Passione e malattia nei testi di Andrea Pomella: una riflessione

David Valentini

Quello di Andrea Pomella è diventato un caso rilevante quando lo scorso anno ha pubblicato con Einaudi L’uomo che trema, un testo di non semplice gestione a metà fra romanzo e memoir che tratta il termine spinoso della depressione dal punto di vista – lucidissimo – del malato stesso. Come ho provato a spiegare nella recensione a quel testo, la difficoltà sta proprio nel provare a raccontare la malattia mentale in primo luogo attraverso una narrazione a caldo, senza l’utilizzo di metodi e strumenti tipici della medicina; e in secondo luogo, nell’essere al contempo narratore e attore (ancorché passivo, dovendola subire, la malattia), ossia nel dover parlare di qualcosa che si sta al contempo vivendo, e questo in quanto «l’osservatore, che è elemento interno al sistema, modifica il sistema stesso distorcendo così la percezione».

Prima di pubblicare L’uomo che trema, tuttavia, Pomella aveva esordito con add editore, nella collana Incendi dedicata alle passioni – quelle che «incendiano le vite, le muovono e le modificano» e che dunque meritano di essere raccontate – pubblicando Anni luce, un testo sui Pearl Jam che più che una guida o un saggio è un romanzo, uno dei pochi pubblicati da una casa editrice che si occupa prevalentemente di saggistica, biografie e graphic novel.
La scelta della collana Incendi, tuttavia, è quella del narrare una passione attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta e qui, in questo punto preciso, avviene il punto di contatto fra L’uomo che trema e Anni luce: la malattia mentale, come la passione, cambiano connotati quando si passa dalla descrizione esterna e per quanto possibile oggettiva alla narrazione interna, ossia di chi la subisce.

Non a caso uso lo stesso verbo – subire – per indicare il modo di rapportarsi a questi due fenomeni, pur diversi: leggendo entrambi i testi di Pomella emerge con prepotenza come sia la malattia (fisica o mentale, anche se per ammissione stessa dell’autore le malattie mentali sembrano avere uno status privilegiato all’interno del panorama sociale) sia la passione abbiano la capacità di travolgere e totalizzare l’attenzione dell’individuo, che davanti al loro cospetto nulla può se non assistere al miracolo, o più spesso alla catastrofe. Tutto questo a gran detrimento di secoli e secoli di filosofia moderna che tanto hanno puntato sulla pura razionalità dell’essere umano, il quale si rivela invece un coacervo di pulsioni, emozioni, sentimenti il più delle volte non solo irrazionali bensì a-razionali, ossia quanto di più distante dalla ragione. Lo sa bene chi si ritrova a emozionarsi senza parole davanti a una canzone: Pomella parla della coda di Black dei Pearl Jam, ma personalmente parlando posso citare la coda di Sultans of Swing dei Dire Straits nella versione live dell’Alchemy Tour, oppure l’intro di Firth of Fifth dei Genesis. Insomma, lo sa bene chi si è trovato paralizzato davanti alla bellezza di un quadro, leggendo le pagine di un romanzo, o anche più semplicemente davanti a un paesaggio innevato. Sono, questi, sentimenti che nulla hanno a che fare con la ragione, in grado di dilatare il tempo fino a fermarlo.

Il tema centrale di Anni luce, in ogni caso, resta la giovinezza, quel momento delle nostre vite in cui ogni cosa è vissuta con furore, in cui le ideologie e i sogni sembrano infiniti, salvo poi venir ridimensionati quando, anni dopo, ci si scontra con le realtà della vita lavorativa, della famiglia, di un appartamento da comprare. Pomella stesso cade vittima di questa illusione: tutto ci sembra distante e lontano, pensiamo di non diventare mai quegli uomini e quelle donne che vediamo tornare la sera dal lavoro con l’espressione cupa. E invece, sembra dirci continuamente.

La forza di Pomella, in Anni luce così come – e anzi maggiormente – ne L’uomo che trema, sta nell’aprirsi al lettore, nel mettersi a nudo nelle proprie parole come spesso soltanto chi è da solo nell’intimità delle proprie riflessioni riesce a fare. Se vogliamo credere alla sua buona fede, dobbiamo accettare il fatto che ciò che leggiamo nei suoi testi non è in alcun modo stato sottoposto a quell’opera di celamento che molti autori compiono: per raccontarvi la mia storia modifico nomi, luoghi, personaggi, persino gli eventi, così da non sentirmi esposto in prima persona sul palco, le luci puntate su di me. Pomella invece non risparmia niente e porta sulle pagine – in pasto a noi lettori, che diciamoci la verità siamo sempre alla ricerca di una storia interessante, ma anche spesso di un dolore che distragga dal nostro, che spesso viviamo di Schadenfreude – la propria passione, il proprio passato, la propria sofferenza. Ne L’uomo che trema è in grado di trascinarci fra le pieghe oscure della depressione più nera, mentre con Anni luce – un testo decisamente più “leggero” – (ri)viviamo gli anni novanta e la lucida follia del grunge.
È forse questo un modo per esorcizzare le paure, attraverso una sorta di confessione laica?

Ho un ricordo vivido di Pomella: siamo alla libreria Altroquando, a Roma, per la presentazione de L’uomo che trema. Lui è seduto in fondo alla sala gremita di gente, lo vedo oltre le teste. Sta parlando della depressione e racconta del suo angelo custode, la compagna che gli dona forza e lo sostiene; suo figlio gioca a un metro da lui, si volta ogni tanto quando il padre lo nomina. In quel momento, mentre parla di loro, della sua famiglia che è lì presente eppure sembra non esserci per quanto dirette sono le sue parole, nasce la domanda: è un bisogno che abbiamo tutti quello di volerci esporre, nudi, a braccia aperte, davanti a una platea che non risparmia mai giudizi e che sa essere sì compassionevole ma spesso anche crudele?

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↔ In alto: foto © Engin Akyurt from Pexels