Bazaar appena hanno una giornata libera. Venerano tutto ciò che è in declino, superato e malfermo e al contempo si assicurano che niente e nessuno minacci la loro appar­tenenza a un mondo in cui tutto è nuovo, chic, moder­no e ipertecnologico».

La nostalgia e il rimpianto per le Mumbai o le New York o le Rome sparite, per i negozietti (i caffè! le librerie!) che chiudono di fronte all’orrida avanzata del turbocapitalismo neoliberista è un tropo ormai quotidiano nelle nostre lagnanze. Corollario e collante di questa marcia irrefrenabile dei lemming che ci spinge a rammaricarci per la scomparsa della botteguccia all’angolo dove non saremmo entrati nemmeno con una pistola spianata alle spalle è la temibile gentrificazione, rea di aver sostituito la suddetta attività improduttiva con una caffetteria sciccosa frequentata da hipster in grana con una passione per gli smoothie.

Suketu Mehta nelle ottanta paginette di La vita segreta delle città (traduzione di Norman Gobetti, Einaudi) ha in mente una cura medievale per ovviare a questo spaventevole fenomeno:

«Se abitassi in un appartamento a equo canone in un quartiere malfamato e volessi essere sicuro che non mi alzino l’affitto, sparerei al primo artista che si trasferisce nel mio isolato. Perché dopo gli artisti arrivano i banchieri che vogliono uscire con gli artisti, e allora l’affitto raddoppia».

In un sussulto regressivo, per cui si fa l’elogio del povero ma bello, Mehta arriva a rimpiangere gli slum colorati e sprizzanti di vita gioia e miseria (variante su tema ligabuiano odor di mare, diesel, merda, morte e vita) rispetto ai casermoni monocromatici che urbanisti e governanti ritengono essere sinonimo di contemporaneo. Nelle baraccopoli le porte sono aperte, negli appartamenti invece esistono toppe, serrature, chiavi, ovviamente contrarie al modo di vivere degli anziani e perciò saggi abitanti dello slum. Le favelas di São Paulo o Rio, guai a pacificarle, poi arriverebbero gli speculatori! Molto meglio lasciarle in mano alla mala, così poi si organizzano dei mega-party di strada in cui i bambini si strafanno sottocassa coi Soulfly a cannone, dove il problema non è tanto la droga, ma la musica.

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La verità è che non è avere vicini ricchi a complicare la vita al povero, ma semmai il vivere in un quartiere povero, e che a spaventare le anime belle non sono tanto le scomparse dei negozietti ma la possibile fine dello status quo. Esiste anche il contrario del processo di gentrificazione, ovvero quando in un quartiere povero arriva gente più povera (vedi il caso recente di Torre Maura, o Tor Sapienza e così tutte le torri romane ad libitum) e generalmente la gente tende a incazzarsi proprio in quel momento, perché i nuovi arrivati svalutano la zona e i loro possedimenti.

Stando alla Treccani, gentrification è un termine coniato nel 1964 da Ruth Glass, una sociologa anglo-tedesca, e indica «quel fenomeno di rigenerazione e rinnovamento delle aree urbane che manifesta, dal punto di vista sociale e spaziale, la transizione dall’economia industriale a quella postindustriale. La gentrification è tipica delle “città globali”, associata alle politiche a indirizzo neoliberale, con forte permeabilità delle arene pubbliche locali agli interessi del capitale privato. Gli effetti della gentrification consistono in un radicale mutamento delle aree più depresse (inner city), delle città industriali in termini sia di ambiente costruito – attraverso la demolizione, ricostruzione o riqualificazione dei quartieri storici in via di decadenza – sia della composizione sociale».

Gentrificazione, negli anni, è parola che si è connotata in termini esclusivamente negativi, così come neoliberismo o Pd. Concetti ombrello che ci sembra facciano chiarezza ma in realtà servono come capro espiatorio a cui affibbiare la responsabilità di qualsiasi cosa ci sembra non vada nella confusione della società contemporanea. Grenfell Tower? Pigalle brooklynizzata? Lo stadio daa Rioma? Bibbiano? Tutta colpa della gentrification. A dispetto di quanto si vada blaterando da anni su rischi e problemi (meglio se problematiche come usa dire) derivanti dalla gentrificazione, la domanda che riecheggia un po’ il vecchio Tina thatcheriano è: qual è l’alternativa?

In Città in vendita (Red Star Press, traduzione di Marco Laurenzano), Álvaro Ardura e Daniel Sorando identificano quattro fasi nel processo di gentrificazione di un quartiere: c’è l’abbandono, poi arriva lo stigma, seguita dalla temuta rigenerazione e infine la mercantilizzazione accompagnata dalla resistenza dei locali.

La gentrification sarebbe la manifestazione plastica degli ultimi cinquant’anni in cui alla programmazione statale si è sostituito il mercato e si inserirebbe in quella serie di politiche di messa a valore del suolo e degli immobili che sfrutta l’abbandono di campo delle politiche pubbliche. Contro la riqualificazione si invoca la manutenzione ordinaria (da non confondersi col decoro, badate bene) e spazi aggregativi non basati sul consumo. Ma siamo davvero sicuri di voler tornare indietro a quando le agorà erano le chiese o le case del popolo invece dei centri commerciali? Preferiamo davvero rivangare i vecchi che bestemmiano calando l’asso a quelli che muti dilapidano la pensione alle slot o si fanno massaggiare sulle poltrone a gettone di Porta di Roma?  Anche in Città in vendita, come nella retorica intasata di nuovi pauperismi a sinistra,  la manutenzione, che sa di artigianato e bricolage, profuma di buonsenso e sano rimboccarsi le maniche, si contrappone automaticamente alla grande opera, di per sé «inutile».

Si ripete poi il principio per cui la rigenerazione urbana e la lotta al degrado sarebbero la causa dell’espulsione dei poveri dai propri quartieri opportunamente bonificati e riqualificati per i ricchi, che incapaci di un’autentica cultura di strada approfitterebbero e sfrutterebbero quella dei subalterni che per anni hanno abitato e vissuto quel quartiere. A questo proposito, nel 2014 Spike Lee se la prese contro la gentrification che allora invadeva Brooklyn, dove suo padre aveva sempre vissuto e suonato jazz, e si andava popolando di ricconi infastiditi dalla cultura locale, gente che non avrebbe esitato a chiamare la polizia per il volume della musica troppo alto. Brooklyn diventa una cartolina e un mondo perduto, quella dei romanzi di Lethem e Selby Jr, ripensata dimodoché sia inoffensiva e al tempo stesso hip per i nuovi residenti borghesi.

Per ovviare a questa supposta espulsione di massa, Ardura e Sorando propongono una ripartizione collettiva dei profitti generati dall’area riqualificata per evitare che i poveri siano costretti ad alzare le tende. Non poteva mancare poi il rimpianto per la Manhattan di un tempo e forse anche per la povertà di allora, quando accanto ai Gordon Gekko in bretelle e camicia con colletto a contrasto c’erano sullo sfondo anche quei bei barboni old school che si picchiavano per strada per un cartone di vino riscaldati dal tepore di un bidone in fiamme.

Sempre nel libro di Ardura e Sorando si dice che i processi di gentrificazione di fatto consistono nell’allontanare dallo sguardo i problemi delle città, spostandoli dal centro agli angoli più reconditi. In realtà, è vero il contrario: gli abitanti che hanno fatto fortuna oppure sono nati con la camicia, vengano dal centro o da altrove, si recano en masse a popolare un quartiere che improvvisamente diventa in e appetibile, spesso e volentieri lontano dai centri delle città, sempre più luna park turistici che non spazi abitati e vissuti. Per Ardura e Sorando si tratterebbe di un’operazione di chirurgia estetica volta a occultare le smagliature e le scorie della città. Ma se displacement o eviction non sono esiti della gentrification e quindi cade l’assioma per cui ci sarebbe una correlazione stringente fra i due fenomeni, ha ancora senso parlare in questi termini negativi della gentrification, oppure siamo alle solite: una battaglia di retroguardia condotta da nostalgici contro le trasformazioni della società e dei quartieri?

Uno studio recente citato in un articolo del Financial Times  e condotto su cento delle più densamente popolate aree metropolitane statunitensi concludeva che persone afferenti a una fascia di reddito alta e con titoli di studio hanno nel corso degli ultimi venti anni scelto sempre di più di vivere in aree urbane rispetto alla tendenza ultradecennale ad andare fuori città. Questo processo era finora associato a una specie di sostituzione classista dei residenti originari e a un peggioramento delle loro condizioni di vita, ma al contrario questo lavoro dimostra inequivocabilmente come molti residenti a reddito basso e senza titoli di studio rimangano nei quartieri gentrificati e beneficino di una minore esposizione alla povertà e di un aumento del valore immobiliare. Chi lascia la propria abitazione, invece, tenderà ad andare in aree simili per mercato di lavoro e accesso ai servizi; dunque non peggiorerà la propria situazione di partenza. Piuttosto, la minore esposizione alla povertà offrirà uno stimolo positivo allo studio e maggiori opportunità di lavoro si schiuderanno per ragazzi cresciuti in quartieri gentrificati; lo studio osservava difatti come ragazzi cresciuti in famiglie a reddito basso all’interno di aree gentrificate avevano più probabilità di iscriversi e completare un percorso di laurea.

Contrariamente alla vulgata quindi, l’arrivo di banchieri e artisti non farebbe sloggiare i residenti storici, che comunque non si vede perché dovremmo preferire ai nuovi arrivati in una specie di piccolo sovranismo di quartiere. Il prossimo passo potrebbe essere la proposta di un muro tra Montesacro e Tufello – lo pagherà il Messico. Non si capisce poi neppure perché si vogliano segregare le fasce di reddito in zone ben delimitate della città: voi ve ne state ai Parioli («Ritira Parioli!») o meglio nei «salotti» evocati dai Telese che abitano l’etere, noi-gente invece fatichiamo nella mai meglio specificata periferia da cui provenire diventa una medaglia da appuntarsi in petto. Lamentarsi della gentrificazione è un atteggiamento egualmente conservatore a quello di chi si duole dei «nuovi ricchi» o dei Brambilla spiantati che provano la scalata al successo. La costante in entrambi i casi è la posizione di privilegio sociale che si è intenzionati a difendere, grazie a un bel tuffo nostalgico in un passato ritagliato sartorialmente su misura delle nostre esigenze.

La vita segreta delle città di Mehta, in questo senso, offre spunti interessanti e li svolge alla carlona, non spingendosi mai oltre la mera enunciazione e secondo un principio binario per cui le città sono luoghi di opportunità dove realizzarsi ma anche posti dove il capitale produce esclusione e risentimento. Mehta parte dal dato decisivo che arriva dall’accelerazione odierna del processo di inurbamento: nel 1970 c’erano solo due megalopoli – New York e Tokyo – oggi sono ventitré, e nel 2050 quando saremo nove miliardi, il settantacinque percento dei terrestri vivrà nelle città. Siamo sempre di più una «specie urbana» e ciò segna il passo e la fine del sogno suburbano coltivato nel secondo dopoguerra; di più, marca una differenza esistenziale tra chi sceglie di vivere nelle città e chi in provincia. Chi scrive condivide con Mehta l’idea che «tutta la nostra storia recente può essere compresa attraverso le lenti dell’urbanizzazione» e verrebbe da aggiungere della resistenza alla stessa: buona parte dei conflitti contemporanei possono essere ascritti al perpetuarsi con altre forme ma contenuti identici del conflitto città-campagne (o se preferite cittadini contro fottipolli che va avanti ininterrotto più o meno dal Medioevo).

Gli esempi recenti di questa polarizzazione si sprecano.
Brexit: i centri urbani e di cultura più ricchi e dove ci sono maggiori opportunità, aperti alle diversità e compiutamente globalizzati, votano massicciamente per il Remain; viceversa negli shithole, come in gergo tecnico vengono chiamate Sunderland o Hartlepool a una qualsiasi partita di calcio da tifosi londinesi in trasferta, stravince il Leave. Nelle elezioni israeliane, pur condizionatissime dalla speciale situazione del paese, mentre si registra il «voto utile» al partito moderato dei generali che rubacchia voti a sinistra ma non a destra, i laburisti reggono e prosperano nella città più vispa e cosmopolita, Tel Aviv, dove storicamente sono forti, mentre arrancano nella roccaforte religiosa gerosolimitana e nelle enclavi suburbane. Così in Turchia dove Ankara, Izmir e Istanbul sono ormai amministrate dal Chp, erede del kemalismo e principale forza di opposizione alla svolta retrograda e passatista di Erdoğan, istanbuliota del quartiere popolare di Kasımpaşa, che deve gran parte della sua ascesa politica al consenso nelle regioni anatoliche centrali.

In Italia, in epoca di chiusura dei porti e difesa americana della proprietà privata, baluardo dell’accoglienza e della sinistra di buongoverno è l’unica città propriamente europea che abbiamo: Milano. Altrove, be’ lo sapete come va altrove. Resistono la fascia ztl e ormai l’unica cosa buona di Roma è il treno che va a Milano, facciatevene una ragione tutti. La Lega alle ultime elezioni europee non ha sbancato in nessuna delle prime dieci città italiane e nei grandi centri urbani non sfonda praticamente mai incarnando storicamente le paure della provincia bolsa che della città ha un’idea basata sui timori e tremori del doppio mento di Paolo Del Debbio.

Questa riedizione asimmetrica del conflitto medievale città contro campagne, che se preferite può essere declinato nel trito élite vs gente, si abbevera alla narrazione tossica sui radical chic, ma anche sul fatto sensato e compiuto che siano le città a fare incetta della spesa pubblica, così come nei tempi andati quando dovevano essere mantenute dalle campagne.

Mehta istituisce poi una del tutto arbitraria distinzione tra apolidi: da un lato c’è il ricco che ha più case e lascia sfitta quella del Lower East Side producendo un danno alla collettività e lui lo chiamiamo «globalizzato» (ché si sa la globalizzazione è brutta – mai mea culpa è stato tanto atteso come quello dei movimenti degli anni Zero che hanno spalancato ponti d’oro ai sovranismi) o peggio «transnazionale, visto che il suo potere sta in quel passe-partout chiamato denaro»; dall’altro abbiamo Mehta stesso che anche lui ha più case (!!!) ma ha stabilito una connessione emozionale col tessuto urbano di Mumbai (che ovviamente diventa Bombay quando ci lasciamo andare alla nostalgia canaglia) e di New York (che non diventa New Amsterdam) e si sente a casa in entrambe, e a lui va bene perché ça va sans dire è squattrinato e allora lo chiamiamo «interlocale» che fa rima con equo e solidale. Oggi la vera gentry, l’aristocrazia da cui deriva la parola gentrification, è proprio quella di Suketu Mehta, una classe di individui che ha viaggiato, conosce le lingue, sa ordinare indifferentemente un nasi goreng o una scotch pie, e guarda un po’ abita nei quartieri delle città che contribuisce a svecchiare e a rimodernare con gusto e stile. Battagliando contro la gentrificazione, Mehta si incaglia in questo paradosso. Se la sta prendendo con se stesso.

L’assunto quasi tautologico di Mehta è che le città siano l’autobiografia in forma plastica delle vite dei loro abitanti e viceversa che la struttura e l’humus delle città permei e lasci testimonianza di sé nelle esistenze dei suoi cittadini. Non è un caso che tra gli scrittori citati faccia bella presenza Orhan Pamuk che alla hüzün, la tristezza degli abitanti di Istanbul, ha dedicato gran parte della sua opera e soprattutto i due volumi scritti e riscritti incentrati sulla città del Bosforo. La tristezza nasce dalla nostalgia per aver perso qualcosa, i due imperi sbriciolati – quello bizantino e, soprattutto, quello ottomano – di cui si piange la caduta, le fotografie in bianco e nero delle case di legno sul Bosforo ormai o bruciate nei roghi o demolite e rimpiazzate, gli uomini che si affrettano sotto la neve nei lunghi inverni, i blocchi di ghiaccio che compaiono dal nulla nello stretto provenienti dal mar Nero. La rassegnazione dignitosa per una sconfitta patita e l’ardente bisogno di occidentalizzarsi spazzando sotto al tappeto una storia alternativa e tutto sommato comunicante con l’Europa. Oggi Kadıköy, Çihangir e Beyoğlu sono quartieri pienamente gentrificati, pieni di attività artigianali, baretti che servono moccaccino, start-up di sfaccendati che si dànno un tono mentre il lavoro vero attorno a loro scompare per non tornare mai più. Non è però questa generazione di «nuovi» abitanti di «vecchi» quartieri a interessare Mehta che anzi vede il fenomeno come l’avanzare di una piaga da estirpare, non rendendosi conto dell’aspetto generazionale di appropriazione e sviluppo di cui anche lui fa inesorabilmente parte.

Il rischio con questi movimenti antigentrificazione è che succeda come in Russia. Peter Pomerantsev nel suo Niente è vero, tutto è possibile (minimum fax, traduzione di Fabrizio Coppola) descriveva una Mosca soggetta alla dittatura della palla demolitrice, una specie di Gotham City in cui bande di benintenzionati e volenterosi si accampavano sotto a edifici storici e beni comuni per evitare che un incendio «accidentale» potesse raderli al suolo permettendo l’ennesima speculazione edilizia dei nuovi ricchi. Questo accadeva dieci anni fa. Una nomenklatura con l’orecchio ben piantato a terra come quella putiniana ha fatto tesoro della richiesta di una città più a misura d’uomo, con spazi verdi e tutele per i residenti, ed è venuta incontro al movimento rendendo Mosca nel volgere di pochi anni una metropoli funzionale e lontana parente da quel rutilante mostro che divora se stesso descritto nelle pagine di Pomerantsev. La costruzione e la legittimazione del consenso passano anche – è sempre stato così fin dall’epoca di Augusto – dalla costruzione tout court, dall’invenzione dello spazio urbano, e Putin in questo come in altro non fa differenza. E quando oggi quegli stessi attivisti si ritrovano a passeggiare per la città vivibile che esigevano si chiedono se effettivamente i loro desideri esauditi non fossero ben poca cosa.

 

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 In alto: Foto di Joshua Rawson-Harris su Unsplash.