The Irishman: l’America è nata nelle strade e muore in un ospizio

Leonardo Giorda

Era il 1990 quando usciva nelle sale Goodfellas (Quei bravi ragazzi), un film che si lascia vedere e rivedere senza perdere il fascino e la forza che ne fanno uno dei titoli più riusciti di Scorsese; cinque anni dopo, Casinò – un film meno conosciuto ma altrettanto valido – ha riportato sullo schermo lo stesso mondo sotterraneo, popolato dagli stessi oscuri personaggi. Sono passati ventiquattro anni da allora ma The Irishman potrebbe tranquillamente essere stato girato a giorni di distanza dagli altri due. Più vecchi, più affannati e forse più stanchi, Scorsese, De Niro e Joe Pesci sono ancora lì. E sono proprio loro, tali e quali a come ci avevano lasciato quasi un quarto di secolo fa.

La musica pop/lounge primi anni ’60, i lunghi carrelli e i piani sequenza (marchi di fabbrica di Scorsese) ci restituiscono gli ambienti in cui si muovevano i protagonisti di Goodfellas. Non senza un pizzico di autoironia, però, i ristoranti lussuosi lasciano spazio a una casa di riposo: è qui che il vecchio Frank “Irishman” Sheeran (Robert De Niro) comincia il suo lungo flashback. Il racconto dell’irlandese si concentra sul rapporto di sincera amicizia con due uomini di spicco: Russel «Russ» Bufalino (Joe Pesci), boss di una nota famiglia della mafia di Philadelphia, e Jimmy Hoffa (Al Pacino), sindacalista di grande rilievo con una mano nella politica e l’altra nel crimine. Tratto dal libro inchiesta di Charles Brandt I Heard You Paint Houses, che prova a far luce sulla sparizione di Hoffa, il film ci svela la storia di Frank, seguendolo mentre si fa strada a forza di omicidi nel mondo del crimine organizzato e passa da semplice ladro a intermediario principale fra boss della malavita e sindacati. Sul mistero attorno al decesso di Hoffa, scomparso senza lasciare traccia nel 1975, fu fatta chiarezza dallo stesso Sheeran, che diede la sua versione dei fatti in un’intervista rilasciata a Charles Brandt. Prendendo come pretesto uno dei casi di cronaca più noti del ventunesimo secolo, Scorsese svela la faccia nascosta degli Stati Uniti ripercorrendo un ventennio di storia americana nei legami tra mafia e governo: la crisi dei missili di Cuba, il Watergate e l’assassinio di Kennedy vengono tutti riletti in termini di perdite e profitti agli occhi degli uomini nell’ombra.

La regia di Scorsese, coadiuvata dalla fotografia impeccabile di Rodrigo Prieto, non è invecchiata di un giorno e riesce comunque a rimanere molto attuale. L’underworld italo-americano, invece, sembra aver perso quel lato glamour fatto di privilegi, soldi e donne che aveva caratterizzato i primi film del regista. Questa è una storia di scelte difficili e legami spezzati, più vicina a The Departed che A quei bravi ragazzi; la sensazione è accentuata dall’atmosfera cupa costruita dalle musiche originali di Robbie Robertson. Uno degli aspetti più innovativi del film è il largo uso di CGI che permette a De Niro, Pacino e Pesci di interpretare personaggi trent’anni più giovani rispetto all’età effettiva degli attori. Il risultato, anche se sorprendente, non è ancora impeccabile, ma dopo i primi minuti subentra la sospensione d’incredulità e quanto era rimasto di artificioso sparisce agli occhi dello spettatore.

Ci voleva Scorsese per far uscire Joe Pesci dal suo ritiro anticipato e soprattutto per far tornare a recitare veramente De Niro e Pacino che negli ultimi vent’anni – con interpretazioni non solo poco memorabili ma che sarebbe meglio dimenticare – erano quasi riusciti a cancellare quanto di strepitoso avevano fatto in precedenza. I tentativi di portare insieme sullo schermo questa wonder couple c’erano già stati: nel Padrino parte II sono co-protagonisti ma non si incontrano e nel 1995 i due, all’apice del successo, recitano insieme in Heat – La sfida, per poi scontrarsi di nuovo nel 2008 in Sfida senza regole. Nonostante Heat abbia la sua dignità e il suo pubblico di aficionados, non erano questi i risultati che ci si aspettava dal tanto atteso incontro tra questi mostri sacri. In The Irishman il desiderio di tanti cinefili viene appagato, l’alchimia c’è e l’intesa tra Bob e Al si avverte finalmente in tutta la sua potenza. Le due interpretazioni – come quella di Joe Pesci – sono di grande livello; qualche movimento appare goffo per via dell’età, ma entrambi riescono a fare della vecchiaia un’arma in più.

The Irishman è un film che s’innalza a epica moderna come hanno fatto Novecento di Bertolucci, C’era una volta in America e pochi altri, una rara tipologia cinematografica a cui Scorsese aveva già in passato strizzato l’occhio con Gangs of New York e che qui abbraccia completamente. Il risultato è straordinario, Scorsese è ancora in grado di stupire e dimostra di saper essere ancora all’altezza dei suoi grandi lavori del passato. Vero protagonista è lo scorrere del tempo, implacabile agli occhi del regista: tutto viene dimenticato, tutto seppellito. «Jimmy Hoffa? Ah sì, è uno che è sparito o qualcosa del genere».