Smettere di bestemmiare

Giorgia Sallusti

Ognuno fal il suo mestier, chi arrar, chi grapar, et io fazzo il mi mestier di biastemar”
Domenico Scandella detto Menocchio, messo a morte dall’Inquisizione nel 1599 per blasfemia, raccontato da Carlo Ginzburg ne Il formaggio e i vermi.

In Italia la bestemmia, dal 1999, è considerata un illecito amministrativo, punibile con una sanzione che va dai 51 ai 309 euro. Se temete per il vostro portafoglio, non abbiate paura: finalmente c’è il libro che vi aiuterà a terminare questa perniciosa attività blasfema: Padre Alfonso Maria Tava (religioso, filantropo, manicheo, traduttore, esperto di tossicodipendenza e paura di volare), infatti, ha dato alle stampe Smettere di bestemmiare. Manuale pratico-teorico, da un’idea di Jack Hristow (mistico, asceta, derviscio, pallavolista, massaggiatore americano), autore di saggi ciclostilati sulle bestemmie raccolte da Tava.

Ma perché si bestemmia, e che senso ha? Alcune persone sono invogliate a farlo mal consigliate da amici poco dabbene. Per esempio uno dei miei amici poco dabbene è un libro di Pier Vittorio Tondelli, che in Altri libertini (Feltrinelli, 1980) mette in bocca a Bibo una richiesta per Giusy: «C’ho cinquanta carte porcodio, non farmele marcire… Avanti, cazzo, che aspetti?». Il successo di un testo con tale turpiloquio indusse l’editore a predisporre addirittura tre stesure, edulcorate da siffatte blasfemie, visto che il procuratore dell’Aquila ne ordinò il sequestro per oscenità. Se incontriamo la bestemmia nella letteratura, alla nostra prima lettura ad alta voce ci troveremmo a tossire, poiché le corde vocali non sono abituate a certi suoni, ci dice Tava. Per fortuna la linguistica di Ferdinand de Saussure ci viene in aiuto, e grazie alla glottide, che è quella parte della laringe che comprende le pliche vocali, possiamo allenarci alla pronuncia: infatti ogni volta che l’aria esce dai polmoni e le pliche sono serrate, si verificano nella nostra bocca delle piccole esplosioni, segno che la laringe si attiva e produce delle sonorità. Per avere maggior successo nella nostra esperienza letteraria, e per superare la tosse iniziale, è importante l’esercizio costante: «/‘pɔrkodiːo/».

La tesi di padre Tava è che uno degli scopi dell’eresia linguistica è attirare un partner sessuale, come un maschio di Paradisea, uccello sessualmente dismorfico che danza e canta con le sue piume policrome per attirare la femmina della propria specie; immaginiamo quindi un maschio di specie umana che balla e ripete come un mantra «/dio’kaːne/», sperando nella fornicazione. Non si illuda però il lettore: un rapporto nato con queste premesse non può durare a lungo. Anche nel mondo del lavoro è pratica diffusa, secondo l’analisi dell’autore, calpestare il nome di dio con l’intento di acquisire un ruolo nella leadership. Ma, ci mette in guardia Alfonso Maria, è solo un futile stratagemma retorico che occorre per imprimere timore al sottoposto, il quale si sentirà in dovere di rispondere a tono, senza interloquire eccessivamente, con la cosiddetta «bestemmia secca»: si raggiungono quindi proporzioni incontrollate di turpiloquio equiparate nella storia forse solo dal dissing leggendario tra KRS-One e MC Shan.

La bestemmia locale è invece imputabile al folklore, come i «buffi stupidi costumi locali» di Corrado Guzzanti, i formaggi, le feste patronali, che si tramandano da nonno a nipote: «Come ti ha insegnato nonno? […] Braaaavo, D** C****!».

La vita, come ci viene fatto capire già in giovane età, è spesso avara di gratificazioni. Il bestemmiatore, nella sua solitudine perché schernito dalla società, tenderà a reagire alle ingiustizie con parole che umiliano il nome dell’altissimo, e specialmente nei casi che ci ricorda l’autore: «malattie, multa, cattivi voti a scuola, incidenti automobilistici, amori non corrisposti, batteria al tre percento, sconfitta immeritata della propria squadra del cuore, herpes, omicidio, ritardi ferroviari, adempimenti fiscali, maremoto, chiavi smarrite, perdita del posto di lavoro, cene di famiglia, ictus, agenti atmosferici avversi, adempimenti previdenziali, scarlattina, doppi spazi, occasionali disfunzioni erettili, deiezioni animali sui marciapiedi, attesa in coda, il martirio, altrui imprecazioni, corrispondenza di carattere commerciale non sollecitata, oroscopo negativo, olocausto e altre piaghe della modernità, tra cui anche gli adempimenti amministrativi e la burocrazia in generale». D’altronde, la bestemmia aiuta a superare anche le difficoltà letterarie di Lascia stare la gallina, di Daniele Rielli (Bompiani): «Che la verità giusta è che qui nessuno ha capito nu cazzu ancora, mannaggia la Madonna mannaggia.»

La bestemmia è perfino associata a momenti di buon umore improvviso, rovinando tuttavia la gaiezza del lieto evento. Per evitare di deturpare questo appagamento, Tava suggerisce di ridimensionare la gioia della conversazione spostando la chiacchiera verso argomenti più amari, come il tasso di mortalità infantile nel mondo: niente come i bambini morti per riappianare una conversazione che trascende.

«Come è risaputo, la tecnologia è uno dei mali assoluti della modernità»: nella costruzione dei macchinari, mostruosità come il router 56k, Tava ravvisa la più grave delle bestemmie, l’antica pretesa dell’uomo di sostituirsi al creatore come un novello dottor Frankenstein. E poi, non sono in fondo anche le macchine, così imperfette, ancora causa di turpiloquio? Pensiamo solo a quando ci si inceppa la stampante.

Ciò nondimeno, scagli la prima pietra chi non ha mai sorriso al suono di una bestemmia. Ne ravvisiamo la comicità anche nella nota serie audio virale e amatoriale «La presi e la pagai», dove un protagonista preso dalla strada, anzi direttamente a casa sua, Mario Magnotta, cerca di convincere l’interlocutore telefonico di aver preso e già pagato una lavatrice, con rara forza interpretativa: «Presi la lavatrice nell’ottantuno, adesso dopo sei anni mi vieni a rompere ancora i coglioni, mannaggia a dio, eh porcodio, basta! M’avete rotto i coglioni, mannaggia alla madonna!».

Queste opere dilettevoli, così come i libri che impiegano la bestemmia come elemento comico, sono le più dannose perché, come il succitato Rielli, inducono il lettore a credere che insultare il nome di dio sia divertente, e non ne ravvedono il soffio del maligno. Il divertimento satanico insito in tali pratiche dà dipendenza; ma non si spaventi il lettore, guarire dalle bestemmie si può. Il primo passo da fare è coinvolgere amici e parenti in questo percorso di rieducazione. L’autore consiglia di allenarsi all’uso di affermazioni eufemistiche, quindi un dio campanaro, dio pop, massaia la madonna, madama la madonna. In associazione alla parola «mannaggia», in particolare, ci sono diversi sostituti che si possono utilizzare per creare locuzioni inoffensive ancorché efficaci. Oppure possiamo navigare nell’arte e cercare altrove, come nella lista delle «parole che sembrano bestemmie ma non lo sono» di Elio e Le Storie Tese: ORTO BIO! PORNO DIVO! BIOPARCO! DIPORTO! In questo caso è essenziale volume e intonazione della voce.

In coda a questo utilissimo manuale l’autore indica esercizi con diversi gradi di difficoltà per allontanarsi dalla pratica della bestemmia in quattro, o al massimo otto settimane. Attenzione però: ascoltare Radio Maria o in alternativa Radio Italia senza bestemmiare richiede la preparazione di livello avanzato.