I romanzi di Sally Rooney. Anatomia di un caso letterario

Leonardo Ducros

A due anni di distanza dal suo esordio Sally Rooney può già vantare una lunga lista di premi e candidature prestigiose; ha pubblicato un secondo romanzo che diventerà una serie tv prodotta dalla BBC ed entrambe le sue opere continuano ad apparire nelle classifiche dei libri più venduti in diversi paesi. Come tutti i veri casi letterari – e il New Yorker ha definito il suo esordio «il caso letterario dell’anno» –, Rooney ha diviso la critica e per ogni recensione entusiastica c’è un Bret Easton Ellis che fa finta di non averla mai sentita nominare. E il suo successo diventa ancora più interessante se si prende in considerazione l’età dell’autrice: Rooney, irlandese nata nel 1991, potrebbe essere una delle prime grandi voci narranti della sua generazione. Su questo aspetto ha puntato molto il suo editore (Faber&Faber), che in campagna di lancio ha anticipato la stampa coniando l’infelice ma ormai celebre espressione «Salinger della Generazione Snapchat» (il paragone con Salinger è approssimativo e un millennial appartiene alla Generazione Snapchat quanto un babyboomer alla Generazione del Microonde). Lasciando da parte gli slogan sensazionalistici e gli exploit dei non-più-così-giovani membri del Brat Pack letterario, rimane un dato obiettivo: Sally Rooney ha scritto due dei romanzi più letti, apprezzati e discussi degli ultimi anni.

La sua prima opera, Parlarne tra amici (trad. di Maurizia Balmelli, Einaudi), ruota attorno alle vicende di quattro personaggi: la protagonista ventunenne Frances e la sua amica, ex ragazza e attuale compagna di slam poetry Bobbi fanno la conoscenza della trentenne Melissa, giornalista di successo, e di suo marito Nick, attore depresso e prematuramente al tramonto. Il motore del romanzo è l’evoluzione di questa nuova amicizia; presto si innesca un gioco di azioni e reazioni che mostra come le due coppie compongano un sistema chiuso, una sorta di quadrilatero relazionale in cui ogni cambiamento nel rapporto tra due persone esercita un effetto sugli altri componenti del gruppo. Gelosia, possessività, invidia e attrazione ma soprattutto insicurezza e propensione al giudizio sono le forze che regolano le distanze tra i protagonisti. Nei limiti del narrativamente plausibile lo svolgimento del romanzo è difficile da prevedere, perché sono i personaggi stessi a essere troppo disorientati per riuscire ad avere una visione lucida dei propri desideri. Parlarne tra amici è una storia sulla complessità e sull’impossibilità di semplificare alcune situazioni, anche quando queste sembrano sfiorare il cliché; la struttura può risultare confusa e forse i temi toccati sono troppi per un testo così breve, ma il romanzo regge, la psicologia dei personaggi è impeccabile e complessivamente si tratta di un esordio notevole, in grado di giustificare l’attenzione che la stampa ha dedicato a Rooney.

Persone normali, il secondo romanzo dell’autrice (anche questo tradotto da Balmelli per Einaudi), ha una trama più lineare. Connell e Marianne vanno allo stesso liceo: lui bello e popolare, lei outsider con problemi di autostima, entrambi molto intelligenti. Fin dalle prime pagine inizia a costruirsi una storia d’amore sincopata, disfunzionale e forse irrealizzabile – e questa problematicità dell’elemento romantico è la caratteristica più tipicamente millennial che troviamo nell’opera di Rooney. Il loro rapporto affronta varie fasi e si evolve nel corso degli anni passati all’università, ovvero il periodo in cui si concentra la maggior parte della narrazione. La struttura è ordinata; i capitoli alternano il punto di vista dei due protagonisti e sono separati da salti temporali: Rooney racconta solo i momenti degni di nota della relazione, quelli in cui cambia la natura del rapporto tra i ragazzi. Entrambi i protagonisti sono costantemente sulla difensiva; così impegnati a nascondere i propri sentimenti da non riuscire a leggere oltre le pose dell’altro. Se in Parlarne tra amici i personaggi si allontanavano per effetto delle pressioni psicologiche esercitate dall’esterno, in Persone normali il distacco è endogeno: Marianne e Connell passano la maggior parte del romanzo ad autoimporsi una separazione dovuta a un rifiuto percepito – perché nessuno dei due si sente all’altezza dell’altra persona. Il secondo romanzo di Rooney ha lo stesso spessore psicologico del primo, ma a questo aggiunge una struttura e un finale più consapevoli.

La differenza tra le due opere di Sally Rooney è la stessa che c’è fra una domanda a risposta aperta e una a risposta chiusa: la tensione narrativa di Parlarne tra amici è data dall’osservazione incuriosita di una storia che potrebbe portare da qualsiasi parte; Persone normali viaggia su binari più espliciti, aggancia il lettore e se lo porta dietro per giocare con le sue aspettative. 

Dal punto di vista stilistico, invece, i due romanzi sono simili. Rooney non corre rischi; la sua scrittura è austera, precisa, ma a volte scarna e apparentemente banale; non ci sono aggettivi o avverbi di troppo perché aggettivi e avverbi quasi non vengono contemplati dall’autrice. Una lingua semplice, però, si presta meglio all’esposizione di ragionamenti complessi, e qui emerge la programmaticità delle scelte stilistiche di Rooney: ridurre al minimo tutto ciò che esula dal mondo interiore dei suoi personaggi per lasciare spazio a quello che le interessa davvero raccontare: le conversazioni. 

In una fase avanzata del romanzo potremmo non avere ancora chiaro l’aspetto dei protagonisti, ma conosceremo perfettamente le loro strategie comunicative, anche quelle non verbali:

Sono rimasta accanto a loro, guardando Melissa che dall’altro capo della stanza passava distrattamente il braccio intorno alla schiena di Nick.
Quando ho visto Nick spostare lo sguardo verso di noi mi sono voltata verso Bobbi, sorridendo, e le ho ravviato i capelli per sussurrarle qualcosa all’orecchio. Lei ha guardato Nick e poi mi ha afferrato bruscamente il polso, forte, più forte di quanto mi avesse mai toccata prima. Mi ha fatto male, ho emesso un leggero gemito e lei ha mollato la presa. Mi sono premuta il braccio contro il torace. Con voce calmissima, fissandomi dritto in faccia, Bobbi ha detto: non usarmi, cazzo.

Anche i personaggi, quindi, sono consapevoli dei propri mezzi comunicativi. E se l’introspezione – o, più precisamente, l’esposizione del modo in cui i protagonisti analizzano persone e situazioni – è uno dei punti di forza della scrittura di Rooney, è nel dialogo che l’autrice irlandese raggiunge il suo picco stilistico. Che si svolgano faccia a faccia, per telefono, in chat o via mail, le conversazioni sono sempre credibili e giocano un ruolo centrale nella costruzione di entrambi i romanzi (non a caso il titolo originale del libro d’esordio è Conversations with Friends). Il linguaggio, inoltre, non si limita all’aderenza al parlato, ma riproduce fedelmente le differenze tra diverse forme di comunicazione. Nelle chat i messaggi sono spezzati e i parlanti sembrano concentrati a seguire solo il flusso del proprio discorso, mentre nelle mail i concetti sono più ragionati e la conversazione è intima e rilassata. In Persone normali la maggior parte dei fraintendimenti tra Marianne e Connell avviene di persona, a causa dell’insicurezza e della reticenza di entrambi; quando sono lontani, però, i ragazzi abbassano le difese e la loro comunicazione – e di conseguenza il loro rapporto – diventa più profonda:

In queste settimane di lontananza, le sue mail a Marianne sono diventate prolisse. Ha cominciato ad abbozzarle sul telefono nei momenti buchi, magari aspettando di recuperare i vestiti in una lavanderia a gettoni, o sdraiato nel suo letto all’ostello quando la notte non riesce a dormire per il caldo. Dopodiché rilegge queste prime stesure ripetutamente, rivedendo ogni singolo elemento narrativo, spostando proposizioni avanti e indietro perché le frasi si articolino come si deve. Il tempo mentre digita si addolcisce, appare lento e dilatato quando in realtà scorre rapidissimo, e piú di una volta gli è capitato di alzare lo sguardo e accorgersi che erano passate ore. Non saprebbe spiegare perché le mail a Marianne lo assorbano tanto, ma non ha l’impressione che sia una cosa banale. La sensazione è che il gesto di scriverle sia espressione di un principio piú ampio ed essenziale, qualcosa della sua identità, o di ancora piú astratto, che ha a che fare con la vita stessa.

Alla base del realismo dei dialoghi c’è una sapiente costruzione dei personaggi, che hanno tutti – anche quelli minori – un’identità precisa e riconoscibile. Ciascuno dei protagonisti di Parlarne tra amici ha un proprio modo di parlare: Bobbi riesce sempre a stare al centro dell’attenzione; Melissa ha a sua volta una personalità dominante ma esercita la sua influenza sugli altri in modo meno diretto; Nick è passivo, a cavallo tra docile e deficiente. Anche Frances è passiva, dichiaratamente alla ricerca dell’approvazione di Bobbi, ma il suo rapporto con l’amica è più simbiotico di quanto possa sembrare:

Ascoltare Bobbi teorizzare così era elettrizzante. […] Ogni tanto incrociava il mio sguardo e io annuivo: sì, esattamente. Questo consenso sembrava incoraggiarla, come se nei miei occhi cercasse l’approvazione, e allora distoglieva lo sguardo e proseguiva.

Elevando l’amica a modello ideale, Frances soddisfa un bisogno di Bobbi. Il tratto fondamentale della protagonista è la capacità di adeguarsi alle aspettative di chi le sta intorno, e ne è consapevole:

Bobbi mi ha detto che pensava non avessi una «vera personalità», ma per lei era un complimento, ha detto. In linea di massima ero d’accordo con lei. Avevo sempre la sensazione che avrei potuto non fare e non dire niente, e solo in un secondo tempo pensavo: ah, quindi sono quel tipo di persona.

Aver disegnato Frances in questo modo permette a Rooney di affrontare uno dei temi cardine di entrambe le sue opere: il riconoscimento dall’esterno. I suoi personaggi osservano il comportamento degli altri per specchiarvisi, cercando nelle loro risposte un indizio di come la propria personalità venga percepita. Dichiarano di avere un codice etico, spesso ideologico, ma la maggior parte delle volte agiscono in modo incoerente e sono loro stessi a scoprirsi genuinamente ipocriti, anche se nel modo non colpevole in cui può capitare di esserlo quando si è giovani e si ostenta una posizione politica o morale.

L’aspetto socioeconomico è un’altra costante nella narrativa di Rooney. Frances si definisce «povera e comunista» e Bobbi, che è ricca, vede nelle proprie posizioni radicali «una sorta di autolesionismo borghese»; anche Marianne e soprattutto Connell hanno un sostrato ideologico anticapitalista, e l’autrice cita indirettamente Mark Fisher quando fa dire a Frances: «Bobbi pensa che la depressione sia una risposta umana alle condizioni del tardo capitalismo». Citazioni a parte, la distinzione tra classi sociali gioca un ruolo chiave nell’opera di Rooney: in Parlarne tra amici la protagonista è povera e le due persone con cui ha i rapporti più significativi, Bobbi e Nick, sono ricche; in Persone normali la madre di Connell lavora come domestica in casa di Marianne e la differenza tra i due ragazzi diventa ancora più evidente a Dublino, nel contesto universitario. L’oggetto del desiderio in queste storie è sempre una relazione; di conseguenza, gli ostacoli da superare sono le barriere, percepite o reali, che separano i protagonisti. In questo senso, si potrebbe identificare la disuguaglianza economica come l’unico elemento che svolge la funzione di antagonista in entrambi i romanzi. Tutti i rapporti descritti da Rooney sono rapporti di potere. Soldi, aspetto, età e carisma provocano degli squilibri che rendono dinamiche le relazioni tra i personaggi.

Anche se condizionato da questi squilibri, il fulcro dei romanzi di Rooney è l’amore; non il sentimento nella sua accezione più vasta, ma la necessità di instaurare una relazione con una persona specifica. Che sia colpa del capitalismo o no, tutti i protagonisti provano una sensazione di perenne inadeguatezza, una mancanza nei confronti della società che li rende degli outsider. L’unica soluzione a questo vuoto sembra essere la presenza di un’altra persona, che scegliendo di stare con qualcuno ne dimostra il valore, legittimandolo agli occhi del mondo esterno. È una concezione narcisistica dell’amore, in cui la persona amata diventa un mezzo per affermare qualcosa su di sé. In Parlarne tra amici Melissa, che misura l’affetto degli altri con la propria capacità di influenzarli, arriva a chiedersi di suo marito: «Lui dice che mi ama ancora, ma se non fa più quello che dico, come posso credergli?». Nel secondo romanzo l’approccio è lo stesso, ma le conseguenze sono più positive. Marianne e Connell hanno bisogno l’uno dell’altra per essere felici e non per dimostrare qualcosa, ma perché sentendosi meritevoli dell’affetto dell’altra persona riescono a stare bene con se stessi e a sentirsi persone normali.

Sally Rooney è stata paragonata a Salinger, ma non ha la ricchezza stilistica dell’autore newyorkese e l’unico vero punto in comune tra i due scrittori è la scelta di protagonisti giovani; è stata associata a Chris Kraus, ma Rooney è lontana anni luce dallo sperimentalismo dell’autrice di I Love Dick, e non sembra interessata ad avvicinarcisi. L’accostamento più opportuno che sia stato fatto è quello con Jane Austen (la Salinger della Generazione del Battello a Vapore, se chiedete a Faber&Faber); Rooney è un’esperta di letteratura inglese e indica Austen e George Elliot tra le sue influenze, e infatti scrive storie che hanno la struttura del romanzo ottocentesco, in cui la psicologia dei personaggi emerge attraverso pagine e pagine di dialoghi mentre i protagonisti vanno alla ricerca – consapevolmente o no – della propria metà. L’aspetto generazionale delle sue opere è solo una conseguenza del momento storico in cui vive; come lei stessa ha affermato più volte, Rooney sceglie protagonisti giovani perché non si immedesima in esperienze che non ha vissuto, e se i ventenni nei suoi romanzi parlano e si comportano come i ventenni del nostro tempo è perché lei è una ventenne del nostro tempo. Può sembrare il contrario, ma Sally Rooney non ha mai avuto l’intento di scrivere «il romanzo che rappresenta una generazione». Che poi l’abbia fatto lo stesso, e per due volte, è un altro discorso.