Chi ha paura di Jane Eyre?

Giulia Martinez

Anna Burns diventa nel 2018 la prima scrittrice nordirlandese a vincere il Man Booker Prize con il suo Milkman, che in Italia arriva un anno dopo grazie alla casa editrice Keller e alla traduzione di Elvira Grassi. La stampa inglese si è domandata quanto di autobiografico ci sia nelle pagine di Burns, oltre a dibattere su una presunta difficoltà del romanzo. L’autrice ha sempre sostenuto che dal suo punto di vista il libro non è né difficile né tantomeno autobiografico, pur avendo vissuto in prima persona il periodo storico di cui scrive. È ragionevole fidarsi delle sue parole e andare oltre ogni speculazione.

Milkman è un romanzo meravigliosamente cerebrale: dall’inizio alla fine, la macchina narrativa non dà tregua. La prima frase anticipa la conclusione della vicenda e il lettore è costretto ad accettare il tono con cui è impostata da quel momento la narrazione. «Il giorno in cui Qualcuno McQualcuno mi ha puntato una pistola al petto e mi ha chiamata gatta e ha minacciato di spararmi è lo stesso giorno in cui il lattaio è morto». In questo breve incipit sono già contenute le grandi tematiche del romanzo, ma sopra ogni cosa è evidente la voce ferma e stoica della protagonista, narratrice in prima persona.

In Milkman il linguaggio è padrone e specchio della vicenda. È straniante, viene scomodato e strizzato, ridotto all’osso e poi lasciato libero di muoversi, di espandersi in periodi lunghi, complessi, portati avanti da un tono a tratti ironico a tratti serissimo, drammatico ma mai patetico, nel senso che è completamente privo di pathos, mentre invece abbonda di sbigottimento e humor nero. Il flusso di coscienza si alterna ai dialoghi, il filo del racconto procede per interruzioni e riprese, quasi mai lineare. Tutto per rendere la paranoia e l’assurdo, per rappresentare le mille facce del potere nelle sue tragicomiche conseguenze. Proprio per la non semplice questione della lingua, è da segnalare l’ottima traduzione in italiano di Elvira Grassi, che riesce a riportare perfettamente il significato intrinseco delle scelte linguistiche dell’autrice.

I personaggi non hanno nome, abitano strade senza nome in una città senza nome. I pochi riferimenti indirizzano tuttavia alla Belfast cattolica degli anni Settanta, durante i Troubles, il conflitto etnonazionalista nordirlandese che ha coinvolto anche Inghilterra e Repubblica di Irlanda, durato dagli anni Sessanta fino alla fine degli anni Novanta. Ma non è importante conoscere le vicende storiche di quel periodo. Mancando i nomi, quello che resta della geografia è uno Stato nemico, un paese nemico dell’oltre acqua, i distretti, un luogo chiamato strada-a-luci-rosse in cui vanno ad abitare «le coppie giovani che non volevano sposarsi o sistemarsi in modo convenzionale», un’altra ancora è l’area-da-dieci-minuti, dall’aspetto lugubre e che si attraversa in dieci minuti. Non ci sono le sigle così popolari di quel periodo, manca l’IRA, l’INLA, l’UFF, il SAS.  In compenso c’è la polizia dello Stato nemico e i soldati nemici dell’oltre-acqua da una parte, e dall’altra i paramilitari, i rinnegatori nemici dello Stato, gli eroi del distretto che portano avanti una ribellione attiva. C’è un noi e un loro, c’è la nostra religione e la loro religione. Ma c’è soprattutto violenza, violenza che sgorga da ogni barricata.

Gli abitanti del distretto non solo devono guardarsi dagli attacchi dello Stato nemico, ma anche dalla legge non scritta istituita dai ribelli, che possono accusare di tradimento chiunque per una parola pronunciata male, per una frequentazione sbagliata, per un cenno sospetto. Si può essere accusati di essere informatori per un nonnulla. I processi sommari, le bombe, i rapimenti diventano parte di una normalità che Burns riesce a rendere proprio tramite una sperimentazione linguistica di una raffinatezza che raramente si incontra nella letteratura contemporanea.

Tra i fumi della guerriglia si aggira la protagonista diciottenne. Per le sue sorelle e i suoi fratelli lei è sorella di mezzo. Come tutte quelle del distretto, la sua è una famiglia numerosa che comprende fratelli morti ammazzati o esiliati, sorelle vedove o sposate e un adorabile mostro a tre teste, cioè le tre sorelline più piccole, note semplicemente come le piccine, dotate di incredibile intelligenza e senso critico, tra i personaggi più affascinanti del romanzo; la madre è chiamata semplicemente ma’, ed è una donna religiosa e preoccupata per l’incolumità e la reputazione della sua figlia di mezzo; il padre, divorato dalla depressione, è morto anni prima.

Alla corolla dei personaggi vicini alla protagonista si aggiunge forse-fidanzato, un ragazzo con cui lei intrattiene una relazione non ufficiale che entrambi preferiscono chiamare una forse-relazione. Forse-fidanzato è diverso dalla maggior parte dei ragazzi del distretto. Non condivide un atteggiamento machista, non è interessato alle questioni politiche, ha un amico omosessuale, colleziona pezzi di macchine. Queste diversità sono ciò che lo uniscono a sorella di mezzo, che per isolarsi dal disastro della sua realtà contemporanea si rifugia nella sua attività distintiva, leggere-camminando: «Durante la settimana, col bello e col cattivo tempo, scontri a fuoco o bombe, calma piatta o sommosse in corso, io preferivo tornarmene a casa a piedi leggendo uno dei miei libri. Non poteva che essere un libro del Diciannovesimo secolo, perché i libri del Ventesimo secolo non mi piacevano, perché non mi piaceva il Ventesimo secolo».

Ma il rifugio che trova nella letteratura non riesce a vincere le influenze esterne. L’uomo che la avvicina e comincia a parlarle e a seguirla è chiamato il lattaio perché guida un furgoncino bianco che ricorda quello dei lattai. È in realtà un leader paramilitare, uno dei più importanti, e queste attenzioni rovinano la vita della protagonista, che pur rifiutando le sue avances, si ritrova a essere sulla bocca di tutto il distretto come l’amante del lattaio. È il potere del pettegolezzo, della calunnia. Il corteggiamento del lattaio è continuo, e non tiene conto del rifiuto di sorella di mezzo. Inoltre non è mai scortese e non alza mai un dito su di lei, neanche la guarda. Questo complica ulteriormente le cose. «A quel tempo, a diciott’anni, essendo cresciuta in una società dal grilletto facile dove le regole di base erano che se nessuna mano violenta era stata alzata su di te, e se nessuna offesa verbale ti era stata scagliata addosso, e se nessuno sguardo provocatorio di chicchessia s’era posato su di te, be’ allora non era successo nulla, quindi come potevi sentirti attaccata da qualcosa che non esisteva? (…) poteva anche essere che io avessi frainteso, che la situazione non fosse quella che io avevo immaginato».

Le azioni apparentemente innocue del lattaio influenzano il rapporto che la protagonista intrattiene con il mondo esterno. L’uomo arriva a formulare una contorta minaccia nei confronti di forse-fidanzato, colpevole di possedere dei pezzi di un’automobile Bentley, noto marchio appartenente allo Stato nemico dell’oltre acqua. Le minacce velate, le continue chiacchiere, i pedinamenti, arrivano a minare la libertà di sorella di mezzo, che diventa proprietà del lattaio oltre la sua stessa volontà. Diventa proprietà del lattaio nel momento in cui lui decide che è cosa sua e comincia a parlarle e a seguirla e a farla seguire. Lei non può fare niente per evitarlo, non ha alcun potere di difesa. Il lattaio è un leader paramilitare, ha tutto il potere nelle sue mani.

Inserire il tema delle molestie sessuali all’interno di un periodo storico così complesso come quello dei Troubles potrebbe sembrare azzardato, invece Burns riesce a far coincidere tutto alla perfezione, evidenziando la forte connessione tra molestia e potere. Nella società raccontata da sorella di mezzo, la violenza è normalizzata così come l’abuso di potere. Gli uomini che esercitano quell’abuso, ostentano un preciso stile di vita, girando armati con atteggiamenti intimidatori, sposandosi e contemporaneamente seminando amanti in giro. «Questo era il posto in cui certe ragazze non venivano tollerate se si riteneva che non fossero deferenti verso i maschi, che non riconoscessero la superiorità dei maschi, che potessero osare contraddire i maschi; in sostanza, la femmina ribelle, una specie insolente e troppo sicura di sé».

È accuratamente esplorata la questione della mascolinità, che non è solo quella tossica dei detestabili paramilitari e dei vari maschi con velleità da macho. Oltre a forse-fidanzato, cognato numero tre (il marito di sorella numero tre) è un altro uomo considerato strano dalla comunità per le sue idee troppo progressiste riguardo alle donne. C’è anche vero lattaio, amico storico di ma’, contrapposto al finto lattaio paramilitare e che, incurante delle intimidazioni, si oppone alla prepotenza dei ribelli sul territorio.

La femminilità è ugualmente messa sotto la lente di ingrandimento. Ci sono le femministe, considerate pericolose dai gruppi paramilitari perché portano avanti discorsi sovversivi. Ci sono le donne pie, legate ai solidi principi religiosi, donne tradizionali che pur essendo nettamente in contrasto con le femministe, si ritrovano a difenderle dagli attacchi dei ribelli per solidarietà di genere e senso di protezione. Poi ci sono le groupie dei paramilitari locali, le peggiori, tanto che la protagonista arriva a sostenere: «Non solo non erano come me, ma ero fermamente convinta che fossero di gran lunga inferiori a me», perché tutto quello che vogliono dalla vita è diventare un accessorio dell’uomo ribelle, dell’eroe del distretto.

Sorella di mezzo non ha una collocazione specifica. Prova simpatia per le femministe ma non si dichiara appartenente alla loro cerchia. La sua astrazione è simbolo di individualismo. Segue regole sue, passa molto tempo da sola, trova sollievo nella letteratura che arriva fino al diciannovesimo secolo, non desidera nessun tipo di intrusione nella sua vita privata. La sua è una voce scettica e intelligente, conscia dell’assurdità delle regole del suo distretto, cerca di rispettarle per non avere nessuna scocciatura. I suoi diciotto anni la rivestono di una affascinante aura di mistero adolescenziale.

Quando trova la testa di un gattino, unica vittima di una bomba esplosa in un’area poco frequentata, decide di raccoglierla con un fazzoletto di stoffa e portarla con sé. I gatti da quelle parti non sono ben visti e ne vengono uccisi tantissimi perché considerati «animali nocivi, sovversivi, stregoneschi, (…) la sfortuna, il femminile».

Sorella di mezzo non spiega il suo gesto se non con l’impellente necessità di seppellire quei resti in un luogo consono, un bel posto. Naturalmente viene vista mentre cammina per il distretto con quel macabro fagotto, e la comunità aggiunge un’altra tacca alla lista delle sue stranezze. «(…) “come ti viene in mente di andartene in giro con teste di gatti?”» le chiede la sua amica storica durante un incontro in cui le rivela: «(…) “sei considerata una inaccettabile dalla comunità”», anche per tutto quel leggere-camminando.

Amica storica la ammonisce e le dà precisi avvertimenti, schierandosi quindi inevitabilmente contro di lei. Perché in quel distretto è perfettamente normale e accettabile camminare portandosi dietro il Semtex (un esplosivo), ma è considerato strano e pericoloso camminare mentre si legge Jane Eyre, e peggio ancora camminare con i resti di un gatto avvolti in un fazzoletto.

E sorella di mezzo non può spiegare che il suo intento era portare quel gatto «al camposanto lontano dal cemento butterato dall’esplosione per offrirgli un po’ di verde». Amica storica non capirebbe, perché troppo ottusa. L’ottusità è ciò che il radicalismo politico e una guerriglia fratricida alimentano e incoraggiano. E mentre sorella di mezzo si meraviglia nel constatare che il cielo non è affatto azzurro come si è sempre sostenuto, che le sfumature sono migliaia e meravigliose, che un tramonto con forse-fidanzato apre orizzonti inesplorati, la comunità continua a vedere il mondo di un solo, lugubre colore. La politica entra normalmente e terribilmente nella vita privata delle persone, così che persino l’amore autentico è bandito. Si preferisce sposare chi non si ama, stare con chi non si ama, perché scegliere il vero amore è pericoloso in una realtà in cui la morte è all’ordine del giorno. Le emozioni vanno anestetizzate e il male, un male viscido e spesso imprevedibile, si appropria di ogni spazio.

Nel claustrofobico distretto di sorella di mezzo, i personaggi sono tanti e tante sono le storie raccontate e che si intrecciano alla sua. Sono storie di cattiverie, ossessioni e solitudini, di malinconiche follie, di cocenti delusioni, di buio che vince la luce, ma anche di splendori improvvisi, di scenari grigi illuminati dalla riunificazione, una riunificazione dovuta alla necessità di scrollarsi di dosso il senso di grottesco dell’ideologia e del conflitto ideologico. Burns non è mai didascalica, lascia che il lettore tragga le sue conclusioni, che tiri da solo le fila del complesso e affascinante coacervo di episodi e personaggi. Gli scenari, i dialoghi stranianti sembrano quelli di una realtà post apocalittica, di una distopia orwelliana; nello stesso tempo è una storia che potrebbe accadere oggi in territori come la striscia di Gaza, dove le etnie, le religioni e le convinzioni si scontrano e annullano nel caos della guerra, dove le bandiere sono «emozionali (…) (p)rimordialmente».

È difficile racchiudere il peso delle pagine di Milkman nella lunghezza di un articolo o di una recensione. Anna Burns è riuscita a creare un romanzo che ha una veste classica ma uno scheletro sperimentale, un lavoro quasi artigianale che ha plasmato personaggi e storie formidabili, e soprattutto una protagonista inconsciamente ribelle e dotata di una lucida intelligenza. La sua voce resiliente va oltre i confini della narrazione, seguendoci anche dopo la fine del romanzo.