Ennio Flaiano giornalista o di come restammo italiani

Giuseppe Putignano

«Questa è una storia vera. Del resto, nel paese di Pulcinella tutte le storie sono vere», tiene a precisare Ennio Flaiano dopo aver raccontato l’ennesimo episodio anonimo di opportunismo all’italiana: un ragazzo, fotografato con una camicia bianca in via Nazionale il giorno della marcia su Roma, usò quella stessa foto prima per accreditarsi quale fascista presso i fascisti – «Ero scappato da casa come mi trovavo. Mi premeva la rivoluzione, allora, non la camicia!» – e poi per antifascista con gli antifascisti – «Io qui, come vedete, sono un semplice passante!» -. Questo cinismo furbastro e beffardo ci identifica come popolo meglio di qualsiasi altro attributo. Nessuno lo ha mai spiegato con la stessa ironia, la stessa lucidità dissacrante, di Ennio Flaiano. Nelle storie che ha inventato e in quelle che, dalla sua prospettiva sempre un po’ obliqua, dal suo piedistallo fatto di nuvole, ha saputo raccontare.

Prima di Fellini e Antonioni, prima del Premio Strega e del marziano, prima della fama globale di aforista geniale, c’era però stato il cronista, il giovane commentatore, il reporter. E c’è già tutto Flaiano, inconfondibile, nei corsivi, nelle cronache, nei primi reportage della sua carriera, raccolti in questa nuova edizione Adelphi de L’occhiale indiscreto, in libreria dal 12 settembre. Le precedenti edizioni (con una selezione in parte diversa dei testi) erano state pubblicate da Rizzoli, con il nome Un bel giorno di libertà– dal titolo di una cronaca commovente degli episodi avvenuti per strada a Roma il 25 luglio 1943, «un giorno pazzo e illogico» – e poi da Bompiani con l’attuale nome. Nessuna di queste raccoglie l’intera bibliografia degli articoli scritti da Flaiano negli anni Quaranta, presente solo nelle Opere complete. Si tratta del quinto volume che raccoglie la produzione del Flaiano giornalista, dopo Diario notturno (1956), Una e una notte (1959), Le ombre bianche (1972) e il postumo, ma progettato dall’autore, La solitudine del satiro (1973), oggi tutti ripubblicati da Adelphi, nella sua Piccola Biblioteca. L’occhiale indiscreto è quindi la prima raccolta di articoli non voluta esplicitamente dall’autore cui «l’insuccesso ha dato alla testa». Chissà se questa iniziativa gli sarebbe piaciuta o avrebbe provocato una delle sue proverbiali incazzature.

Qui sono raccolti alcuni articoli apparsi nelle rubriche di cronaca e costume, tenute da Flaiano negli anni Quaranta su Documento, su Risorgimento liberale di Mario Pannunzio e su Il Secolo XX, Omnibus e Corriere Lombardo, accompagnati per la prima volta da quelli dei primi anni Settanta apparsi su L’Espresso. Proprio questo accostamento inedito è il punto di forza della nuova edizione. Tra i due periodi passano trent’anni cruciali, il paese devastato e frammentato del dopoguerra ha conosciuto un insperato e rapido miracolo economico ed è adesso in una fase di stasi, in cui emergono tutte le storture valoriali del neocapitalismo. È infatti in corso, se non ormai compiuta, quella mutazione antropologica degli italiani denunciata da Pasolini che Flaiano si limita a constatare e osservare di sbieco, come sempre. Le miserie italiane sono ormai di ordine più morale che pratico. Ma per Flaiano, che tiene sempre un passo fuori dal presente storico, ciò che emerge è tutto sommato una mesta, indecente, coerenza di fondo. Una lunga tradizione di tare e cattive abitudini nazionali che fila dritta fino a noi.

L’entusiasmo pubblico, violento, volgare, per la nazionale di calcio gli sembra allora quello per la proclamazione dell’Impero del 1936: «Dopo aver sconfitto la Germania, sono stati assaltati accampamenti di turisti tedeschi. Bisognava farlo nel ’43». L’ansia consumistica per la vacanza in crociera gli ricorda il motto fascista «Il Destino dell’Italia è sul mare», e l’infantilismo dei giovani contemporanei glieli fa apparire pronti anzi bisognosi di una nuova guida, un condottiero, un duce. Infine, in uno dei suoi ultimi articoli, pubblicato nell’estate del 1972, racconta la sua prima «e ultima» esperienza in una spiaggia di nudisti, in cui l’uomo «in posizione eretta rivela il trucco della sua evoluzione, sembra (nudo) un cane ammaestrato, uno scimmione depilato», e i culi improvvisamente esposti gli appaiono «quadrati, obesi, tondetti, contratti, dilatati, sfuggenti, ipocriti anche; e ammiccanti, immusoniti, persino pensosi, anzi soprattutto pensosi, con quell’aria di disgusto caricaturale che assumono i didietro quando stanno immobili e si annoiano e vorrebbero sapere che succede davanti». Per poi giungere alla conclusione atroce e spiazzante: «Un uomo nudo solo, una donna nuda sola, va bene. S’inseriscono nel paesaggio. Con un centinaio siamo già nel campo di concentramento». Perché, anche per il più sarcastico dei umoristi, è impossibile non temere la degenerazione di una società, dopo che la si è vissuta e, soprattutto, capita.

Scrive la curatrice di tutte le nuove pubblicazioni di Flaiano, Anna Longoni: «In fondo, nei pezzi dell’Espresso, pur ritraendo un paese molto diverso da quello degli anni Quaranta, Flaiano continua a descriverne i difetti di sempre: la faziosità, l’intolleranza, il culto della ricchezza e del successo, lo snobismo provinciale, una corruzione morale che nasce nel vuoto di stanche abitudini, la predilezione per la retorica, il falso vitalismo ma anche una diffusa indolenza, la furbizia, la vocazione alla truffa».

Sono spesso solo maschere, nel paese di Pulcinella appunto, i protagonisti di questi articoli: nomi puntati, B, X, Y, o figure, stereotipi. A un certo punto Flaiano riporta le lamentele dei lettori che si chiedono se sia tutto vero e in effetti ogni tanto arriva una chiosa: «Naturalmente tutta questa storia è una favola». Ma cosa importa? Le storie di Flaiano sono così manifestamente affini alla nostra esperienza quotidiana di persone, di cittadini, di italiani, che la loro stretta veridicità è irrilevante. Non importa allora conoscere il nome del cavaliere decaduto vittima di furto a cui il ladro finì per offrire la cena, o del falsario «che non volle mai imitare i biglietti da mille della Banca d’Italia perché offendevano il suo gusto artistico», perché se anche non fosse vera una specifica storia situata in quel contesto e in quel tempo, o non vera del tutto, nulla toglierebbe alla capacità dell’autore di fissare in immagini indelebili i vizi, le debolezze, le bassezze e l’estro di un popolo.

Saltando all’indietro ai primi articoli di questa raccolta, quelli del 1941 e 1942, quelli della censura fascista, viene da chiedersi quanto la capacità funambolica di Flaiano di arrivare al tutto tramite il dettaglio, che diverrà poi la sua cifra inconfondibile, sia stata favorita da quelle tragiche circostanze. In quegli anni, dirà in un’intervista del 1972, «l’unica protesta contro il fascismo era quella di non parlare mai delle cose ma sempre di altre cose… ». All’inizio infatti i suoi articoli erano solo di cinema e teatro ma, a partire dal 1941 cura, su Documento,la rubrica Cronache (per precauzione firmata con lo pseudonimo Lelio). Prendendo spunto da fatterelli quotidiani o da semplici osservazioni da flâneur, riesce magnificamente nel suo parlar d’altro per parlar del tutto. La farraginosa burocrazia fascista, il formalismo moralista, le esagerazioni grottesche della stampa di regime e della propaganda, emergono così da innocui aneddoti quotidiani: «La canzoncina di Italo Tanghi, pubblicata nel nostro precedente numero, parla di statue di bronzo da mandare al macero. Ahinoi, e le statue di marmo? (…) A noi, purtroppo, piacciono tutte le statue, nessuna esclusa».

C’è spazio poi, tutto lo spazio possibile, finalmente, nelle cronache dall’Italia liberata. Obiettivo delle satire di Flaiano diventano i voltagabbana, gli improvvisati democratici che si rivelano essere sempre stati maggioranza e inventano patenti di antifascismo, rinnegando quanto avevano ammirato fino alla sera prima: «Il nostro è un paese dove nulla si spreca, da secoli. Come molti riti pagani furono adottati dal cristianesimo, così oggi molte sedi del fascio dai comunisti». Mussolini è invece storicizzato tramite i suoi copricapi, dalla tuba del ‘22 «che calmò le apprensioni della borghesia», passando per la lobbia alpina, il fez, la testa rasata e l’elmetto da guerra fino al largo feltro nero, «tutti pensammo che fosse il suo ultimo cappello, un cappello da uomo deluso dalla politica e dagli uomini: o, alla peggio, un cappello da anarchico: e invece era il copricapo da presidente della repubblica sociale».

Le prime cronache però dalle città devastate sono le uniche in cui persino Flaiano fatica a rifugiarsi nell’ironia: «Vien fatto di chiedersi se il pericolo peggiore non è rappresentato dalla eventualità che l’uomo possa abituarsi alle sue macerie e non sentirne più, col tempo, l’orrore e il disagio»
 scrive in un reportage intitolato “Uomini poveri sulle strade della guerra” che sembra più appartenere all’Autunno tedesco di Stig Dagerman che allo sceneggiatore de La dolce vita. E ancora più seria, dolorosa, si fa la sua prosa nei reportage dalla sua Pescara «terra bruciata» o da Francavilla al mare dove i popolani gli raccontano le storie atroci («Ovunque la stessa storia») dei guastatori tedeschi venuti ad evacuare con la forza la città, casa per casa, nel dicembre del 1943: una partoriente obbligata a spostarsi sulla spiaggia perché la demolizione non poteva aspettare neppure il nascituro, un paralitico obbligato dalla sua disabilità a restare in casa e che quindi lì rimase quando il tedesco lasciò con indifferenza glaciale una pignatta esplosiva al suo interno, o un vecchio che, terrorizzato, si rifugiò in chiesa tra due santi di cartapesta, forse sperando ingenuamente di mimetizzarsi: «I tedeschi entrarono nella chiesa, lo videro sull’altare così nascosto, terrorizzato ma non senza speranze, e non capirono quel disperato appello, quella richiesta di diritto d’asilo. Non risero nemmeno, e la situazione aveva pure il suo lato umoristico. Spararono addosso al vecchio, come al tiro a segno, da bravi funzionari».

Infine, anche qui, come sempre, c’è Roma. Roma in cui come in nessun altra città «si esercita l’ingegno e la costanza degli inetti», Roma ormai liberata e piena di scritte politiche sui muri tra cui non manca, ovviamente anonima, “Aridatece er puzzone”, Roma piena di poveri, Roma in cui è ormai impossibile trovare una fotografia del Duce, Roma invasa dagli sbandati, «siamo già agli spaghetti mangiati per strada (per ora con la forchetta), alle friggitorie, tra le colonne delle chiese, alle roulettes in Galleria. L’inverno ci porterà altre sorprese, forse le pere cotte e le castagne nella Fontana di Trevi, sempre vuota e maleodorante, o il minestrone nel Traforo, o altri mercati che ora non possiamo immaginare». Roma piena di mezzo milione di piccolo borghesi, Roma in cui è impossibile trovare il commissariato di competenza per il furto subito, Roma in cui «i cani vivono una vita da cani». Roma che «ha i nervi scossi», che si sfoga sui tram, che non vede il futuro ma il carovita e il caldo eccezionale. Roma da cui trentamila stranieri clandestini non vogliono andare via «perché a Roma dopotutto ci si vive molto bene», Roma senza bagni pubblici e acqua ma con un grande centro di bellezza costato 25 milioni in via Tomacelli. Roma «piena di terrazzi e i terrazzi di Roma sono pieni di galli. Scopo della vita di molti cittadini è quello di uccidere il gallo del vicino, di frantumarlo, di uccidere anche il vicino». Roma piena di giornali (23, molto più che a New York) e di giornalisti conformisti, Roma con 40.000 iscritti all’università e i tipografi che stampano falsi titoli di laurea, Roma in cui «sullo scorcio del ’43, l’anno 1944 non si presentava davvero allegro nemmeno qui». Roma negli anni Settanta piena di makine e di giardinetti sporchi e ormai collegata dal raccordo anulare, uno «stradone periferico che circonda Roma e ha permesso l’allargamento della città a macchia d’olio, senza criteri di sana urbanistica», Roma dove ormai i pochi caffè superstiti «sono diventati snack-bars dove regna l’odore delle friggitorie, la via Veneto è un serraglio di gabbie riscaldate per «innocenti all’estero», trafficanti o battoni». Roma con la «stazione superaffollata di gente che non parte», e «l’aeroporto già vecchio e sporco», Roma piena di motociclisti la notte a Piazza del Popolo. Roma ne La dolce vita sugli schermi di un albergo di Hong Kong. Roma che «mi piace, ma ormai avendola vista, me ne importa «poco» o «nulla», come dicono gli italiani».

Mai retorico, sempre acuto e dissacrante ma anche pacato e straordinariamente spassoso (quanti altri autori sono capaci di farvi ridere da soli di fronte alle pagine di un libro?), Flaiano continua a raccontarci quello che era e che è il nostro paese, la nostra identità, la nostra farsa, con una inscalfibile malinconia di fondo, propria di chi è consapevole della natura effimera delle cose.