«Chi ama, odia» e altre regole infrante: il giallo a quattro mani di Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares

Silvia Seminara

Omicidi, avvelenamenti, inganni: niente è più confortante di un giallo. Struttura e ruoli sono chiari: il crimine che turba un’altrimenti idillica situazione iniziale; una vittima, un colpevole e qualcuno che, per professione o passione, a volte per caso, indaga. A voler essere precisi, in effetti, niente è più confortante della logica di un giallo, che non è la logica del colpevole o degli eventi – non si ha la pretesa di arrivare a tanto –, ma quella dell’indagine sempre rigorosa, deduttiva, in cui ogni sospetto è una pista e ogni incongruenza un indizio. Ogni ipotesi, fosse anche assurda, si dà per vera finché, semmai, si scarta senza riflessioni o domande inutili, perché la sola domanda che ossessiona il lettore è chi è stato.

«Se A allora B», «fino a prova contraria».

Eccola, la prova contraria: quando, contro ogni logica e ogni conforto, il principio di non contraddizione è violato già nel titolo.

Chi ama, odia (SUR, luglio 2019, traduzione e postfazione di Francesca Lazzarato) è una delizia di poliziesco, anche se sembrerebbe un romanzo d’amore. Solo negli archivi, però, dove gli elementi a disposizione sono autore e titolo, perché basta leggere le prime pagine per capire che l’amore qui non c’entra, non troppo. Gli autori sono due, coppia nell’arte come nella vita: lei è Silvina Ocampo, poetessa e scrittrice argentina, sorella minore di Victoria, la fondatrice della rivista Sur. Il titolo, tirando a indovinare, l’avrà scelto lei, Silvina, che tra contrari e ossimori ci sguazza: Lo amargo por dulce [L’amaro per il dolce] e Amarillo celeste [Giallo celeste] tra le raccolte di poesie, rispettivamente del 1962 e 1972, la raccolta di racconti Los días de la noche[I giorni della notte], del 1970.

Lui è Adolfo Bioy Casares che, quando uscì Chi ama, odia, nel 1946, aveva già vissuto sei anni come autore di quel marchingegno favoloso che è L’invenzione di Morel. L’amatissimo Cortázar, addirittura, voleva essere Bioy Casares (lo rivela in un racconto).

Una coppia affiatata e glamour, che l’eleganza dei tempi passati ha preservato bella e brillante, nonostante i tradimenti di lui e l’infanzia difficile di lei. Lui geniale, lei malinconica, entrambi metafisici (Silvina anche in un altro senso, dato che fu allieva di Giorgio De Chirico a Parigi). Chi ama, odia – con questa virgola tra soggetto e verbo, come a dire che chi ama, seama, per forza odia. Bisogna vedere chi, poi, se l’amato, sé stesso o qualcun altro, ma comunque niente contraddizione. Se A, allora B. Di sicuro Silvina e Adolfo si amavano molto.

Diventarono marito e moglie nel ’40. Non esiste matrimonio interessante senza frequentazioni interessanti: los Bioy erano grandi amici di Borges, con lui andavano alle feste in casa di altri intellettuali (oltre che nella stessa Villa Ocampo, dove si conobbero), dalle finestre dei bar guardavano la turbolenta Buenos Aires di quegli anni; ma soprattutto teorizzavano di letteratura e scrivevano, a due, quattro, sei mani (è il caso di Antologia della letteratura fantastica e Antologia poetica argentina), con altrettanti nomi. Honorio Bustos Domecq e Benito Suárez Lynch non sono che pseudonimi dietro ai quali si nascondono, insieme, Bioy Casares e Borges.

Si limita invece a Chi ama, odia la collaborazione tra marito e moglie, e non si sa perché, dato che andò benissimo. «…Posso soltanto dire che Silvina possedeva un’originalità inevitabile e che era un piacere lavorare con lei. La verità è che mi dispiace molto non aver scritto un altro libro con Silvina. A volte ho l’impressione di aver vissuto accanto a lei un po’ distrattamente», scrive Bioy nella nota che apre il romanzo. Più cinica lei, che pare abbia detto che scrivere con qualcun altro è un miracolo e «i miracoli non si ripetono». Forse andò tutto benissimo meno il romanzo in sé che, quando uscì (tra gli altri polizieschi della collana El Séptimo Círculo, curata dagli stessi Bioy e Borges per la casa editrice Emecé), fu accolto con freddezza. O semplicemente, con un po’ meno cinismo, andò bene come una vacanza estiva: si misero a scrivere alla fine dell’estate a Mar del Plata, nella loro casa – attigua a Villa Ocampo – che avevano ribattezzato Villa Silvina. Si scambiavano scenari e soluzioni, e il lento Adolfo scriveva di getto. Succede, questo, quando le cose si prendono poco sul serio, il che non significa che il risultato valga di meno, ma che è un’attività che non si può programmare a tavolino, di certo non si può ripetere: non un lavoro ma un diversivo, un gioco. Una sfida – nata magari in un momento di noia, come i lunghi e fecondi pomeriggi dell’infanzia – alla loro stessa intelligenza, e a Borges, che li sorveglia da lontano. E si direbbe quasi che sia perché chiusi nell’unicità dell’amore, sentendosi speciali, distratti o dispettosi, che Adolfo e Silvina decidono di trasgredire qualcuna delle «regole di base del poliziesco» dettate dall’amico già nel 1933 sulla rivista Hoy Argentina e poi sviluppate in numerosi saggi e articoli, oltre che messe in pratica nelle sue stesse opere. Eccone alcune:

  • Il lettore ne sa quanto l’investigatore: rispettata. Il narratore-detective è il medico omeopatico Humberto Huberman, la cui villeggiatura nella località balneare di Bosque del Mar viene turbata dalla morte di una donna.
  • I mezzi sono limitati: rispettata. Spazi chiusi e circoscritti – un albergo –, ideale per rendere «essenziali» anche i personaggi, tutti «ospiti» e imprigionati in un ruolo. Una tempesta di sabbia li isola, avvicinando vittima, assassino e detective, nella miglior tradizione alla Agatha Christie. Il solo elemento realmente inquietante è un uccello – un albatro imbalsamato –, un tocco hitchcockiano ante litteram.
  • Pudore della morte: regola strana, è una questione di morale o di stile? La morte non è di certo spettacolarizzata, non c’è il cattivo gusto degli hard boiled americani, ma neanche grande empatia: «Non credo che il mio intervento possa definirsi un insuccesso. Non provavo imbarazzo, né vergogna, né rancore. Provavo soltanto un’imperiosa necessità di spazzolare via il fango, di immergermi nell’acqua calda, di nutrirmi con insalata e frutta, tra un morbido materasso, cuscini di crine e lenzuola pulite. Dissi astutamente: “Signori, andiamo in sala da pranzo”».

L’ambientazione iperborghese, il linguaggio elevato, il senso di superiorità di Huberman strappano con eleganza un’infinità di sorrisi: è un gioco nel gioco, una cena con delitto (tutto è scandito da colazioni, pranzi, cene), in cui ogni convitato si sente in dovere di dire la propria – sono tutti «dottori»! E Huberman, forse l’unico dottore vero, vorrebbe invece parlare di letteratura, stuzzicando il commissario come il lettore: «Quando rinunceremo al romanzo poliziesco, a quello fantastico e a tutto quel fecondo, variegato e ambizioso settore della letteratura che si nutre di irrealtà? Quando torneremo a volgere i nostri passi verso la sana picaresca e l’ameno quadro di costume?»

Ci si potrebbe chiedere se non sia lo stesso Bioy qui a parlare, in questo romanzo che non è fantastico, non ha la suspense del poliziesco e sembra quasi un quadro di costume. È già questa considerazione una – velata e scherzosa – trasgressione al canone Borges?

In effetti, in Chi ama, odia due delle «regole del poliziesco» vengono realmente trasgredite. Una riguarda il sentimento: secondo Borges, l’amore in un giallo non è contemplato, e invece qui ha una sua importanza nei rapporti tra gli indagati come nel movente (dunque il titolo non mente del tutto). L’altra riguarda la soluzione, che arriva, dopo molte indagini, quasi spontaneamente, prendendosi gioco delle decantate finezze del ragionamento. Questo detective superficiale, intellettuale e per nulla infallibile è quasi una parodia del genere: una satira. Il dottor Huberman, in villeggiatura a Bosque del Mar, ignaro di ciò che lo attende, vorrebbe adattare per il cinema il Satyricon di Petronio, libro di «cose satiriche», di passioni e, viste le molte parti mancanti, di incongruenze e ricostruzioni arbitrarie. La vittima è una traduttrice: e cos’è tradurre se non rispettare l’insieme trasgredendo le regole? La soluzione, che Borges vorrebbe sorprendente e necessaria, è tale solo in parte (e più necessaria che sorprendente), ma riesce comunque a soddisfare il lettore perché – altra regola – c’è una prevalenza del «come» sul «chi». Forse, nella «realtà modesta» che secondo Huberman non somiglia affatto alla letteratura, c’è più conforto nell’immaginare Silvina e Adolfo in una villa a Mar del Plata, isolati dal mondo e impegnati nella costruzione di un romanzo che ha tutto l’equilibrio, la grazia e la naturalezza di un lavoro riuscito. Sappiamo come: senza conflitti; un’idea ciascuno, insieme. Non serve sapere chi è stato.