Il peso di una storia

Giorgia Sallusti

«È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori”.»
Vangelo di Luca, 7, 33-34

A partire dagli ultimi anni dell’Ottocento, benché le leggi federali degli Stati Uniti appena usciti dalla guerra civile proteggessero i diritti civili dei freedmen, i democratici del Sud attaccavano i neri e impedivano loro di votare. Principiando dal Mississippi, gli ex stati confederati emanavano nuovi emendamenti (le leggi Jim Crow) che di fatto escludevano gli ex schiavi e i loro discendenti dalla vita pubblica, separando gli afroamericani dalla popolazione bianca. «Are you afraid of the mix of Black and White?» rappavano i Public Enemy nel 1990, e la risposta rimane ancora oggi sì se «il brutale desiderio dei bianchi di vedere un nero soffrire» è un ingrediente essenziale nella ricetta che lo porterà a una morte prematura, all’internamento o al carcere, ricetta che la madre di Kiese Laymon, ricordata e raccontata nel memoir Il giusto peso (Black Coffee, traduzione di Leonardo Taiuti), si rifiuta di cucinare per sé e per il figlio. Il «ciccione di un negro», protagonista di questo lungo racconto autobiografico, analizza la risposta del mondo al suo stesso corpo e peso: «mi chiedo quanto fosse considerato grasso un dodicenne di 98 chili». Il giusto peso, risponde la nonna, «per quando c’è bisogno di avercelo, un peso». Il corpo di Kiese, che aumenta volumetricamente anno dopo anno, è il testimone attivo di una conquista di spazi e mezzi nei confronti dei bianchi sul green screen di un’America ancora fortemente razzista che saluta i primi anni Novanta col caso Rodney King, la police brutality, con le rivolte di Los Angeles. Troviamo Kiese in attesa della nonna nel cortile di una casa di bianchi, a fantasticare «di rubargli tutta la roba da mangiare mentre dormivano. […] Poi lasciavo sul ripiano della cucina i bicchieri vuoti e le briciole di popcorn per fargli capire, a quei bianchi, che ero passato di lì, per dargli qualcosa da pulire una volta che me ne fossi andato».

Se il cibo, gli zuccheri, sono la consolazione personale in momenti difficili e diventano la gruccia con cui sostenersi, l’alimentazione sballata è anche aiutata dalla situazione economica fragile della comunità afroamericana del Mississippi che Laymon disegna. La madre si prepara di nascosto dei panini col formaggio, «prelibatezza afroamericana», che lo stato invia ogni mese agli indigenti, ma preferisce acquistare enciclopedie scintillanti e dar da mangiare al figlio libri e saggi da studiare, da digerire anche a pugni e cinghiate, perché sono proprio «eccellenza, istruzione e impegno i requisiti fondamentali per far sì che un ragazzo nero del Mississippi riuscisse a mantenere la pelle al sicuro dalle grinfie dei bianchi»; e ha ragione. Kiese primeggia nello studio, nella scrittura, si fa portavoce della comunità nera, si definisce un femminista nero, e d’altra parte «you know what the most dangerous thing in America is, right? A nigga with a library card» dice bene Brother Mouzone nella serie  televisiva The wire.

Il tempo dall’infanzia all’università di Kiese è scandito da informazioni precise: età, altezza, peso, quantità di dollari in tasca. Se inizialmente il posto che occupa nella società è definito spazialmente dalla circonferenza del suo girovita, e i soldi in tasca sono sempre troppo pochi, durante gli studi e negli anni dell’attivismo è con rigida abnegazione che si applica alla scrittura e a una routine quotidiana di chilometri corsi, libri letti, passaggi sulla bilancia e conta delle calorie. Il posto nel mondo si conquista allora con la voce che si fa sentire, con la penna, con l’insegnamento. Dal ragazzino che alle scuole medie pesava undici chili in più di Michael Jordan ma era venti centimetri più basso, Kiese è «passato da scoparsi una ragazzetta bianca a mangiare come una ragazzetta bianca».

Il giusto peso dà con originale precisione la possibilità di guardare a un corpo maschio nero, negli Stati Uniti di oggi. Non è soltanto una questione personale, il problema dell’obesità, ma punta anche alla questione razziale; il grasso è un fardello nei movimenti del corpo tanto quanto la difficoltà di gestire se stessi a scuola, al college, in una società dominata dalla cultura bianca e patriarcale: «cercheranno di abbatterti a ogni occasione, se per caso ti vedono volare. Se ti venisse un attacco di cuore mentre sei lì che eviti i loro proiettili, quelli nasconderebbero le pistole e dichiarerebbero che ti sei ammazzato da solo».

Nato e cresciuto in Mississippi, Kiese Laymon insegna inglese e scrittura creativa all’università dello stato. Il giusto peso è il suo terzo libro e secondo memoir, dopo il romanzo Long Division e il primo memoir How to Slowly Kill Yourself and Others in America, entrambi del 2013. Ammette che Il giusto peso è il libro migliore e più faticoso scritto finora, direttamente rivolto alla madre, con ammirazione infinita e talvolta rabbia; «writing a book like this is scary» confessa durante una presentazione alla Politics and Prose Bookstore a Washington lo scorso dicembre, «it’s not a book about trying to get lighter, it’s a book about community trying to get heavier to fight back against all this shit».