Dove niente è vero, tutto è possibile: intervista a Peter Pomerantsev

Emanuele Martino

Abbiamo intervistato Peter Pomerantsev, autore di Niente è vero, tutto è possibile: avventure nella Russia moderna (Minimum Fax, 2018. Traduzione di Fabrizio Coppola) e del più recente This is Not Propaganda: Adventures In The War Against Reality (Faber And Faber Ltd. 2019). Buona lettura!

Atterriamo subito nella Russia contemporanea: nel primo capitolo scrivi di un paese in rapidissima crescita fin dagli anni novanta. 

Raramente nella storia abbiamo assistito a un cambiamento come quello della Russia dopo la Perestrojka. Parliamo di sperimentazione di diversi modelli politici, novità in campo culturale e sociale, la fine della censura e delle vecchie identità, l’apertura dei confini. Naturalmente arrivarono anche i soldi; i giovani stavano diventando molto ricchi, molto velocemente. Questi cambiamenti frenetici hanno dato ai russi la possibilità di vivere una vita come se fosse una performance infinita.

Il tuo sguardo da insider ricorda al lettore che la rivoluzione putiniana fu innanzitutto una rivoluzione televisiva. In che modo il post-modernismo glitterato dello show business russo è andato a braccetto con l’autoritarismo del Cremlino?

La propaganda aveva già un ruolo molto importante in Unione Sovietica.
Lo scopo dei propagandisti era creare il nuovo uomo sovietico, riprogettare la mente umana. Così nacque l’idea che il Cremlino potesse usare i media in maniera molto più studiata. Durante gli anni ’90 Mosca realizzò che il potere della nuova propaganda era nella tv, quando la presidenza Eltsin fu salvata dal supporto di tutti i canali televisivi. La prima cosa che Putin fece quando salì al potere fu di prendere il controllo delle varie emittenti – prima di avventarsi su petrolio e servizi segreti. Ma a quel punto la televisione non era più usata per instillare l’ideologia unica comunista. Era usata per creare una finta democrazia, con finti partiti e un finto dibattito, che erano in realtà controllati dal Cremlino stesso, con lo scopo ultimo di rendere Putin necessario per contrasto: diventò subito lo zar dei talk show, una personalità super partes pronta a punire i suoi inferiori. Certo, la gente non era stupida. Capiva perfettamente bene che la nuova democrazia russa era un reality show. Qualcuno chiese una democrazia reale – le proteste del 2012 furono un tentativo di sintetizzare questo bisogno. Ma ormai i russi erano troppo cinici per overdose di reality: se il Cremlino poteva gestire così bene la finta democrazia, davvero l’Occidente non andava nella stessa direzione? Come si poteva cambiare qualcosa?

In tre diversi reportage del libro il tema femminile all’interno della società russa emerge con violenza. Possiamo dire ancora qualcosa di valido circa il ruolo della donna nel paese?

In Unione Sovietica le donne lavoravano persino nei programmi spaziali. E anche ora puoi vedere molte donne russe in politica. Eppure Mosca non ha mai garantito alcun diritto per nessuno, uomini e donne. Quindi non si può analizzare la questione femminile come si fa nel contesto occidentale; in Russia nessuno ha diritti, neanche le donne al potere. Ci sono molti tipi di donne di cui parlo nel libro, dalla donna in carriera e di successo che si è fatta da sé fino alle cacciatrici di dote. E nessuna di loro ha alcun diritto.
Non c’è bisogno neanche di appellarsi a un generico conservatorismo russo: le note campagne anti LGBT, per esempio, non sono ispirate religiosamente – nonostante soldi e sfarzo, la Chiesa ha poca influenza sulle vite personali dei russi e la pratica è molto bassa. Putin aveva solo bisogno di una vittima da attaccare, e nella cultura della prigione, l’unica sopravvissuta dalla storia zarista a oggi, i gay sono al livello più basso.

Negli anni, Russia Today è emersa come un’alternativa al globalismo USA, fingendo di essere un fiero canale anti-sistema. Chi sono questi politologi e showrunner che guidano lo zeitgeist?

Le persone che sono a capo del sistema sono un miscuglio di gente, spesso con un background nel marketing, o professionisti dei servizi segreti: siloviki e smisloviki, come dicono i russi. Il controllo definitivo è nell’amministrazione presidenziale, e per quanto io possa comprendere ci sono due poli rivali nei media internazionali: RT e Sputnik. Lo sviluppo vero in RT è avvenuto quando ha smesso di fare del classico soft power, quindi una sequela di notizie su quanto fosse grande la Russia, passando a qualcosa di molto più aggressivo.
L’idea geniale è stata quella di mettere in piedi uno “spirito del tempo” alternativo a quello occidentale, usando il tono dei troll per esibire ogni tipo di odio per tutto ciò che è “mainstream”. E ovviamente giocano con sapienza sull’idea che l’oggettività e l’imparzialità siano dei miti, una sorta di postmodernismo modificato in laboratorio, una forza in passato liberatoria, mentre ora è divenuta solo mera chance per politici come Trump o Putin di abbandonare la società al caos.

Leggendo del tuo incontro con l’architetto attivista Aleksandr Mozhayev mi è venuta in mente la descrizione che fa Mark Galeotti (We Need To Talk About Putin, Ebury Press, 2019) di come Putin ricostruisca il suo passato in stile Dr. Frankenstein, “cherry picking the bits of history that fit his narrative of a Russia that has been perennial battered and belittled by foreigners (..)”.
Esiste questo netto contrasto tra un potere russo che sfalda e ricicla la propria storia, e una società civile che invece vuole recuperarla?

È stato affascinante vedere come l’amministrazione di Mosca avesse raso al suolo l’area storica cittadina solo per dare vita a una sua povera imitazione. Era per far soldi, certo; l’intero processo era legato alle compagnie di costruzione vicine al sindaco. Tuttavia rimane difficile ancora oggi non vedere la metafora di come il Cremlino stesse riscrivendo la storia rendendo Stalin, per esempio, un “manager efficiente”. Persino la lotta per preservare il tessuto urbano e architettonico, materia di attivisti e studiosi fatta propria più volte anche dai manifestanti, fu trasformata dal Cremlino in una possibilità: monopolizzarono la narrativa sul degrado, fecero adorabili progetti di restauro e licenziarono il sindaco. Dopo le proteste del 2012 il Cremlino insomma barattò interventi di riqualificazione in cambio della fine delle proteste. Ma ora, come vediamo, le proteste sono persino aumentate.

Tutte le persone che hai incontrato e di cui scrivi si costituiscono o come prede, o come vittime. Sembrerebbe che il putinismo fin dai suoi albori avesse aperto al darwinismo sociale più brutale. È una tendenza che potremmo scovare anche all’interno della claque presidenziale?

Assolutamente. Senza diritti, tutto volge alla sopravvivenza, vince il più forte. La Russia applica questo metodo anche nella sua politica estera. Almeno l’Unione Sovietica portava avanti un discorso normativo su un presunto progresso e sull’uguaglianza. Il putinismo è invece molto più sfacciato nel dire che tutte le norme e tutti gli ideali siano fasulli. È come se la Russia di oggi avesse svelato al mondo il cuore della Russia di ieri.

Inevitabile parlare poi del “demiurgo del Cremlino”, Il Mago di Oz della politica russa: Vladislav Surkov. Nel libro tratteggi benissimo le inquietanti sfumature di un uomo abituato a montare e smontare finti partiti, a inventare casi politici, a rappresentare perfettamente il Rasputin di Putin.
Cosa è rimasto oggi della sua influenza? È davvero una stella ormai tramontata come molti dicono?

Dopo le sue grandi prove ormai Surkov non è più sul palco. È comunque vicino a Putin, cura i rapporti con gli stati fantoccio delle Repubbliche di Doneck e Lugansk, ma è da diversi anni che la sua aura si è spenta. Direi persino dal 2012, da quando cioè le proteste per una democrazia reale stridevano troppo con la sua democrazia immaginata e finta. Ma come tutti i grandi artisti ha posto le basi per la nascita di una generazione di personalità simili alla sua, una scuola di propaganda che a lui si ispira. Sdoganando il cinismo sociale e orientando la politica russa secondo canoni estetici da marketing, Surkov ha creato uno stile.

Da ultima, una domanda necessaria sul gran finale putiniano. Che cosa ti aspetti al termine del suo mandato?

Difficile dirlo. Ultimamente i russi tenderebbero forse a votare candidati più democratici. Questo anche grazie alla “minaccia fascista” di cui parla spesso Putin, una retorica utilizzata dal Cremlino per legittimarsi internazionalmente e per presentarsi come unica alternativa possibile. Gli fa gioco anche un Occidente a caccia di passioni ideologiche in un paese stufo dell’ideologia.