Racconti italiani, secondo Jhumpa Lahiri. L’identità italiana tra familiare ed estraneo.

Rossella Monaco

C’è molto di Jhumpa Lahiri scrittrice, in questa antologia. Sue sono l’introduzione e la selezione dei racconti e degli autori, tutti italiani, e suo è soprattutto il punto di vista, quella visione del mondo che ha caratterizzato fino a oggi le sue opere – e la sua vita, per quello che lei stessa ci racconta. Così, anche se Racconti italiani scelti e introdotti da Jhumpa Lahiri (Guanda, 2019) non è stato scritto dall’autrice statunitense, che si è occupata “solo” della curatela, finisce per diventare parte della sua produzione.

La storia di questo libro è un’eccezione nel panorama editoriale.

Concepito inizialmente per il pubblico anglofono, per far conoscere fuori patria alcuni grandi nomi della letteratura italiana del Novecento, ha finito per risultare interessante anche per il lettore italiano. Tanto che Lahiri ha pensato di farne un’edizione anche qui, in Italia, spinta dalla consapevolezza che molti degli autori e dei racconti compresi nell’antologia fossero dimenticati da decenni.

Gli autori sono 40: Alvaro, Arpino, Banti, Bianciardi, Bilenchi, Bontempelli, Buzzati, Calvino, Campo, Cassola, Cialente, D’Arzo, De Céspedes, Deledda, Delfini, d’Eramo, Fenoglio, Flaiano, Gadda, Ginzburg, Landolfi, Levi, Manganelli, Morante, Moravia, Ortese, Palazzeschi, Parise, Pavese, Pirandello, Ramondino, Romano, Saba, Savinio, Sciascia, Svevo, Tabucchi, Tomasi Di Lampedusa, Verga, Vittorini. Presentati nel testo in ordine alfabetico inverso.

Lahiri ci dice di aver dato importanza nella selezione anche alle donne e agli autori che non hanno avuto molto successo in Italia (ieri come oggi), affermando di fatto la sua attenzione per le minoranze, per ciò che non è sempre visibile seppur fondamentale per costruire l’intero. Inoltre ci avverte fin da subito, negli apparati, dello scarto tra il punto di vista del lettore inglese e quello del lettore italiano: il primo leggerà i racconti in traduzione e gli apparati in lingua inglese; mentre il secondo farà il contrario: leggerà i racconti nella lingua in cui sono stati scritti e ideati e gli apparati in traduzione dall’inglese all’italiano. Già di per sé, è un’operazione strana per il nostro mercato, abituato negli ultimi anni a vivere di luce riflessa rispetto a quello anglofono. E lo capiamo ancora di più se ci soffermiamo sulla biografia di Jhumpa Lahiri.

Autrice statunitense di origine bengalese, nata in Inghilterra, porta nei geni una sensibilità per l’estraneo che diventa familiare, e poi ancora straniero, in un circolo senza fine. Nel 2000 vince il Premio Pulitzer per la narrativa per la sua prima raccolta di racconti L’interprete dei malanni, scritta in lingua inglese. In seguito, oltre a diventare docente di Scrittura Creativa alla Princeton University, dove oggi riveste la carica di Direttore, ottiene una serie di successi letterari uno dietro l’altro.

La sua passione per l’Italia inizia comunque molto prima. È una giovane neolaureata quando visita la città di Firenze e, entrando in contatto con la lingua locale, si innamora dell’italiano (lei stessa ha più volte ammesso di aver avvertito fin da subito la necessità di apprenderlo, di farlo proprio).

Il suo lungo percorso di studio culmina nel 2015 con la pubblicazione del primo libro nato direttamente in italiano. In altre parole è un testo che fa molto discutere. Molti non capiscono, infatti, perché Lahiri si allontani dalla sua lingua madre. Non proprio una scelta che si definirebbe azzeccata dal punto di vista commerciale, considerato che il quadro dell’editoria mondiale vede la prevalenza anche economica dei libri in lingua inglese, con spostamenti di capitali ingenti tra produzione cinematografica, mercato librario e nuovi media a cui i modesti introiti dell’editoria italiana neanche si avvicinano. Ma la scelta di Lahiri è una scelta di pancia, dettata da un colpo di fulmine più che da una logica commerciale o di pubblico.

Da sempre l’autrice si interessa alla dialettica tra familiare e alieno, e mettersi alla prova con una lingua non sua diventa un modo per ridefinirsi. In Dove mi trovo il tema dello spaesamento, il mescolarsi di due mondi, la fa da padrone. In altre parole è invece una sorta di autobiografia dal punto di vista linguistico e culturale, in cui racconta le vicende del suo innamoramento per l’italiano e della fatica di tenerlo allenato, anche quando in Italia non torna per diverso tempo; Lahiri ci spiega perché la lingua italiana è uno dei tre lati del triangolo equilatero che la definisce e la contorna, insieme all’inglese e al bengalese; ci confessa il timore che, una volta persi i legami con la sua famiglia di origine, il bengalese possa sparire, e che lo stesso possa fare l’italiano, in quanto lingua adottata ed «esterna».

In tutte le sue opere, in definitiva, lo scambio tra straniero e domestico è onnipresente.

Racconti italiani, nonostante non sia un’opera originale, non fa eccezione. Certo, per un italiano leggere un testo con nomi di un certo calibro per la sua tradizione letteraria, curato da una straniera che si sente a casa in Italia, può fare sulle prime un certo effetto. E già parlare di “sua”, “casa”, “straniera” ci pone di fronte a un ripensamento necessario delle categorizzazioni.

Ciò che è sicuro è che l’effetto straniante risulta provvidenziale. L’iniziativa è finalizzata a ritrovare racconti di una certa bellezza, dimenticati nella memoria – forse perché oscurati da un canone e da una tradizione che li ha relegati all’oblio? –, e a confermare la profondità di storie già lette, questa volta illuminandole con un punto di vista differente.

Spesso si pensa che la short story sia un’invenzione tutta americana. In realtà, nella tradizione italiana, la forma breve non solo è sempre stata una peculiarità, ma ha visto anche, in molti dei nomi presenti nell’antologia di Lahiri, esponenti illustri, che hanno favorito negli anni un ricircolo di idee e storie tra diversi Paesi nel mondo.

Pavese, Vittorini, Bassani, Calvino, per esempio, si sono cimentati a più riprese con la forma del racconto e l’hanno fatto avviando un dialogo oltreoceano o ripescando tradizioni popolari ancestrali. Sono stati anche editor e traduttori, oltre che scrittori. E hanno contribuito a portare in Italia tantissimi capolavori americani. Tabucchi ha costruito la sua fama di scrittore in anni di contatto con un Paese, il Portogallo, e una lingua, il portoghese, che gli hanno procurato una nuova casa e un nuovo punto di vista sulle cose.

Lo scarto tra ciò che è e ciò che non è diventa in Racconti italiani un modo per ridefinire il familiare, pare dirci Lahiri.

Molti degli scrittori dell’antologia sono stati influenzati dal loro lavoro di traduttori o, in generale, dal loro rapporto con il diverso (familiare-estraneo, uomo-animale, donna-uomo, carne-spirito, persone-oggetti). Hanno messo nel loro immaginario una certa distanza che non è sbagliato definire passionale, nonostante l’ossimoro, e che ha caratterizzato la loro intera produzione (chi è lo scrittore se non un portatore di uno sguardo “altro”?). Tutti hanno finito per scrivere traducendo dentro di loro questa distanza, diventando mediatori, all’incrocio tra espressione e identità.

Se ci pensate, scrittore e traduttore operano entrambi cercando la parola giusta per esprimere determinati significati, lavorano a orecchio per restituire un ritmo e una musicalità precisi, si affidano al bacino etimologico e all’immaginario della propria lingua che è anche sempre un bacino identitario. Il fatto che nell’introduzione la curatrice ci dica che questa antologia è pensata anche per «insegnare» la scrittura creativa, ci fornisce ancora di più la consapevolezza di una scrittrice che legge e «traduce dentro di sé». Fondamentalmente per riconoscersi, e in seguito (o contestualmente) per scrivere.

Se leggiamo con attenzione, ritroviamo un fil rouge che collega ogni racconto (seppur siano molto diversi tra loro per stile e contenuti). Riusciamo a individuare, man mano che giriamo le pagine, una trama che fa parte di ogni storia e al tempo stesso le trascende. Si potrebbe definire un «racconto del raccontare».

Molti autori del Novecento hanno affermato che ogni storia è diario che lo scrittore redige mentre impara, scrivendo, come si scrive. Un po’ contorto come concetto, ma evidente a chiunque si sia messo alla prova.

La stessa Lahiri ha sostenuto più volte che la sua incertezza nell’italiano, il fatto di dover continuamente studiare e provare a immaginare in questa lingua, la pone in un limbo in cui non si sente sicura, in cui deve riconsiderare ogni volta perché scrive e che rapporto ha con le cose di cui scrive.

Forse è anche per questo suo modo di affrontare la scrittura che nella breve introduzione che precede ogni racconto dell’antologia, in poche righe, Lahiri ci descrive la formazione artistica dell’autore che ci apprestiamo a leggere e la sua poetica. Vi troviamo immaginari e stili differenti, modi diversi di osservare il reale e fonderlo con la memoria e il tempo (presente, futuro e passato in relazione tra loro), di dargli una struttura narrativa e, quindi, una voce e un punto di vista.

Storie veriste si accostano così a visioni surrealiste, neorealiste o minimaliste. Tutte danno una voce e uno sguardo a un secolo, e vanno a comporre un caleidoscopio di colori e memorie, dicendoci molto dell’universalità dell’uomo, del suo stare nel tempo e nello spazio – quelli reali e quelli della narrazione.

In questo senso, Racconti italiani può essere considerato a tutti gli effetti un manuale di scrittura che procede per esempi e al tempo stesso un mosaico di ritratti dell’Italia, che è, agli occhi dello straniero più che a quelli di un italiano, contraddittoria, ancora adolescente, in crescita interiore.

Una costruzione identitaria che è partita da una collezione di culture e di lingue eterogenee; una storia recente che ha già visto su di sé i traumi di diverse guerre, di due conflitti mondiali, di una dittatura, di una massiccia fase di emigrazione all’estero e oggi, paradossalmente, un popolo sempre meno disposto ad aprirsi alla crescente immigrazione e allo straniero. In questo senso, nel suo crogiolo di culture ed eventi, l’Italia è un luogo di creatività molto potente, il perfetto luogo letterario.

Ci pare di vederla Lahiri, flâneuse al mercatino di Porta Portese, spettatrice e attrice nei salotti familiari di amici e colleghi, entusiasta nello scoprire un nuovo racconto, in mezzo a questo pot-pourri di sollecitazioni tra Grand Tour e cadute di stile e magna magna.

La fase di scoperta di Lahiri è stata caratterizzata da tentativi ed errori, con passeggiate narrative in boschi in cui spesso la strada maestra si è rivelata meno interessante dei piccoli sentieri in mezzo alla selva, in uno slancio quasi istintuale per l’avventura; ma la parte razionale è giunta presto a gestire l’informe, come spesso accade quando si scrive. Lahiri è molto lucida, alla fine, nel definire i criteri delle scelte e il senso di questa pubblicazione. Vuole rivolgersi a un pubblico molto ampio, italofono: italiani d’origine che vivono in patria, ma anche all’estero. Italiani che non per forza hanno origine familiare nel Paese di cui sono cittadini. Una comunità di leggenti e scriventi in italiano, dunque, che rappresenta di fatto quello che si può considerare oggi, nel mercato globalizzato di merci e persone, il fruitore reale di un libro in questa lingua.

Lahiri ci tiene a precisare che il libro non presuppone un lettore colto, o già avveduto, e per questo motivo sono stati lasciati alcuni riferimenti nell’introduzione, che per un certo tipo di lettore italiano potrebbero sembrare ridondanti o ovvi, ma che per l’idea di letteratura che lei abbraccia sono tutt’altro che inutili. Proprio il lettore accorto, viene da dire, potrebbe però essere il destinatario più conveniente di questa antologia, perché troppo spesso la padronanza di un argomento va di pari passo con la chiusura di vedute e con la ripetizione di concetti che si credono inconfutabili, portando alla sterilità creativa e di punti di vista. Portando alla morte della scrittura. E della lettura.

Vedere con nuovi occhi significa favorire differenti interpretazioni, aprirsi al diverso e, soprattutto, trovarlo, intatto, nel familiare, dentro di sé. Provare per credere.