È morto Maggio

Marco Morana

Lannaro è nervoso quando attacca. Testa bassa e dribbling per sempre. Glielo dice pure Maggio a Lannaro, con la tua pomata non vinciamo mai. E infatti noi picciotti del Villaggio perdiamo tutte le partite. I picciotti del Lido invece le vincono. Ci chiamano peri tunni perché manco un gol riusciamo a fare. Però non è che loro sono tanto bravi per la quale. Si allenano pure d’inverno, per questo fanno gli schemi e spunnano la rete. Poi arrivano i Fumeri. U campu è nostru, itivinni o v’ammazzamu a lignati. Perché?, ci dice Maggio. Picchí c’avemu a sghidda. Lannaro con i Fumeri cala la testa. Maggio vucìa perché prova a difenderci, ma solo tanticchia. Anche se ha la stessa età dei Fumeri non ci può fare niente, perché quelli c’hanno la sghidda e caffuddano. Magari pure una coltellata ci danno.

Dopo la partita ci buttiamo sempre a mare ma oggi no. Oggi a Maggio ci è arrivata la macchina. Suo padre c’ha comprato la macchina spacchiusa e lui non vede l’ora di andare a prendere a Zagara. È sabato e di sabato la porta mangiarsi la tabisca e poi forse in discoteca a Mazara. Dice che si sposano.
Giglio dice invece che a Zagara tutti ci fanno i ditalini.

Con Maggio c’ho parlato una volta, al feo dietro al Villaggio, quello dove ci buttano le televisioni. Mi ha detto che l’anno prossimo va all’università al Nord perché qui non ci sono gli occhi nemmeno per piangere. Quando ci ho chiesto se si porta a Zagara, ha detto che al Nord non ce la mandano.
E che problema c’è?, me la sposo dopo, ha detto, quando ho il lavoro e tutto quanto. E poi mi ha detto teccà, stappa stu bise. Io ci ho detto: Maggio, non sono grande come te, sono un cagnolo, la mamma non vuole che fumo. E lui mi ha detto: fumare ti fa arricialare perché ti diverti e non pensi alle cose brutte e ti fa scaccaniare senza motivo. Io non pensavo a cose brutte però ho fumato lo stesso. Quando ho tirato marò che confusione! Sapeva di cassata e pure di cualeddu, che invece è amaro e a me non mi piace. Maggio si è messo a scaccaniare all’asinità, io ci ho detto: che ci ridi? Lui mi ha detto: rido perché sei picciriddo e non sai fumare. Poi mi è venuto pure a me di scaccaniare e siamo stati attipo mezz’ora accussì seduti sulle televisioni spasciate. Anche se è grande Maggio è simpatico. Giustamente c’ha la compagnia dei grandi, non è che può stare con noi cagnoli. Lo vedo sempre con i suoi amici a tampasiare alla gelateria Stella. Solo che noi ci andiamo per il cono Puffo, loro invece si prendono le birre e pure qualche Breezer. Quando è con loro, Maggio non mi calcola, attipo che io lo saluto e lui fa finta che non mi vede.

Ma io lo so che Maggio è amico mio. Da grande voglio diventare come lui, perché anche se si è comprato la macchina spacchiusa con noi ci gioca eccome.

Poi arriva Giglio. Dice che Maggio s’inghiappao al muro. Vicino al villaggio, na scinnuta Satàna s’inghiappao. Dice che stava andando da Zagara e la macchina ha fatto putupum. Ora c’è un macello di ambulanze e polizia. Dice che a Maggio ci è uscito il cervello dalle orecchie. Nel frattempo nelle fogne del laboratorio di Racoon arriva il coccodrillo gigante. Marò che schifo!, grida Lannaro.
E poi mi mette una mano sul ginocchio. La mano è sicca sicca che pare di vucciarda. Il coccodrillo gigante è così gigante che manco ci passa nel tunnel. Ci spariamo, ma lui non muore. Corriamo e ci insegue. Poi il coccodrillo gigante morsica una bombola esplosiva. Ci spariamo e allampo esplode. Poi lascio il joystick perché la musica mi mette agitazione, ma a Lannaro non ce lo dico perché non voglio fare lo scantulino. Lannaro mi dice di non scassarci, ma io apro la persiana e torna la luce. Sentiamo le voci del Villaggio. Parlano dell’incidente che ci è successo a Maggio. Volendo ci possiamo buttare a mare col caldo che fa. Ma non è un giorno come un altro. Oggi è morto Maggio, anche se è agosto. Dico che fa, scendiamo? Ma non mi va per la quale di stare con gli altri e tutto quanto. Perché io non so come mi devo comportare quando uno muore. Perché a me non mi è mai morto nessuno. A Lannaro, invece, ci è morta la sorella. Manco l’ho conosciuta, però lo so che ci è morta. Adesso che succede?, ci chiedo io. Maggio che fine fa? Lannaro dice che fra due giorni fanno il funerale. E dove se lo tengono tutto questo tempo?, penso io. Lo tengono nel frigo? E non finisce scafaruto che poi fa puzza attipo i gatti morti al lungomare? Questo però non ce lo dico, lo penso e basta. Sembra troppo brutto visto che c’è morta la sorella. Una volta Giglio ha detto che è per questo che Lannaro è siccu caliato. Ha detto che c’ha un problema nella testa che ci hanno dovuto dare le medicine per farlo mangiare, ma io non ci credo. Però per sì e per no non ci faccio altre domande.

Quando scendo passo davanti a casa di Maggio. U zì Tufo dice che l’arrustuta a Ferragosto non si può fare e nemmeno il karaoke. Per il torneo di scopone dobbiamo vedere, tanto è a settembre e magari che male c’è. La signora Cuto dice che si ritira in città, l’estate è finita e c’appizzamu un picciotto, e quindi ci sembra peccato stare ammare e fare fistina. Mia madre è a casa davanti alla bara a fare la veglia, ma io non ci entro. Davanti a quella casa manco ci passo perché ho paura di Maggio morto. Non è per male. Poi al cimitero ci vado a portargli i fiori, e pure le preghiere ci dico. Però vederlo morto nella bara scoppolata non mi piace.

È ora di cena. Mia madre ha coperto la televisione con la tovaglia del mare perché c’è lutto. Mi mangio due viustel crudi e poi salgo in camera mia. Mi sdraio e arriva il coccodrillo gigante. Leon sembra Lannaro, Claire sembra Zagara e Sherry sembra Sherry, quella del gioco spiccicata. Il coccodrillo ci parla e dice che dobbiamo lasciargli il campo perché sennò ci ammazza a lignate, perché lui è il coccodrillo con la sghidda, e ci fa vedere la sghidda nello sticchio della fronte che ci hanno dato attipo venti punti. Allora vado in terrazzino. Mi affaccio, nella casa di Maggio è ancora tutto acceso. Si sentono i lamenti delle vecchie e mi ricordo quando ero piccolo e andavo al rosario e pregavo con l’anello.

La mattina mi brucia la pancia. Mi brucia sempre la pancia quando mangio i viustel però li mangio lo stesso perché mi piacciono. Vado in spiaggia e incontro Giglio. Mi dice che lo spacchime fa crescere i peli. Mi fa vedere l’ombelico e mi dice vedi, questi peli sono nuovi, prima non ce li avevo. A me quando me la mino niente mi cresce, ci dico io. Certo, non ti devi lavare subito, dopo che lo spacchime esce devi farlo stare lì per tre giorni, dice lui. Penso allo spacchime e mi viene di rovesciarmi. Poi Giglio si mette a parlare di Lannaro. Con questa cosa di Maggio che è morto secondo lui lo mettono al manicomio. Ci dico che i manicomi sono chiusi, e lui mi dice: se se, e tu ci credi, picciriddo? Picciriddo, sei un picciriddo!, mi sfotte. E poi mi dice che lui una volta l’ha visto un manicomio vero, con dei pazzi veri con le camicie di forza. L’ha visto a Levanzo, nella grotta dell’isola, in un posto dove ci puoi arrivare solo con la barca di suo zio che sa il mare come casa sua. Lì i pazzi non possono fare nulla a parte guardare gli scogli e gli altri pazzi. Lannaro finisce lì, dice lui. Allora io ci dico che secondo me lui il manicomio lo conosce perché c’è stato. Giglio dice che non è vero, che lui non è foddre. E io ci dico: se non sei foddre allora perché ti facevi leccare la ciolla dal cane? Lui accumincia a scaccolarsi come fa sempre quando non sa soccu dire. Dice che non era il cane suo, e io ci dico: e che ci fa se non era tuo? Sempre cane era, Giglio, fa schifo farsi leccare la ciolla dagli armali. Lui dice che era il cane che voleva leccargli la ciolla, perché lui parla la lingua dei cani e quindi lo sa. Se vabbè, ci dico io, e me ne vado.

Poi vado al campetto, che è vuoto col caldo che fa. C’è cuagghiume, cuagghiume attipo che non si muove niente e tutto suda. Papà ha comprato il timballo, mangiati quello, mi dice la mamma a telefono. Papà oggi a lavoro non c’è andato. È andato con gli altri del Villaggio a comprare le corone e a parlare coi becchini. Strano, papà ci va sempre a lavoro. Se per esempio c’ha il raffreddore o la sciolta (lui soffre di sciolta potente, la chiama turcigghiune attipo per dire che le budella si attorcigliano e ci viene di farla dappertutto), il negozio non può chiuderlo perché da quando il commesso è scappato con la cassa e l’ha dovuto denunciare agli sbirri lui ci deve andare tutti i giorni in negozio. Mentre mangio il timballo penso che è un peccato che Maggio è morto d’estate. Tutti si divertono, girano coi pedalò e vanno alla gelateria Stella oppure giocano con la Play Station mentre lui è nella bara. Io se muoio voglio morire d’inverno. Ma no a Natale che ci sono i regali. A febbraio posso morire, tanto le gelaterie sono chiuse.
Poi tolgo la tovaglia dalla televisione e metto Banzai perché non voglio pensarci più.

William è il padre di Sherry ed è quello che ha combinato tutto sto bordellissimo della Umbrella e del virus degli zombie. Dicono che William è il nemico più importante, e infatti si trasforma. Ci esce un occhio dalla spalla, ma no un occhio piccolo, un occhio grande grande attipo pallone di calcio. William sembra una persona che ha dentro un mostro che gli spinge la pelle. E infatti alla fine questo mostro esce e dobbiamo distruggerlo. Pero non ci muoviamo. Siamo fermi attipo statue e William ci mangia. Dico a Lannaro di spicciarsi ma lui sta piangendo. Non è che lo fa vedere, si trattiene attipo che le lacrime lo spingono da dentro. Forse pure lui c’ha un mostro attipo trasformazione di William che vuole uscire. Che faccio? Penso di staccare il gioco e aprire la finestra per la luce, ma Lannaro mi abbraccia. Stiamo abbracciati e mi pare ancora più siccu di prima. Sei quattro ossa attaccate ca sputazza, ci dico io, e lui mi dice che io sono arancina perché sono un po’ grassottello (è vero, ma tanto poi dimagrisco). Ci sdraiamo e io per farlo ridere ci dico che Giglio mi ha detto che lo spacchime fa crescere i peli. Giglio è foddre di catini, si fa leccare la ciolla dal cane e dice pure che a Zagara tutti ci fanno i ditalini. Lannaro dice che sono veri i ditalini. E pure chiossai. Zagara ficca. Ficca proprio, l’ha vista lui. Ficcare veramente? Sì, con due amici di Maggio al falò dell’anno scorso ci ha ficcato di bella nella torretta del bagnino. E Maggio lo sa? Certo che lo sa, dice lui. Attipo che ci piaceva che la sua zita se la ficcavano pure gli altri. Poi mi abbassa il costume e mi tocca lì sotto. William Birkin è diventato un fiore di sangue pieno di denti.

In difesa ci gioco io al posto di Maggio. Lannaro accumincia a fare dribbling e controdribbling ma tanto i picciotti del Lido ci levano sempre la palla. Ci dico a Lannaro che con la sua pomata non vinciamo mai. E infatti ci fanno sei gol. Sei gol ci fanno. I picciotti del Lido ci chiamano peri tunni perché non segniamo mai. Però non è che loro sono tanto bravi per la quale. È logico, se giocate pure d’inverno è normale che ci spunnate la rete. Loro dicono che d’inverno non si vedono mai. Giocano solo d’estate come noi al Torneo della Costa. Quindi siamo davvero peri tunni. Poi arrivano i Fumeri. Uno ammutta Lannaro, che cade a terra perché essendo siccu caliato è leggerissimo. Ci dice ‘u campu è nostru. Perché?, ci dico io vuciannu. Picchì c’avemu la sghidda, e ci fa vedere la pelle tutta nuova che pare di coccodrillo. Poi esce il coltello, quindi caliamo la testa e ce ne andiamo. Ma siccome siamo impanati di sabbia ci buttiamo a mare. Mentre faccio la stella chiedo a Lannaro se secondo lui i Fumeri lo sanno che è morto Maggio. Figurati che ci frega ai Fumeri di Maggio, mi risponde. Io però non mi faccio persuaso. E se ci muore un amico a loro? Voglio sapere che succede se uno dei Fumeri muore. Magari attipo mentre fanno una rapina. Oppure mentre si drogano. Oppure uno si fa una sghidda e ci esce sangue per sempre. Che succede? Pure i Fumeri piangono e fanno i rosari? Nel mentre Lannaro se n’è andato alla boa. Guarda, non sembro a Marunnuzza?, dice con il costume in testa. Mettitelo pure tu il costume in testa! Allora io mi tolgo il costume. Poi però me lo rimetto. E se qualcuno ci vede?, penso io. Non c’è nessuno però, penso sempre io. È tardi e la gente non lo sa che l’acqua più calda è adesso e quindi il bagno non se lo fa. Qui al Villaggio la gente fa quello che fanno tutti, dice Lannaro, attipo che mi ha letto nel pensiero. Ti passo sotto le gambe, mi dice, e si tuffa. Quando passa in mezzo alla spaccata mi tocca le cosce. Penso che magari c’ho le cosce troppo grosse attipo arancina e mi vergogno, ma poi mi viene il solletico e mi tuffo.

A Maggio c’è uscito il sangue dalla bocca, dalle orecchie e dagli occhi. Forse c’è partita tutta la testa che ce l’hanno dovuta riattaccare ma io ci vado lo stesso al funerale tanto la bara è chiusa. La signora Cuto dice che co sto cuagghiume potente non ci torna in città anche se c’appizzamu un picciotto, e quindi alla fine resta ammare anche se fistina niente più. U zì Tufo porta la bara insieme a papà e agli altri maschi del Villaggio. Il prete ci annegghia con l’incenso e mi viene di rovesciarmi. Poi il signor Maggio si butta sulla bara e comincia a tuppuliare, torna qui, ci dice a Maggio, cioè a suo figlio, non te ne andare, comu ci potti appizzare un figghiu! Tutto questo mentre si mangia i fiori e strappa la vesta del prete, che ci deve dare una marruggiata con la croce per fermarlo. Poi viene l’ambulanza e se lo carrica mentre i becchini si carricano a Maggio.

Al cimitero ci arriviamo sudati acqua. I muratori mettono i mattoni a uno a uno. Le corone si sono già seccate col cuagghiume che c’è. Per adesso manca il nome. Ci vuole tempo, dice Lannaro. Il cemento deve prendere. Le lettere le devono stampare. Costano cinque mila lire a lettera. Marò, è assaissimo!, penso. Per il mio nome quindi ci vogliono sessanta mila lire. Speriamo che ce li ho quando muoio altrimenti mi lasciano senza nome. Poi Lannaro mi dice: adesso scoppia. Cosa scoppia?, ci chiedo io. La bara, mi risponde. I gas che fanno i morti la scoppiano.

Al ritorno passiamo dalla scinnuta Satàna. Non mi faccio persuaso: come ha fatto Maggio a inghiapparsi al muro se è tutta dritta? Non lo capiscono nemmeno gli altri picciotti del Villaggio. Forse si era fumato qualche bise, penso io, ma non ce lo dico, perché Maggio quando fumavamo mi diceva se lo dici agli altri t’ammazzo, anche se alla fine è morto lui. Però mi dispiace che è morto lui, perché Maggio era attipo amico mio. Giglio mi fa vedere i peli nuovi. Dice che se ti metti lo spacchime nelle ferite guariscono allampo.

Poi trovo Maggio. È nelle fogne del laboratorio di Raccoon. Il cervello ci cola dalle orecchie e un occhio gigante ci esce dalla spalla. Mi dice che non si fa. Che lui mi ha visto l’altro giorno a casa di Lannaro. Facevate fitinzie, l’ho visto con quest’occhio, dice, e si alliscia l’occhio che ci esce dalla spalla. E poi rutulia che ci ha visti al mare che ci siamo tolti il costume e abbiamo giocato alle Marunnuzze. Io ci rispondo che non è vero. Lui mi dice che sono foddre peggio di Giglio. Allora io ci dico va bene, è vero, ma è stato Lannaro a cominciare. Lui non mi fa finire di parlare e lo dice in coro con me. Attipo che è dentro di me mentre parlo. Io ci dico che mi chiedi a fare allora se sai tutto? Lui mi dice: io parlo d’arrassu, sono morto. Allora se sei morto, ci dico, perché non te ne vai dal Villaggio e ci lasci in santa pace? Ma lui non ha il tempo di rispondermi, diventa il fumo dell’incenso e manda un feto fortissimo che mi viene di rovesciarmi.

La sera la mamma cucina e papà si guarda Banzai. La casa è tornata normale. Spero che Maggio non ce l’ha detto pure a loro delle fitinzie e tutto quanto. Perché sono scantato? Perché vedo che sono mussiati. Non vuciano fra loro come al solito. Non sparlano la signora Cuto o lo zì Tufo o gli altri del Villaggio. Stanno muti col musso torto attipo che ce l’hanno con me. Poi mia madre spegne la televisione. Lo Scarabeo non te lo compriamo, dice lei, e mio padre cala la testa. È troppo pericoloso, soprattutto d’estate. Col cuagghiume alla gente ci parte la testa. Però tu puoi uscire, ti portiamo dove vuoi e ti veniamo a prendere pure alle tre di notte. Va bene, ci dico. Però ci dico pure che Maggio è morto con la macchina, non con lo Scarabeo. E quindi poi a diciott’anni che fa, manco la macchina mi comprate? Mio padre mi dice a diciott’anni poi si vede.

Tampasio un poco perché c’è troppo cuagghiume. Certo non è che sono contento che non c’avrò lo Scarabeo come gli altri. Però manco dispiaciuto per la quale. L’importante è che Maggio non ci ha detto nulla al papà e alla mamma di quello che ho fatto con Lannaro. Però perché Maggio è ancora qui e non è andato in Paradiso? Può essere che è venuto solo da me perché non sono andato a trovarlo alla veglia e si è offeso? Oppure può essere che ci vuole qualche giorno prima che il Signore se lo porta? Un’altra cosa può essere che ha preso il virus degli zombie e quindi è mezzo morto e mezzo vivo. Arrivo davanti a casa sua. Mi scanto, però mi avvicino lo stesso alla persiana. C’è buio. Non si sente niente. Trasu. Sherry Birkin è stata contagiata e bisogna trovare il vaccino. Però non abbiamo tempo, il laboratorio si sta autodistruggendo e devo salvare Claire e Leon.

Alla vigilia di Ferragosto l’anno scorso abbiamo scialato. C’era il karaoke e pure l’animatore. La signora Cuto aveva fatto il cuscusu. C’era il torneo di scopone, la gara di barzellette, c’era nata la nipote allo zì Cuto e tutti eravamo contenti e scaccaniavamu all’asinità. Quest’anno c’è silenzio per sempre. Mi sento un po’ in colpa che io esco e Maggio non può. Però pazienza, che devo fare? Me l’ha detto anche la mamma che tanto non c’è niente da fare. E poi tu sei picciotto, ha detto lei, ti devi divertire. A certe cose non ci devi pensare.

Quando vai in spiaggia di notte la sabbia è fredda e se l’annusi fa ciavuru di bagnato. Io non ci sono abituato perché la mamma non vuole che di notte vado in spiaggia tranne quando è Ferragosto. A me mi piace perché non sembra la spiaggia di giorno, sembra proprio un altro posto diverso anche se è davanti al Villaggio. I picciotti del Lido hanno fatto un falò con le casce del mercatino. Maggio è lì dentro che brucia e fa feto d’incenso. Ora c’ha l’occhio gigante al posto della testa e dall’occhio può parlare perché è pure una bocca che però ci vede. Teccà, stappa stu bise, mi dice. Stappa stu bise, cucì. E scaccania, scaccania all’asinità mentre il cervello ci esce dalla bocca con tutto il sangue e le budella. Mi viene di rovesciarmi, e ci dico: vattinni!, vattinni, Maggio!, e butto un gavettone sul fuoco per farlo andare via. Il fuoco si spegne e i picciotti del Lido mi prendono a male parole. Faccio finta che ho sbagliato a buttarci l’acqua e loro dicono che non solo ho i peri tunni ma pure la mira. Però sono buoni e mi passano la birre, bevo, e mi passano i Breezer, e siccome io non bevo mai (anzi forse è la prima volta) accumincia a girarmi la testa di bella. Poi arriva Giglio che mi invita a fare ditalini a Zagara che è dentro la torretta del bagnino. Se ci vai gli infili il dito, basta che aspetti il turno. Io non so come si fa con le femmine e mi vergogno. Picciriddo, picciriddo sei! Non sai nemmeno com’è fatto uno sticchio, mi dice. Allora io prendo a Giglio e ci dico ora ti faccio vedere io quello che so fare, portami da Zagara che ci infilo tre dita nello sticchio, e pure quattro. Quindi andiamo alla torretta e viene pure Lannaro, i Fumeri fanno la fila per farci i ditalini a Zagara. Allora mi viene il nervoso, ci dico a Giglio perché mi hai portato?, per farmi scannare a lignate dai Fumeri?, e lui dice così ti impari a dire che mi faccio leccare la ciolla dal cane, e io ci dico che l’ha detto pure lui che se l’è fatta leccare e veramente ha detto anche che coi cani lui ci parla, ma nel mentre vedo i Fumeri che scaccaniano e dicono pulla, sta pulla di Zagara! mentre però sono in fila per farci i ditalini. A me mi viene il nervoso perché Maggio era amico mio, e ci dico ai Fumeri di andare via perché Zagara è zita e il suo zito è morto da manco una settimana e non è giusto. I Fumeri si annervano, uno mi ammutta, io ci sputo, Lannaro ci dà un calcio e accumincia la sciarria potente. Quelli cafuddano, noi caffuddamo e combattiamo con Birkin che è diventato attipo un cane che salta con una testa di zanne. Un Fumere ci dà un pugno a Lannaro, che è siccu caliato e accumincia a vuciare ahiai ahiai. Io provo a darci un’arrivissina, ma quello c’ha la sghidda e mi fa fare un volo. Mentre sono sulla sabbia che la sento tutta fredda sotto di me il Fumere esce il coltello e mi dice ora ti tagghiu i cannarozza, ti tagghiu i cannarozza e ti fazzu nesciri i bureddra.

Ma poi arriva Maggio con il lanciarazzi e i Fumeri si scantano di vedere attipo un fantasma e corrono come i picciriddi. Giglio pure sbianca e corre appresso a loro. Poi iniziano i botti e Maggio vola nel cielo con gli altri fuochi d’artificio, e insieme ai fuochi si spampina pizzuddra pizzudra, e poi non c’è più. Io penso che se mi ha salvato magari vuol dire che anche lui pensa che siamo amici, forse c’è piaciuto che ho difeso a Zagara, ma poi non ci penso più perché devo aiutare Lannaro ad alzarsi. Abbiamo vinto contro i Fumeri con la sghidda, ci dico a Lannaro. Piano piano lui si alza. Guarda, c’hai la sghidda, mi dice, t’hanno aperto la faccia col coltello. Mi tocco la guancia, il sangue è verde fosforescente attipo fuoco d’artificio. Ci buttiamo a mare, l’acqua è calda e nivura brodo di seppia che abbrucia la ferita. Vieni, andiamo alla boa, mi dice Lannaro, tanto così lontano la gente non ci va. Poi si toglie il costume, se lo mette in testa attipo Marunnuzza e parte a musculiata. Il cielo fa un bordello bordellissimo e pare che si apre, i botti ci bummiano dentro il petto, William Birkin fa l’ultima trasformazione con tanti occhi e tentacoli per sempre, mi tolgo il costume, me lo metto in testa e scendo dal treno mentre esplode.

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↔ In alto: illustrazione © concept art Resident Evil 1.5