Eugene Thacker – Tra le ceneri di questo pianeta. Con intervista a Valerio Mattioli

 

Il nichilismo, il pensiero negativo, il rapporto tra l’uomo e un mondo sempre più impensabile, Nietzsche, Schopenhauer, studi e testi sulla demonologia, il misticismo storico e contemporaneo, echi dalla filosofia medievale. E poi la letteratura horror, i manga, il black metal, un compositore come Keiji Haino o il cinema di Lucio Fulci e Mario Bava? È possibile innescare un lungo dibattito su tutto questo? Sì, è possibile a quanto pare: basta leggere Tra le ceneri di questo pianeta di Eugene Thacker (disponibile da qualche mese in Italia nella collana Not di NERO Editions) per rendersene conto.

Pur attingendo ampiamente alla “cultura alta” (nel primo capitolo, si utilizza il metodo medievale della quaestio; e nel resto del libro ecco comparire Dante, Marlowe, Goethe, il cinquecentesco De Occulta Philosophia Libri Tres di Heinrich Cornelius Agrippa o la Teologia politica di Schmitt) Thacker non si preoccupa di affondare la sua scrittura in un terreno pop fatto di letteratura, musica o cinema di genere; un’apertura che si potrebbe spiegare con la volontà di ammiccare a una fetta più ampia di pubblico, magari poco disponibile alla dissertazione filosofica, ma che in realtà rivela la necessità di allargare il terreno d’azione, appoggiandosi su una base particolarmente adatta al pensiero dell’autore.

L’orrore soprannaturale, in quanto espressione di qualcosa che non c’è, di inumano, addirittura di impensabile (la possibilità di descrivere o raccontare un’esperienza talmente agghiacciante da andare oltre i limiti materiali dell’uomo è una questione su cui Lovecraft ha dedicato molte energie), è piuttosto congeniale alle intenzioni di un libro che si presenta subito come esplorazione del «rapporto tra filosofia e orrore attraverso il tema del “mondo impensabile”», cioè di un mondo inesorabilmente ostile all’uomo (magari irritato dall’uomo, come la Terra postatomica del Pianeta irritabile di Paolo Volponi), che tuttavia di quel mondo è parte. Thacker si muove su un terreno di frontiera, dove si trovano l’umano e il non-umano (o l’anti-umano). Il primo capitolo, come già detto, parla di demonologia, là dove il demone, anche se opera contro il genere umano per trascinarlo con sé, non è necessariamente quella figura infernale con le corna e il corpo da animale; addirittura si presta metaforicamente come rappresentazione di spinte profondamente umane, quelle più oscure e spaventose.

Nella seconda sezione, sull’occultismo, divisa in diversi paragrafi, siamo ancora sul confine tra naturale e soprannaturale, con tutte le contaminazioni possibili. Lovecraft, qui, offre importanti suggestioni, trasferendo il limite tra i due ordini ontologici in una linea lontana dall’alchimia e dalla magia, orientata verso le inquietanti e opprimenti scoperte tecnologiche dell’uomo, e mescolando infine i due elementi in una specie di amalgama impensabile, simile a quanto, più tardi, farà Junji Ito col suo manga Uzumaki. Lovecraft e Ito sono per Thacker due autori che superano la distinzione tra naturale e soprannaturale perché vedono nel secondo soltanto un diverso livello di natura decisamente al di là della comprensione umana. Ovvero: «siamo già immersi nell’invisibile, vischioso nascondimento del mondo».

Una filosofia, insomma, di un pessimismo forte e audace, che non si vergogna di assestare colpi micidiali all’antropocentrismo, e a cui, negli ultimi anni, ci siamo tranquillamente abituati anche grazie alla diffusione di opere che non si allontanano più di tanto da queste intuizioni (per fare due esempi contigui a Thacker: Thomas Ligotti – cavallo di battaglia del Saggiatore, nel cui catalogo, non a caso, è presente anche Lovecraft – e una serie televisiva fondamentale come True Detective, specie per quanto riguarda il protagonista, Rust Cohle).

Più in generale, allargando lo sguardo, siamo decisamente abituati a narrazioni che mettono in discussione il ruolo stesso dell’umano e la capacità di decifrare una realtà che ci illudiamo sia stata apparecchiata per noi. L’interesse che negli ultimi tempi si registra per il cosiddetto weird (termine preferito al più canonico “fantastico”) va in questa direzione. Nel momento in cui si instaura un confronto con qualcosa di talmente perturbante da violare il paradigma di realtà, o quando lo stesso paradigma di realtà rivela situazioni occulte, sotterranee, inquietantemente nascoste sotto l’apparente banalità del vivere quotidiano, ad entrare in crisi è proprio lo statuto dell’uomo nel mondo, messo a nudo di fronte a qualcosa che non può, o non deve essere, ma che pure si rivela.

Nel fantastico tradizionale, dove il corpo del mostro scombinava con il suo peso materiale l’ordine pubblico, c’era ancora un relativo margine di “tranquillità”: il soprannaturale c’è, è qui davanti, e anche se siamo costretti ad ammettere l’esistenza della Creatura di Frankenstein o di Dracula, anche se Mr Hyde dal profondo dell’irriducibile crudeltà umana se ne va in giro a terrorizzare la Londra vittoriana, il loro corpo è una specie di garanzia di presenza, che può essere osservata e nominata (anche se implicitamente si comincia ad alludere al problema di come nominare e come poter rappresentare qualcosa che non esiste nella vita di tutti i giorni). I guai veri arrivano quando il fantastico inizia a scomparire in profondità tra le grinze del reale, diventando invisibile, innominabile, indescrivibile, al di là dei confini cognitivi dell’uomo: problematiche per lo più novecentesche, che ancora oggi si fanno sentire. Un primo grande segnale, tuttavia, lo lancia Maupassant nel 1886, con L’Horla, storia di una presenza incorporea che infesta la vita di un uomo condannandolo alla pazzia. Il mostro non si vede, ma c’è, reso ancor più spaventoso dalla fusione con l’aria e con l’ambiente in cui vive il protagonista.

Come detto, ci vorrà Lovecraft per porre il problema di una natura fisicamente visibile, certo, ma di una forma totalmente sconvolgente per la coscienza umana, costretta, dopo il primo contatto, a rassegnarsi alla follia. Si tratta di soggetti che appartengono a un ordine più vasto di quello conosciuto dall’umanità, i cui tentativi tecnologici di fare luce sul mondo rivelano solo un alto grado di illusione e idiozia. La scoperta dell’ignoto genera solo terrore, e la realtà, una di quelle «poche parole prive di significato senza virgolette» direbbe Nabokov, è un intricato fluido dove agiscono forse ignote, la cui conoscenza è solo garanzia di terrore e di annichilimento di qualsiasi pretesa di superiorità o solidità da parte dell’uomo.

Una sconfitta, o comunque un ripensamento del ruolo dell’umanità, che passa attraverso il confronto con l’irreale, con enti che proprio in quanto inammissibili sottolineano il senso di alterità rispetto a un mondo praticamente indifferente (e dice bene Thacker, nel finale:  «Sarebbe molto più accurato – e, in un certo senso molto, più terrificante – dire che il mondo è indifferente a noi esseri umani»), smascherando la tronfia finzione della grandezza e dell’onnipotenza umana.

Pensando al cinema, ai b-movies in particolare, Thacker fa l’esempio del Blob come minaccia immateriale e amorfa, e per questo ancora più sconvolgente. Andando più avanti nel tempo, non possono non venire in mente due film diversi ma animati da uno spirito comune: La Cosa di John Carpenter (1982) e It Follows di David Robert Mitchell (2014). Nel primo, tratto da un racconto anni Trenta di Campbell, una spedizione in Antartide (i luoghi delle Montagne della follia lovecraftiani) è minacciata da una creatura che assume le fattezze dei componenti del gruppo. La minaccia è più che mai interna, prende letteralmente possesso del corpo dei viventi, e potenzialmente ognuno può ricoprire il ruolo del mostro, ovvero dell’altro, ovvero di una natura nuova, minacciosa e inesorabile, che sembra non avere una sua apparenza originaria.

Ancor più interessante il film di David Robert Mitchell, un regista indipendente ormai arrivato al terzo film ma sfortunatamente poco amato in Italia (i suoi lavori sono stati scarsamente distribuiti, ma quello che ci interessa è disponibile su Netflix). Jay è una diciannovenne che subito dopo aver avuto un rapporto sessuale con Hugh, un ragazzo che frequenta da poco, viene stordita e legata a una sedia a rotelle da lui. Strano a dirsi, Hugh non è un malintenzionato, cerca solo di tenere ferma la ragazza mentre le spiega cosa è realmente accaduto: tramite il sesso da poco consumato, lui ha trasmesso a Jay una sorta di maledizione, come fosse una malattia venerea. D’ora in avanti Jay, e solo lei, vedrà una persona camminare lentamente nella sua direzione. Il volto di questo essere cambia di volta in volta, assumendo le fattezze sia di sconosciuti sia di persone note, e per motivi misteriosi cercherà di avvicinarsi per ucciderla. L’unico modo per sbarazzarsi della creatura è “attaccarla”, mediante sesso, ad altri (sperando che non vengano uccisi, altrimenti la “cosa” – l’It evocato nel titolo – tornerebbe a dare la caccia “all’untore” precedente).  Dopo l’iniziale incredulità, la protagonista si rende conto che è tutto vero, che la minaccia è reale, che ogni persona che cammina potrebbe essere potenzialmente pericolosa. Apparentemente è un horror movie che rispetta gli stereotipi del genere (adolescenti, mostri, sessualità, violenza, ecc.); in realtà la sua grandezza sta proprio nel ribaltare i luoghi comuni in una direzione tutt’altro che banale. Cosa vuole la creatura assassina? Perché si comporta così? Si sa soltanto che assume sistematicamente un aspetto diverso. Molte volte sullo sfondo si vedono persone che potrebbero essere lei, oppure semplici passanti. Il pericolo si cela in ogni dove e la realtà stessa partecipa di questo pericolo. L’horror canonico, scegliendo come antagonista un mostro, o killer, ben riconoscibile, rassicura, in un certo senso, lo spettatore, perché la certezza su quale sia l’oggetto insidioso non viene mai meno. It follows percorre una strada opposta e ancor più angosciante: la minaccia si nasconde ovunque, senza dare punti di riferimento. Ma non è tutto: l’inquietante incertezza data dalle metamorfosi della “cosa” si allaccia, paradossalmente, ad un’orripilante certezza, quella dell’ineluttabile presenza dell’It. Ad essere davvero scioccante non è il dolore dello scontro fisico, né la fuga perpetua a cui si è costretti dal nemico, ma la certezza che dopo qualche giorno, o pochi minuti, o un’ora, qualcosa di terribile accadrà (come sottolinea un’esplicita citazione di Dostoevskij).

Il terrore imposto da queste situazioni rende solo più potente quel nascondimento assoluto del mondo messo a fuoco da Thacker e di cui prima si accennava a proposito di Lovecraft e Ito. Non siamo poi così lontani dall’eerie di cui parlava Mark Fisher (per la quale si rimanda al bellissimo The Weird and the eerie – Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, edito da Minimum Fax), ovvero da quella sensazione che «si verifica quando c’è qualcosa dove non dovrebbe esserci niente, o quando non c’è niente dove invece dovrebbe esserci qualcosa». È proprio questo genere di impersonalità ad essere spaventosa, un campo completamente al di fuori del controllo umano, decisamente adatto ai nostri tempi (e per questo, prima, si accennava al successo e alla diffusione di testi e opere su argomenti del genere, che con il nostro Thacker instaurano una forma di parentela) quotidianamente sconvolti da forze immateriali eppure decisive (cosa sono, sotto quest’ottica, l’inconscio o il capitale?).

Nel Rust di True detective, invece (per spostare brevemente lo sguardo su un terreno materialmente più devastante e sordido), il nichilismo si sposa con un pessimismo cosmico nei confronti della società, delle persone che la compongono, delle loro assurdità e della loro vigliaccheria («Credo che la coscienza umana sia un tragico passo falso dell’evoluzione»). Non è stato il lavoro di detective, come dice lui stesso, ad averlo trasformato in ciò che è; semmai è proprio la sua indole a spingerlo verso un mestiere che lo costringe non di certo a toccare con mano l’irreale, come nelle opere fantastiche di cui sopra, ma quanto meno ad osservare una disumanità appartata nel buio delle pieghe sociali, tanto raccapricciante da rasentare anch’essa il soprannaturale. Le verità che emergono alla luce, sepolte nei labirinti delle bugie, dei doppiogiochismi, dei poteri ancestrali e antichi nascosti sotto la maschera delle istituzioni che controllano il Paese, non possono che azzerare ogni forma di ottimismo e di attribuzione di significato a una vita che soccombe nell’ombra di una violenza e di una irrazionalità senza fine. Il suggestivo inseguimento tra i labirinti di Carcosa, dove il confine tra il realistico e il fantastico si fa davvero sottilissimo (ammesso che esista un vero confine, ma sarebbe un discorso troppo lungo), è un’incursione tra le tenebre di un non-luogo, dove ogni forma di umanità è annullata per sempre.

In chiusura di libro, Thacker, sull’onda del filosofo novecentesco Keiji Nishitani (promotore di un misticismo nichilistico che prevedeva un abbandono all’abisso assoluto del nulla, della mancanza di senso, dove tutte le cose si uniscono indistintamente), propone un misticismo inumano, che, invece di tendere a una fusione tra io e mondo, sottolinei l’indifferenza tra le due categorie sottraendo ogni esperienza (pur rompendo il silenzio con quei rivolgimenti naturali e climatici che non solo rivelano la presenza del mondo ma anche la sua completa ostilità all’essere umano). Una posizione che rende ancora più saldo il legame tra il filosofo e la galassia culturale a cui appartiene, e su cui ultimamente si è concentrato l’interesse di molti, pronti a sporcarsi le mani con le ceneri di questo pianeta.

Abbiamo parlato di Eugene Thacker con Valerio Mattioli, editor per Nero (il suo libro, Remoria, è uscito per minimum fax a settembre 2019)

Tra le ceneri di questo pianeta è un libro di un pessimismo audace e di grande solidità intellettuale, in polemica con ogni forma di antropocentrismo e in linea con certe tendenze di questi tempi (penso a Thomas Ligotti, al cosiddetto weird e ad alcuni studi sul settore, il primo nome che mi viene in mente è Mark Fisher): da dove viene, secondo te, l’attenzione a certi temi?

Direi che, dal momento che viviamo effettivamente tempi catastrofici – in termini politici, ambientali, ecologici e così via –, è emersa negli ultimi anni la necessità di una narrazione (parola oramai orrenda, lo so) capace di restituire il senso di un evento inspiegabile come la catastrofe stessa. Detta altrimenti: come descrivere un evento al di là di qualsiasi immaginazione come la stessa estinzione della specie umana? L’immaginario weird, l’horror lovecraftiano, la demonologia, il pessimismo cosmico – tutti temi ricorrenti nel libro di Thacker – vanno quindi intesi come tentativi di approssimare il più possibile ciò che spiegabile non è. Non si tratta soltanto di una superficiale “fascinazione per l’apocalisse” – semmai l’esatto contrario. Si tratta piuttosto di comprendere come, attraverso questi linguaggi, possiamo riposizionarci in quanto genere umano all’interno di un pianeta che, di fatto, non ci prevede.  

Come si inserisce un libro come quello di Thacker nel catalogo di Not?

Thacker appartiene a una generazione molto vivace di pensatori (quasi una scena, direi) emersa a suo tempo dal dibattito attorno al cosiddetto realismo speculativo, e che nel frattempo si è diramata in una quantità quasi esorbitante di teorie e approcci. Ciascuno a suo modo, autori Not come Timothy Morton, Nick Srnicek, Alex Williams, Helen Hester, lo stesso Eugene Thacker – per non dire di Mark Fisher e di tutto il “giro” venuto dalla CCRU – appartengono se vogliamo alla stessa temperie, sebbene attraverso modalità a volte anche parecchio distanti. Come è facilmente intuibile visti i nomi, è una scena che si è sviluppata principalmente nel mondo anglofono, ma che intrattiene anche un forte debito nei confronti dell’Italia – pensiamo all’influenza che ha avuto su Fisher un pensatore come Bifo, oppure (per stare a Tra le ceneri) al debito di Thacker nei confronti dell’horror italiano. In generale si tratta di autori a cui come NERO siamo molto legati per una grande varietà di motivi (politici ma anche estetici, se vogliamo), e che attraverso una collana come Not stiamo provando a diffondere anche alle nostre latitudini, sebbene chiaramente Not non sia unicamente circoscrivibile agli autori di cui sopra… Per ora posso dire che si è sviluppato un bello scambio, sia con le altre realtà estere impegnate sugli stessi temi, sia coi lettori italiani che (a quanto pare) avevano “fame” di un certo tipo di non solo di pensiero, ma anche di sguardo: rigoroso ma non sterilmente accademico, radicale ma immerso nei linguaggi dell’oggi che vanno dalla cultura pop al confronto serrato con quello che chiamiamo “il reale”.

Thacker passa dai classici della filosofia e della letteratura alla cultura di massa con grande agilità. Si tratta di una sfida lanciata a tutti i livelli del mondo della cultura o del desiderio di trovare materiali per il suo discorso in testi più accessibile per i lettori? O entrambe le cose?

Io direi né l’una né l’altra. Molto semplicemente penso che, se vogliamo parlare di immaginari presenti ma anche futuri, sia oramai impossibile evitare il confronto con quei linguaggi che il nostro immaginario lo plasmano, a tutti i livelli. Per fare un esempio caro a Thacker: il black metal è “solo” un genere musicale, o un linguaggio anche parecchio stratificato capace di proiettare sull’ascoltatore temi e suggestioni di portata potenzialmente immensa? 

Se dovessi consigliare la lettura di Thacker a qualcuno, c’è qualche altro libro con cui suggeriresti di accompagnarlo?

Detto che di Thacker pubblicheremo nei prossimi mesi anche il suo Rassegnazione infinita, direi che gli autori comunemente associati a Tra le ceneri sono i soliti: Thomas Ligotti (sia in veste di narratore che in quella di saggista), il Reza Negarestani di Cyclonopedia (che, mi dicono, dovrebbe essere tradotto a breve in italiano…), filosofi come Ray Brassier e Quentin Meillassoux, lo stesso Timothy Morton… E poi ovviamente Lovecraft! Aggiungo anche che in Italia sta emergendo una piccola, vibrante comunità di pensatori impegnati a coniare quella che all’estero hanno ribattezzato “Italian Weird Theory”: autori come Claudio Kulesko, Enrico Monacelli, Laura Tripaldi, Il Gruppo di Nun stanno sviluppando alcuni dei percorsi più assurdi, belli e originali degli ultimi anni, per certi versi sovrapponibili a quelli dello stesso Thacker, per altri completamente inediti e, be’, spiazzanti.