L’oro e l’oscurità: l’incontro di Kid Pambelé

Andrea Sirna

Qualcuno aveva accolto Gabriel García Márquez esclamando: «È arrivato l’uomo più importante della Colombia!» Allora Garcìa Márquez, guardandosi intorno come se stesse cercando qualcuno sul ring, rispose: «Dov’é Pambelé?»

Inutile girarci attorno: Antonio “Kid Pambelé” Cervantes è un uomo difficile, complesso, ancora oggi ai limiti della pericolosità. Inserito nella International Boxing Hall of Fame tra i grandi della storia di questo sport, tra il ’64 e l’83 ha saputo scalare la vetta verso il successo diventando un simbolo, non solo per la boxe.

Proprio il pugile colombiano è al centro de L’oro e l’oscurità (Alessandro Polidoro Editore, traduzione di Alberto Bile), la ricostruzione e l’indagine di Alberto Salcedo Ramos. Salcedo Ramos è considerato uno dei maestri del reportage letterario dell’America Latina, tanto da guadagnarsi numerosi premi e gli apprezzamenti di grandi autori come Juan Villoro.

Oltre due anni di lavoro per analizzare la figura che alla Colombia della quasi-vittoria, a un paese in piena crisi, abituato a perdere le sue battaglie per la conquista di un cambiamento socio-politico, insegnò come chiunque con un po’ di fame e la giusta cattiveria potesse diventare protagonista.

Pambelé ci convinse che si poteva fare, ci mostrò per sempre cosa significasse passare dalle vittorie morali a quelle reali.

Tra queste pagine il racconto di un uomo che riuscì a toccare le stelle e della sua caduta, del suo tramonto tra sport, vita e letteratura.

Nel leggere la ricostruzione narrativa di Salcedo Ramos, il lettore non potrà fare a meno di pensare ai tanti sportivi che – lontani dai riflettori – sono rimasti in ginocchio, schiacciati dal peso di un successo troppo grande o dal ritmo frenetico di vite esuberanti, condotte fuori da ogni schema.

Tanti sono gli autori che hanno scritto di questi atleti, della loro caduta, del knockout decisivo dopo il quale nulla è stato più come prima: dai reportage romanzeschi di Norman Mailer ai saggi di Joyce Carol Oates pieni di colpi bassi e agonismo letterario. Tra queste narrazioni si inserisce L’oro e l’oscurità, facendo suo il taglio del miglior romanzo sportivo e unendolo al reportage narrativo che non nasconde una voce decisa, la quale racconta il campione – senza trascurare il ritmo della storia – attraverso diverse sezioni tematiche.

Antonio Cervantes nasce nella povertà del suo paese, in un momento in cui la boxe può diventare, per un ragazzo pieno di rabbia, una disciplina per afferrare un riscatto sociale. Con i pugni ci si guadagna rispetto e dignità, estranei alla classe sociale colombiana più bassa, provando a scrollarsi di dosso il marchio della sconfitta.

La vicenda del giovane Pambelé può rimandare alla struttura del romanzo di formazione. Seguiamo la vita di un uomo dalla giovinezza fino al raggiungimento dell’età adulta e della maturità come individuo all’interno di un sistema con regole ben precise, in questo caso quelle della boxe. Salcedo Ramos ibrida però la narrazione, filtrata attraverso gli occhi dell’autore, con le interviste realizzate agli intimi di Pambelé, per ottenere un flusso atto a raggiungere la verità.

Il narratore agglomera ogni voce, la rielabora, la setaccia per poi inserirla in una narrazione spinosa e coraggiosa, che lo porterà al confronto con l’atleta stesso, ad un face to face fondamentale per la creazione di un ritratto stratificato e controverso.

Non c’è solo l’osservazione, c’è il giudizio verso l’intoccabile, verso il sacro.

Prediletto dagli dèi, dimenticò di essere marchiato a fuoco dalla disgrazia.

La stessa disgrazia che si avvicina all’oscurità e che dall’oro, da tutto ciò che luccica, dal grande sogno colombiano, ci porta verso la fallibilità dell’uomo e di un paese che forse, come Pambelé, si era illuso specchiandosi nell’inganno.

Un taglio ironico e al tempo stesso drammatico spinge il lettore a divenire lo sparring partner di questo allenamento al grande match della vita. Una vita diventata un misto di politica, puttane, dedizione, droga, soldi e vittorie. La stessa che avrebbe aspettato il momento giusto, quello in cui la guardia sarebbe stata scoperta, per assestare – fuori e dentro il ring – il suo colpo migliore.

Rimane un uomo con il suo fantasma del passato, con l’idea di essere quello che non è più. Le luci continuano a brillare solo nella sua testa e L’oro e l’oscurità diventa il tramite per conoscere la vicenda (in Italia sconosciuta) di uno dei protagonisti più scomodi della storia dello sport.

Osservando un uomo da più angolazioni, Salcedo Ramos gioca con un racconto amaro sulla fallibilità, in favore di quella verità molto più pesante di qualsiasi colpo. Quella talmente sorprendente che un jab in pieno viso sembra nulla al confronto.

Qual è il rapporto tra l’idolo e il potere? Che uomo è uno dei più controversi boxer della storia? E il rapporto tra la memoria di un paese e quella del successo?

«La vita è come la boxe in molti particolari inquietanti. Ma la boxe è soltanto come la boxe», ha detto Joyce Carol Oates. Alberto Salcedo Ramos si discosta da questa visione, spiegando al lettore come la boxe possa uscire dal ring e veicolare altrettanti percorsi inquietanti. La boxe è come la vita, sembra dirci questo libro.

Antonio “Pambelé” Cervantes, il suo incontro con la storia stessa, mi ha ricordato come l’oro e l’oscurità siano racchiusi nella stessa mano: quella che afferra il denaro, quella che una volta chiusa nasconde, stringendo, ombre e segreti. Quella che è pronta a colpire con furia, con ferocia, solo per dire ancora una volta che esistiamo, che siamo vivi.