La cosa giusta

David Valentini

Qualche giorno dopo sono tornati in due.

Quando li ho visti dalla vetrina, glielo giuro sulla madonna, ho sentito il cervello andare in pappa.

Era pieno giorno, hanno aspettato che il signor Ferrante pagasse – ho sperato che gli spiccioli che stava contando non finissero mai – poi hanno fatto un passo avanti e sono venuti al bancone. Sembravano due avvoltoi, con quelle quattro mani appoggiate a quel modo.

Avevo dato la risposta sbagliata, ormai ne ero sicuro.

Sono rimasti a osservarmi mentre spegnevo le luci, chiudevo la cassa e la porta, mettevo il lucchetto. Persino quando la signora Barbato mi ha chiesto perché stessi chiudendo, che erano solo le undici di mattina.

Il rumore dello sportello mi ha fatto saltare sul sedile; sembrava lo scoppio di un petardo.

Non è stato come pensano tutti, questo glielo posso dire: non mi hanno messo cappucci o bende, non hanno fatto battute; parlavano poco, perlopiù di programmi per l’estate e della recita di fine anno.

La recita dei miei figli, dotto’.

Vedevo le cose scorrermi davanti. Gente che portava a spasso i cani, vecchi al bar che fissavano il vuoto, e intanto svoltavamo a destra, a sinistra, come fossimo amici in viaggio. Poi ci siamo ritrovati sul lungomare. Ogni tanto indicavano qualcosa: il ristorante di Nino, il negozio di fiori di Loredana, la pescheria che era di mio cognato e mo’ se l’è presa quel bastardo di Armando. Siamo passati davanti allo stabilimento bruciato; c’erano ancora i nastri vostri. Anche se le dico, dotto’, che tanto la gente ci va comunque la notte a bucarsi.

Dopo una mezz’ora quello che si chiama Giordano è sceso per aprire un cancello. Ho guardato quella catena sferragliare e penzolare sospesa a mezz’aria.

Ricordo di aver pensato che, se prendevo a correre in quel momento, magari ce la facevo. Non so se c’ha presente quei pensieri cretini che ti vengono in testa quando te la stai facendo sotto.

Ma poi ho pensato ai miei figli e sono rimasto. Gli affetti inchiodano, non è una fregatura?

L’uomo al volante ha parcheggiato in una specie di garage. Quando ha acceso le luci ho visto scatoloni, mensole vuote, calcinacci accatastati.

Lontano, davanti a un’altra porta, c’era una sedia.

Mettiti comodo, ha ordinato mentre tirava giù la saracinesca. E allora le gambe m’hanno preso a tremare. Immaginavo le persone fermarsi davanti al negozio per comprare un trapano o dei chiodi e andarsene deluse. Questo è quello che voglio pensare, capisce, che la piccola attività che porto avanti sia utile a qualcuno. Uno c’ha la sedia che traballa o un cassetto che si chiude male e invece di buttare tutto viene da me, si fa due chiacchiere e se ne torna a casa contento. Magari è una cazzata, non lo so, però sono cose che fanno andare avanti.

Ancora in piedi stai?, ha detto, e a quel punto mi sono seduto. L’altro m’ha portato un bicchiere d’acqua, ha tirato fuori una sigaretta, me n’ha offerta una.

Ho smesso, grazie, ho detto. Poi, vedendo che continuava a tenermi il pacchetto davanti, ho accettato. Me l’ha accesa e s’è allontanato verso gli scatoloni.

Riguardo al discorso dell’altro giorno, ha iniziato quello davanti a me; però mi sono distratto a guardare Giordano tirare fuori garze, una cassetta degli attrezzi, qualche boccetta.

Lo schiaffo l’ho sentito tutto. Mi ha chiesto se lo stavo ascoltando. Sì, gli ho risposto, certo che lo stavo ascoltando; allora s’è accovacciato sulle punte per fissarmi negli occhi. Non aveva tatuaggi, anelli, piercing, non aveva i denti finti e il grugno che pensavo avessero quelli come lui. L’avevo incontrato alle riunioni scolastiche, parlava con le maestre e accarezzava la testa del figlio. Pareva uno a posto.

Tu pensi che sto scherzando, ha detto. Gli ho risposto No, per niente. Allora pensi che Canfora ci manda in giro a giocare a carte? Vuoi farti una partita a briscola, la risolviamo così?

Ho provato a dire che non pensavo queste cose, che lo sapevo di aver fatto una cazzata, ma appena ho aperto bocca m’ha mollato un altro schiaffo, così forte che l’orecchio ha fischiato per quasi un minuto.

Non pensare, ha detto. Non ti conviene, che finora quando hai pensato hai pensato male.

Ho ingoiato la saliva, mi veniva da pisciare.

Ok, ha detto, poi s’è alzato grattandosi la schiena e ha chiesto a quell’altro se avesse fatto.

Giordano s’è voltato, ha detto che avevano finito un po’ di roba. Allora gli ha detto di segnare cosa mancasse, che appena sistemavano ’sto stronzo sarebbero andati a far spesa.

Mi ha colpito allo stomaco, non lo so perché; mi sono piegato sulla sedia che per poco non vomitavo.

Per qualche secondo non ho respirato, a occhi chiusi pensavo a loro. Ho pensato a loro tutto il tempo, per farmi forza.

Allora, Gianlu’, ha detto, la cosa è semplice: bastano due risposte giuste e fra mezz’ora ti ritrovi col culo dietro al bancone. O magari potevo prendermi il giorno libero, ha detto, me lo sarei meritato. Potevo tornare da Federica, portarle un mazzo di fiori, che sicuro si sarebbe preoccupata per le persone che andavano a chiederle dove fossi e tutto. Torni da lei, ha detto, da Giulio e Alessandra, porti tutti a cena fuori al Moretto. Offre Canfora.

Ho sputato, poi ho aperto gli occhi per controllare. Saliva, nient’altro.

Che ne dici?, ha chiesto.

Dico vaffanculo stronzo, ho pensato. Però ho detto solo Ok.

Bene, vado con la prima allora?, ha chiesto mentre l’altro si infilava dei guanti. Ho fatto sì con la testa.

M’ha chiesto se volessi bere, prima; gli ho detto di no. M’ha chiesto se volessi andarmene da lì. Non ho risposto. Non sapevo che dire. Che ne sapevo che non mi mollava un altro cazzotto.

Ecco, ha detto, prenditi un secondo per pensare. Anzi, perché non mi dici tu qual è la domanda che sto per farti?

Che ne so qual è.

Lo sai invece.

Non lo so, ho detto mentre l’altro mi passava accanto.

M’ha guardato. Ha sorriso. È andato verso le boccette, ha fatto segno all’altro che stava dietro di me – aveva il respiro pesante del fumatore, puzzava di sudore di tre giorni – e ne ha presa una.

Poi è tornato e mi ha chiesto di nuovo qual era la domanda e quale la risposta. Gli ho detto che non lo sapevo, che non sapevo un cazzo, allora ha sospirato, ha svitato il tappo con una lentezza esasperante, avrei voluto dirgli Sbrigati, fai quello che devi fare e finiamo ’sto strazio, poi invece ha detto Metti la mano qua; io sono rimasto fermo, lui ha ripetuto Mettila qua e ho fatto in tempo a inghiottire altra saliva prima di sentire una cosa gelida premere sulla nuca.

Ho sollevato la mano destra, lui ha detto No, l’altra, lo sappiamo che sei mancino.

Ho provato a sollevarla, mi sentivo come se l’avessero incollata a una lastra di ferro. 

Sei pronto? Ha chiesto, allora ho chiuso gli occhi e quello ha detto Sei un coglione, fattelo dire, poteva finire subito e andavamo tutti a prenderci il gelato.

Ho pensato al mare, ci crede? Ho pensato a noi quattro in acqua a giocare alla lotta come le famiglie normali che non c’hanno i buffi coi mafiosi, a quella passeggiata che abbiamo fatto a Gaeta la sera; c’era una specie di festa e mia figlia voleva lo zucchero filato, io e Federica abbiamo discusso perché avevamo speso un botto per l’apparecchio e non voleva che si cariavano i denti ora che erano sistemati. Giuro, pensavo a queste cose, a quando abbiamo fatto pace poco dopo, a quanto mi sarebbe mancata se fossi morto, poi ho realizzato la cazzata che avevo pensato e m’è venuto da piangere.

Ho sentito qualcosa bagnarmi la mano e ho urlato di riflesso intanto che Giordano dietro di me rideva. Ho aperto gli occhi in tempo per vedere quello davanti annusare la boccetta, storcere il naso e dire all’altro che era più coglione di me.

Ho a che fare coi ragazzini qua, ha detto aprendone un’altra. Ho visto Giordano andargli incontro, si teneva la pancia e rideva, diceva qualcosa tipo Dovevi vedere la tua faccia, era solo acqua. L’altro si è voltato, ha fatto finta di mollargli un ceffone a brutto muso, lui s’è parato sollevando la pistola.

Porco dio, Giorda’, ha detto, poi è tornato da me con la boccetta giusta. Scusa per la scenetta, il compare mio è un deficiente. Ricominciamo.

No, ho detto con una voce che non era la mia, non poteva essere la mia, eppure era uscita dalla mia bocca.

Quindi sai qual è la domanda, ha detto, e io gli ho risposto che non ce li avevo. Li avevo usati per il negozio, gli ultimi mesi sono andati una vera merda, la gente non compra più da quando hanno aperto il Brico. Se li è presi tutti, i clienti miei, quel maledetto.

Ha detto che non gliene fregava un cazzo, che io avevo chiesto e Canfora aveva sborsato quello che le banche m’avevano rifiutato. Ho provato a pensare a tutte le scuse che potevo inventarmi per prendere tempo ma poi ho risposto che c’era poco da fare, non li avevo e basta.

Si è voltato a fare un segno all’altro, che ha preso una busta di plastica e si è avvicinato.

Lo sapevamo, ha detto, per questo c’è la seconda domanda. Ho chiesto quale fosse la seconda domanda, lui ha tirato fuori una gomma e ha preso a ciancicarla. Era una richiesta più che altro, una gentilezza non tanto per loro, che con quei soldi Canfora ci si puliva il culo quando andava a cagare la mattina – così ha detto, io sto solo riportando i fatti, come mi ha chiesto –, ma per la mia famiglia. Oggigiorno, ha continuato, una donna da sola farebbe fatica a crescere due figli; l’appartamento ha ancora il mutuo scoperto, i miei genitori non camperanno in eterno. E il negozio non è neanche assicurato.

Potevo tenermelo però, loro non ci facevano niente. Potevo tenermi tutto – i soldi, la mia vita, la possibilità di andare a vedere la recita dei bambini a giugno, tutto – bastava che gli facessi un nome. Che loro sapevano tante cose, ma il nome del pezzo di merda che aveva dato fuoco allo stabilimento non erano riusciti a trovarlo; però sapevano che io sapevo e quella era la mia occasione per tornare a casa sulle mie gambe e farmi pure una bella cena. Mi consigliavano i tonnarelli allo scoglio, dice che sono squisiti.

Lo so che ho sbagliato, ma che dovevo fare. Quelli mi ammazzavano. Lei è padre, dotto’? Allora lo sa pure lei che non si possono lasciar crescere dei figli da soli in un mondo come questo.

Gliel’ho fatto il nome, mi ha chiesto se fossi sicuro e io gli ho detto di sì. Non hanno neanche dovuto spezzarmi un braccio o usare l’acido. M’ha fatto alzare, m’ha dato un calcio in culo, e un altro sulle costole, e poi mi hanno sbattuto in macchina.

Però oggi sto qua, commissa’, oggi sto qua a dirle tutto, a fare la cosa giusta. Il nome di quello non lo so, ma l’altro si chiama Giordano Colasanti e tutti e due lavorano per Augusto Canfora. Li prenderete, vero? Devono andare al gabbio ’sti bastardi.

Mi guardano firmare la dichiarazione senza dire parola. Vorrebbero vedermi finire dentro ma ora sono un testimone e Canfora è un boccone ghiotto. Solo alla fine mi raccomandano di non lasciare la città eccetera.

Alle quattro e quarantatré esco dal commissariato e il primo pensiero è che non vedo l’ora di essere a casa con Federica.

Il secondo è che forse mi danno la scorta.

Ho fatto una cazzata, ma davvero, che dovevo fare? Adesso so che stanotte potrò farmi un sonno come si deve. Potrò abbracciare mia moglie senza pensare che sarà l’ultima volta, e a giugno vedrò la recita.

E poi, se Canfora e Colasanti vanno in galera tanto meglio. Gli sequestreranno gli stabilimenti, le sale giochi, i negozi. Pure il Brico gli faranno chiudere, e la gente tornerà a comprare da me.

Solo due nomi devi fare quando vai dalle guardie, m’ha detto Armando l’altro giorno. Una piccola bugia, noi ci leviamo di mezzo Canfora e tu non ci devi più niente.

________________

↔ In alto: foto © mahdi rezaei su Unsplash