La riesumazione come atto dovuto: Settembre 1972, di Imre Oravecz

Eleonora Daniel

Settembre 1972 ha la stessa perentorietà di un racconto ascoltato da bambini, quando la concentrazione è ancora uno sforzo tutto fisico, fatto di occhi strizzati e visi da vongola, con la lingua che sbuca dai denti. Il romanzo di Imre Oravecz è intriso di questa stessa corporeità, la scatena ingenuamente nel suo lettore, facendosi spazio prima con discrezione e imponendosi poi con imperiosità; racchiude in sé il tentativo di dare forma al dolore senza avere la pretesa di dargli senso (al limite, una spiegazione). Ha, in poche e spesso abusate parole, l’innata capacità di ogni buon libro di farsi, nell’apice della soggettività delle vicende trattate, il massimo dell’universalità.

«Divenne davanti a me chiaro che quello che mi era rovinato addosso, e che può rovinare addosso a chiunque, non è mai frutto del caso, e che da qualche parte se ne può trovare spiegazione, se mai esiste una spiegazione, alla portata della mente umana, per una cosa alla quale non riusciamo a rassegnarci.» (p. 8)

Edita in Ungheria nel 1988, la prima tiratura del volume si esaurisce nel giro di poche ore e consacra definitivamente Imre Oravecz come uno dei principali letterati ungheresi viventi. Edizioni Anfora, che già nel 2004 lo aveva pubblicato, è tornata a giugno in libreria con una seconda edizione rivista di Settembre 1972, nella toccante traduzione di Vera Gheno.

After a great pain, a formal feeling comes – E. Dickinson

Il dolore è una pezza sfrangiata, una macchia viscida di bitume dai confini incerti. Per arginarla in tempo reale, Imre Oravecz scrive: si tratta di appunti sparsi che si assestano attorno alle venticinque righe di lunghezza, la provvisorietà di una matita sulla carta abituata ad aspettare l’inchiostro. Solo quindici anni dopo Oravecz, ripresi in mano i fogli, decide di dar loro un senso compiuto, e scrivere diventa così ricomporre un vaso antico dopo averne riesumato i cocci, lasciando giunture cicatriziali e pezzi mancanti.

Il meccanismo compositivo di Settembre 1972 emerge dunque come un tentativo di ridare una forma, un formato e una formalità al dolore. La narrazione si snoda in novantadue istantanee, in cui il flusso continuo dei pensieri trova la stabilità del punto fermo solo a ricordo finito, quando ormai non si può fare altro che cedere all’immutabilità e «barricare con la veglia l’uscita dall’antro del sogno» (p. 50).

Insistere sull’aspetto formale del romanzo non è una premessa fine a se stessa, né un tecnicismo gratuito. Non solo perché si tratta di uno degli elementi che rende Settembre 1972 un testo raro (di quella rarità che si fa però, anziché ostacolo, apertura al pubblico), ma anche perché si tratta di uno dei punti che più ha suscitato, negli anni, dibattito intorno al libro. Parliamo di prosa o di poesia?

Se nella Prefazione del volume Oravecz parla esplicitamente di «composizioni in prosa», in un’intervista rilasciata a László Bedecs nel 2011 non è azzardato pensare a ogni pagina, a detta dell’autore, come a una poesia, e considerare Settembre 1972 «un romanzo composto di poesie, come l’Iliade» – tanto che la bandella di Edizioni Anfora definisce il volume un «romanzo in versi». Sarebbe forse lecito arrivare a considerare ogni istantanea, più che una poesia, un lungo verso, che oscilla tra la risacca delle virgole e trova un suo spazio bianco solo a fine pagina, componendo il quadro di un amore tanto religioso quanto potentemente carnale, tanto idealizzato quanto disperatamente reale.

Il susseguirsi dei brevi capitoletti, così fluidi e vorticosi, rende la lettura un atto frammentario per necessità, che richiede il giusto tempo per assaporare ogni pagina, senza che la successiva fagociti la precedente. Il dolore del protagonista emerge così attraverso un’operazione combinatoria e acquista solo a posteriori nella mente del lettore una forma, spaziale più che temporale. Oravecz dipinge la mappa geografica di un dolore che gli è ignoto ma gli appartiene, come il Marco Polo delle Città invisibili descrive a Kublai Khan le sue stesse terre.

Je posthume comme je respire – J. Derrida

Amore, dolore e la loro memoria, al cui centro siede il corpo femminile. I piani temporali si mischiano, i rapporti si confondono: ne emergono alternati il divorzio, il sesso che regge tra le braccia consolazione e disperazione, l’indicibilità di un aborto, un tentato suicidio, le cause per l’affidamento di un figlio, il rancoroso viscidume dei tradimenti. Tutto percorso da un unico e multiforme volto di donna.

Lo sforzo che presiede la narrazione di Oravecz è quello di riuscire a invertire la rotta di una qualunque conoscenza e ripristinare tramite la scrittura le distanze dovute, di riportare dal tu al lei chi un tempo aveva compiuto il percorso opposto. Sono le pagine stesse a sancire però il fallimento inevitabile di questo proposito: la voce del protagonista è sempre religiosamente tesa verso un tu, acquattato in ascolto dove l’inchiostro sconfina nel bianco, a fingere di non comprendere o di farsi incomprensibile. Quando si parla della morte di un rapporto, d’altronde, i cadaveri sono sempre due: non c’è occultamento che regga. Vale lo stesso per la scrittura.

Religiosità e lutto, con l’inevitabile portato di violenza di entrambe, sono le forme che più caratterizzano questo rapporto del protagonista con l’altro da sé. Il mondo interiore dipinto da Oravecz è la cenere di una casa crollata sotto il peso delle fiamme, una casa cremata, in cui immergersi nella speranza di salvare il salvabile e riesumarlo, anche se annerito o deformato dal calore.

«E diventasti del tutto astratta, insensata, come una parola in disuso che ancora ripeto ma ormai non so cosa significhi.» (p. 95)

Al lettore non resta che affacciarsi fuligginoso a lettura ultimata e pensare che scrivere, in fondo, forse serve anche a questo: a ridare un significato alle parole ormai in disuso.

Imre Oravecz in Italia

Imre Oravecz sarà in Italia nei prossimi mesi per un tour di presentazione di Settembre 1972: ne approfittiamo per ricordare gli appuntamenti in programma. L’autore dialogherà con Nadia Terranova al festival PordenoneLegge, il prossimo 19 settembre; Edizioni Anfora e Oravecz toccheranno poi, nei giorni successivi, Padova (20 settembre, libreria Zabarella), Torino (21 settembre, libreria Trebisonda), Milano (22 settembre, Tempo ritrovato libri) e Pavia (23 settembre, libreria Il Delfino).